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domenica 2 ottobre 2016

Una parola al giorno (o quasi): Donna

Quello che segue è un discorso "pericoloso", quindi:

DISCLAIMER 
Invito tutte le donne a prenderla nel modo giusto e, a scanso di equivoci, ribadisco la mia condanna nei confronti di qualsiasi tipo di molestia sessuale ai danni della creatura più complessa, affascinante e meravigliosa dell'universo.

Detto questo...

Visitando la Reggia di Caserta, mi sono imbattuto nella meravigliosa fontana di Diana e Atteone che raffigura il celebre e sfortunato incontro tra il giovane cacciatore e la dea.

Per chi non conoscesse i dettagli della vicenda, eccoli riassunti qui di seguito:

Era una giornata calda, e la bella Diana aveva pensato giustamente di rinfrescarsi e sollazzarsi nelle acque della fonte Parteia. Mentre la bella dea sguazzava e scherzava col suo seguito di ninfe ridanciane... nuda come mamma l'aveva fatta, il povero Atteone, che se ne andava bel bello a caccia col suo branco di cani e a tutto pensava tranne che alle femmine o a eventuali "postegge", ebbe la sfiga di imbattersi in quell'imprevisto ma, si suppone, piacevole, teatrino.
Quando Diana si avvide del cacciatore e, soprattutto, del suo sguardo indiscreto che scivolava indesiderato e invadente sulle di lei voluttà carnose, si incazzò come solo una dea femmina sa fare e lo trasformò in un cervo. Atteone, con la prontezza e la perspicacia che contraddistingue spesso l'uomo che fa incazzare una donna, scappò senza neanche rendersi conto di essere diventato un cervo e i suoi stessi cani, non riconoscendo più il padrone, lo sbranarono.

Ecco... mi sembra che questo simpatico aneddoto sia esemplificativo del complesso rapporto tra uomini e donne.

Tutto qui.

domenica 14 settembre 2014

Una parola al giorno (o quasi): AMORE

L'amore.

Parliamo d'amore, facciamo l'amore... e pensiamo all'amore.
Anche adesso. Siamo qui, tu, io e l'amore.
In questa stanza. Su questo letto.
I nostri corpi nudi, e l'amore.
I nostri corpi nudi, allacciati, intrecciati, uniti. I nostri corpi, che sull'amore di certo ne sanno più di noi. Anche se tu dici che non è così. Che l'amore è un'altra cosa.
Ma mente lo dici mi stringi più forte e il tuo respiro si fa più affannoso.
L'amore è un'altra cosa... sussurri, ansimando. E intanto i tuoi baci si fanno più selvaggi.
L'amore non c'entra con tutto questo...
E intanto premi il tuo corpo contro il mio. 
E io ti cerco con le mani e con la bocca. E penso che forse sì, hai ragione. Forse esiste un universo, da qualche parte, in cui come dici tu, l'amore è un'altra cosa.
Ma non qui e non adesso.
Qui l'amore siamo noi. E i nostri corpi nudi. E le nostre lingue. E i nostri respiri. E il nostro tutto che si fonde e si sfoca e sbiadisce nella notte...
E se poi fosse vero, quello che dici... perché mi chiederesti di continuare, di non smettere?
E perché io continuerei se non per amore?

Anche perché lo sai, dopo un po' di tutto questo amore... che è davvero tanto, io preferirei giocare con la playstation...

sabato 26 aprile 2014

Una parola al giorno (o quasi): EROTISMO

Girando per internet ho potuto riscontrare la sostanziosa presenza di blog a tema erotico. Le più diffuse caratteristica che accomunano questi interessanti spaccati di immaginario sono:

1-  la totale scollatura dalla realtà: avendo una percezione della vita sessuale chiaramente parziale e ridotta, gli autori di tali blog cercano di sublimare le loro frustrazioni erotiche sessuali proiettandosi in fantasie astruse e del tutto improponibili, popolate da protagonisti stereotipati, improbabili e spesso anche leggermente grotteschi, capaci però di performance in grado di far venire complessi di inferiorità anche a Rocco Siffredi ed Edward Cullen.


2 - l’uso di un italiano aulico e leggermente demodé. Qui il problema si fa serio. Il punto è che scrivere racconti erotici non è per niente facile, non solo per quel che si deve raccontare ma anche per come lo si deve raccontare. Poiché il blogger che blogga l’eros è consapevole di aver scelto un compito infido e complesso, spesso sceglie di optare per un linguaggio d’altri tempi e leggermente enfatico, abusando di metafore perché teme di sconfinare nel volgare e nel pornografico, mentre lui  (o lei) col volgare e col pornografico non vuole aver nulla a che fare perché, anzi, il porno gli (o le) fa schifo (non è vero naturalmente ma teme che questo sminuirebbe e renderebbe meno credibile la sua figura di blogger che blogga solo eros di prima qualità). Ecco che, quindi, questi scritti, abbondano di espressioni quali “si tuffò nel suo piacere” o “ella dischiuse i petali del suo fiore proibito”. Abbondano anche tutti i possibili sinonimi del membro maschile e della passerina, in quanto lo scrittore di cui sopra troverebbe ignobile scrivere “cazzo” e “fica” e deve arrabattarsi alla ricerca di espressioni alternative, impresa sempre più difficile man mano che il racconto prosegue (di qui il consiglio di scrivere racconti davvero brevi) e che, nei casi più disperati può giungere a scelte inquietanti tipo “virile turgore” o “alfiere del piacere” fino a “tronchetto della felicità” che ci fa capire come il povero narratore sia inevitabilmente giunto alla frutta, e noi con lui.

3 – la totale inconsapevolezza della propria drammatica inadeguatezza sia come narratori che come alfieri dell’eros.

4 – una quantità spropositata di fotografie glamour perché anche l'occhio vuole la sua parte, senza contare che se l'ormone è stato già smosso da un'immagine adeguata sarà poi più sensibile al fiume di cazzate che seguono subito dopo in forma scritta.

A puro titolo esemplificativo, provo a riprodurre un esempio di scrittura erotica da blog corredata di alcune note per meglio comprenderne tutti gli aspetti:



LACCI [1]

Il racconto inizia generalmente con qualche blanda considerazione sulle condizioni climatiche ed ambientali, un po’ per far vedere che si inizia in modo soft e non si è degli assatanati, un po’ per dar modo all’autore di sbizzarrirsi nella descrizioni di soli caldi, cieli tersi e brezze frizzanti.


Il protagonista, vittima di una consolidata e soffocante routine giornaliera, si trova, per un fattore imprevisto, ad uscire dagli schemi collaudati: per esempio, la sua decappottabile è dal meccanico e lui deve prendere i mezzi pubblici[2].

Salito sull’affollato autobus, il nostro eroe non può fare a meno di notare la sexy coprotagonista del racconto[3]. Lei è leggermente scarmigliata, ma proprio per questo ancor più sexy. Inizialmente è persa nei propri pensieri, la descrizione del suo abbigliamento può richiedere giorni, ma stringi stringi ciò che conta è che tette, culo, bocca e occhi sono quanto di più seducente si possa incontrare in un autobus affollato nell’ora di punta. A questo punto inizia un estenuante gioco di sguardi ed ammiccamenti che può protrarsi per pagine e pagine con divagazioni e approfondimenti sulla natura umana, su cosa sia quella forza misteriosa che spinge due sconosciuti a cercarsi, a inseguirsi e a concedersi l’un l’altro a dispetto di qualsiasi logica[4], nei casi più drammatici le divagazioni possono comprendere testi di canzoni, la ricetta delle cotolette e un metodo infallibile per vincere al lotto.

Al termine di questa fase di studio, lui comincia ad avvicinarsi incurante della calca[5] la raggiunge e cerca un contatto, in modo che lei possa accorgersi del virile turgore che preme impaziente contro il tessuto dei suoi pantaloni in cerca di libertà e appagamento[6]. Lei, dal canto suo, sarebbe portata istintivamente a ritrarsi, ma poiché nel suo profondo fondo è una femmina emancipata che non teme di prendere il piacere quando le capita a tiro[7] e di vivere l’eros in modo libero e disinvolto, dopo una brevissima esitazione, comincia ad assecondare i movimenti dell’uomo dando il via ad una specie di variante della lambada resa ancor più difficile dal movimento dell’autobus e dalla calca drammaticamente ignara che lì a pochi passi si stia verificando cotanta inebriante danza erotica. L’uomo, si sa, potrebbe già capitolare esplodendo il proprio immenso e inaspettato piacere dopo pochi strusciamenti facendo così una colossale figura di cacca, ma poiché non è uno sprovveduto e sa il fatto suo, si sottrae alla danza con un bieco sorriso malizioso. Lei, privata del tronchetto, vacilla improvvisamente incerta come un naufrago che sia stato privato della zattera… lo guarda senza capire e lui, sempre sorridendo, le dice di scendere alla prossima fermata.

Lei, ovviamente, esegue. Lui le fa cenno di seguirlo… e lei lo segue, fino ad un bar. I due si siedono. L’uomo è di poche parole, ma ogni frase buttata lì apparentemente a casaccio rivela una personalità sfaccettata e seducente, enigmatica e mistica, leggermente porcella ma anche suadentemente romantica, una e trina, bonaria e malandrina[8]… un po’ Bogart, un po’ Rourke, un po’ Clooney un po’ Pitt… lui, sostanzialmente, non esiste in nessuna delle galassie conosciute, è l’archetipo del principe azzurro con le dotazioni di John Holmes, ed è per questo che nessuna donna può resistergli.

La conversazione raggiunge punte epiche e surreali che non sono assolutamente in grado di ricreare, ma, sostanzialmente, ciò che conta è che il mago della seduzione e della metafora sta cucinando a puntino la sua preda. Solitamente, a questo punto della narrazione, l’intimo e prezioso roseo scrigno carnoso del piacere della  nostra coprotagonista si è già tramutato in uno dei laghi resi celebri da Valerio Scanu nell’ultimo Sanremo, ed ella non brama altro che essere presa con virile vigore prima che il cameriere noti la pozzanghera che si sta allargando in modo preoccupante sotto al tavolino. Ecco perché quando lui le chiede di sfilarsi le mutandine, lei non esita, ma esegue[9]. Lui prende il prezioso trofeo con estrema naturalezza, ci si pulisce gli occhiali e lo ripone in tasca. Si alza e le dice di seguirlo… vanno via, il più delle volte senza pagare il conto anche perché il cameriere sta chiamando l’Arin per chiedere l’immediato intervento di una squadra onde identificare la pericolosa perdita idrica che sta allagando il locale.

Il nostro eroe le fa strada in un sottoscala fatiscente, e poi in una pensioncina malandata che fa tanto New Orleans[10]. Poi la fa spogliare sapientemente mentre lui guarda e parla a vanvera, ed infine estrae[11] un assortimento di lacci di seta.

La donna esita: per la prima volta è come se realizzasse di
aver seguito un perfetto sconosciuto in una zona altrettanto sconosciuta della città, di avergli consegnato le proprie mutandine, e di essere sola, inerme in compagnia di uno che vuole legarla come un salame. Ma poiché la voglia di salame è nettamente preponderante rispetto al rischio di fare la figura del salame, ancora una volta ella soffoca ogni pensiero razionale e segue il flusso delle torbide emozioni che la stanno travolgendo. Lui a questo punto comincia a dissertare sui legami, e su come si possa essere prigionieri senza catene[12] e liberi solo quando si è legati. Di fronte a tale inoppugnabile sfoggio di eloquenza e di logica, la donna capitola. L’uomo la lega strusciando e stringendo sapientemente, infine libera l’araldo del piacere che sfida orgogliosamente la forza di gravità protendendosi fiero e pulsante, ed inizia la tiritera del te lo do, non te lo do… te lo faccio solo annusare, ecco ora entra… ops non ancora, fino a che lei non implora quasi tra le lacrime che l’araldo compia il suo compito, e l’araldo, finalmente fa ciò per cui è stato progettato, donando e prendendo un piacere immenso, come solo pochi hanno avuto la fortuna di provare nella propria vita.

In genere a questo punto, il lettore comincia a pensare di non aver mai vissuto veramente. Gli uomini provano un inquietante senso di inadeguatezza, le donne vorrebbero dare una testata sul naso del proprio compagno colpevole di non essere neanche lontanamente paragonabile al protagonista del racconto, ma chi ci fa più pena è l’autore (o l’autrice) del racconto, ed è a lui (o lei) che va il nostro pensiero e la nostra compassionevole considerazione, mentre dopo aver finito di stilare orgogliosamente il racconto erotico, ne rilegge le parti più significative, compiaciuto o compiaciuta che sia, e si appresta a postarlo perché il mondo ne goda appieno e possa dire “caspita, questo/a sì che sa cosa sono l’erotismo e il sesso…”

Ahimè.

PS. a piè di pagina, ci sono le note.



[1] i titoli rimandano spesso a qualche pratica erotica sadomaso o comunque a qualcosa si torbido e proibito

[2] ma un taxi no?

[3] il fatto che gran parte degli approcci si verifichino in posti assolutamente impraticabili, come un autobus affollato, la dice lunga sulla natura delle esperienze dell’autore. D’altro canto, nell’uso ricorrente dei mezzi pubblici  come scenario erotico va forse identificata la spiegazione principale del loro sovraffollamento.

[4] arrapamento forse?

[5] e del fatto che gli stiano sfilando il portafogli dalla tasca posteriore dei pantaloni.

[6] ho scritto proprio così? Non ci posso credere!

[7] soprattutto quando è sottoforma di un tronchetto della felicità di dimensioni considerevoli.

[8] qualcuno mi fermi perché potrei andare avanti così per delle ore…

[9] l’unica volta che ho provato a chiedere una cosa del genere mi sono preso una bottigliata in fronte

[10] lo squallore contrapposto all’estasi.

[11] non ci è dato di sapere da dove. Probabilmente si porta l’attrezzatura sempre appresso, casomai servisse… meglio essere previdenti, no?

[12] sembra il titolo di una canzone di Sanremo.


mercoledì 19 marzo 2014

Una parola al giorno (o quasi): EREDITA'

Lo leggiamo ormai tutti i giorni, sui giornali.
Succede un po’ dappertutto e tutti pensiamo, ogni volta, la stessa cosa: a noi non potrebbe succedere mai.
Leggiamo di questi uomini incapaci di accettare che la moglie o  la ragazza abbia deciso di abbandonarli, madri che cedono al pianto asfissiante dei propri bambini, vicini di casa stanchi di dover discutere ogni giorno coi vicini…
La casistica è estremamente varia, ma non importa quale sia la storia… ciò che conta è che la conclusione è sempre la stessa: qualcosa scatta, dentro di loro, e uccidono.

Negli ultimi anni stiamo concentrando soprattutto sul femminicidio che viene percepito principalmente come fenomeno culturale.
Probabilmente è vero. Culturalmente – se proprio vogliamo parlare di cultura - il “maschio” un tempo dominante non riesce ad accettare che la donna sia completamente autonoma. Che possa scegliere e che lui possa non essere scelto. In fondo, ‘ste donne sono pur sempre una nostra costola.
A me sembra, però, che accanto a questo perverso fenomeno mentale, compaia sempre, inevitabilmente, un altro determinante fattore che mi fa più paura: il rapporto di forza. Chi è più forte colpisce chi è più debole. L’uomo colpisce la donna. La donna il bambino. Il padre il figlio.
Perché la vita è così. Chi è forte può colpire chi è più debole… e quando ne ha la possibilità lo fa. Non sempre. Ma a volte lo fa. E a volte colpisce duro.

Per fortuna a noi questo non potrebbe succedere mai.
E’ una violenta follia che non ci appartiene. Che guardiamo da lontano come inorriditi spettatori.
Come può, un essere umano, arrivare a commettere un tale orrore, ci chiediamo davanti alla televisione o ai titoli dei giornali.
Come può?
La risposta, secondo me, è molto semplice e abbastanza spaventosa.
L’uomo può, perché dentro in ognuno di noi, c’è un angolo pulsante di scura, violenta, irrazionale e crudele follia.
Un piccolo nucleo di orrore che risale probabilmente alla notte dei tempi. Un grumo in cui sono confluite tutte le scorie, i ricordi, i brandelli che ci hanno portati faticosamente a strisciare fuori dalle caverne e a guardare il cielo. Un cielo che, alla fine, non ci appartiene e non riusciamo a comprendere. Un grumo nero, maleodorante che dorme in noi e che, a volte, si risveglia.
E non sono solo i criminali, i pazzi e i violenti a possederlo. Quel frammento di morte è in ognuno di noi… e dovremmo tutti esserne consapevoli per imparare a tenerlo sotto controllo.
Non sono solo i mariti ubriachi… non sono solo madri psicolabili, non sono solo i reietti a impazzire. Sono le persone tranquille. I vicini sorridenti, i dolci padri affettuosi… che improvvisamente si svegliano, un giorno, con un coltello insanguinato tra le mani.
Sono persone insospettabili, proprio come noi.

Cresciamo cullandoci nella stupida e rassicurante convinzione che Dio ci abbia fatto a sua immagine somiglianza e questo ci fa sentire speciali… e al sicuro. Beh o ci hanno raccontato una menzogna, o Dio è una creatura spaventosa e spietata. In entrambi i casi, c’è ben poco di rassicurante. L’unica cosa certa è l’orrore che dorme dentro di noi e che potrebbe svegliarsi in qualsiasi momento.
L’orrore che tramandiamo di padre in figlio, senza neanche rendercene conto.

Ah dimenticavo… buona festa del papà a tutti.

sabato 15 marzo 2014

Una parola al giorno (o quasi): PRECISIONE

Il cazzo non è uno strumento di precisione.
Questo dato incontrovertibile, noto a qualsiasi uomo, sembra non esser del tutto chiaro, invece, alle rappresentanti del gentil sesso.
Il singolare fenomeno può forse esser dovuto al fatto che, pur conoscendo spesso anche abbastanza approfonditamente l’organo maschile, le donne tendano a concentrarsi prevalentemente su un suo specifico utilizzo, tralasciando quelli che non sono direttamente di loro interesse. E benché comunque, anche in quelle che sono le competenze che stanno a loro più a cuore, non di rado, il pene sia fonte di cocenti delusioni e di prestazioni a dir poco scarse, nell’immaginario femminile esso si trasfigura ergendosi – è il caso di dirlo – a solida verga indomita pronta a dispensare meraviglie, stupore e piacere.
Qualcosa, insomma di cui fidarsi ciecamente... o quasi.

Eppur tuttavia, resta il fatto che, anche nei casi più fortunati, quando cioè l’ambito oggetto del desiderio riesce effettivamente a mantenersi all’altezza della situazione, egli non è uno strumento di precisione.
E’ quindi ora di affermare con viva, vibrante e orgogliosa fierezza che l’uomo, quando fa la pipì, non può garantire la destinazione di ogni goccia del liquido per così dire erogato. E che benché – è vero – le tazze dei gabinetti siano di dimensioni generose atte a raccogliere anche i getti più bizzosi, può capitare che qualche schizzo sfugga al controllo.
L’emerito professor Fornkenburger, anni addietro, ha elaborato la complessa formula per il calcolo della dispersione orinaria, dimostrando che essa dipende da svariati fattori tra i quali possiamo annoverare la dimensione del pene, la potenza del getto e l’altezza da terra. La formula è estremamente complessa, ma sintetizzando al massimo possiamo tranquillamente affermare che se sei molto alto e hai un pisello molto piccolo la precisione sarà quasi nulla. Mentre, al contrario, una dotazione massiccia può offrire un controllo decisamente maggiore.
Ad ogni modo, in tutti  i casi, è impossibile garantire precisione assoluta e, soprattutto, non va dimenticato il corollario alla formula di Fornkenburger, formulato dalla psicologa danese Edvige Pippa Ravadson che può essere così sintetizzato: più cercherete di essere precisi, meno lo sarete.
Ecco perché, con tutta l’umiltà del caso e ben consapevole che, comunque, si tratta di una nostra grave e imperdonabile manchevolezza, mi scuso a nome di tutto il genere maschile e invoco la comprensione di voi tutte.

Grazie. 

sabato 23 giugno 2012

Lo sguardo del Tamarro


C’è qualcosa di unico nello sguardo torbido con cui il tamarro arrapato esamina una donna. Non si tratta solo della fissità: il tamarro stupido esibisce spesso una certa staticità della pupilla dovuta sostanzialmente alle sue ridotte capacità mentali. Ma quando il suo sguardo si fissa su un esemplare femminile piacente, o anche non piacente, ma sufficientemente scollacciato da risvegliargli l’ormone, il tamarro sviluppa una vitrea fissità del tutto particolare.
Egli deposita quello sguardo con millimetrica precisione esattamente al centro delle tette della fanciulla, e non lo smuove più per svariati minuti. Non sorride mai, il tamarro, durante questo tipo di approccio. Non c’è nulla da ridere… si tratta di una cosa seria. Il suo guardo è grave, serio… quasi minaccioso e sembra voler dire alla fanciulla (e a tutto il mondo circostante) che se non fosse per trascurabili leggi comportamentali universalmente riconosciute (e perché lo stupro è ancora inspiegabilmente considerato illegale) lui la possiederebbe lì, seduta stante, dando luogo ad una performance sessuale stratosferica in grado di far scoprire, forse per la prima volta, alla fortunata beneficiaria di cotanto maschio, cosa voglia dire fare sesso con un vero uomo. Vale a dire con lui.
A poco importa il fatto che, quasi sicuramente, quello stesso tamarro, chiamato eventualmente e miracolosamente a passare alle vie di fatto, si produrrebbe in una breve, vana, confusa e rumorosa prestazione del tutto insoddisfacente per qualsiasi tipo di partner, perché egli, comunque, non ne sarà mai consapevole, convinto com’è dei propri mezzi e della propria sapiente arte amatoria affinata in ore e ore di approfondimento teorico su youporn.
Parla anche, il tamarro, per sottolineare il suo indiscusso apprezzamento per le tette e per colei che incidentalmente le “trasporta”, ma non essendo l’eloquio il suo punto forte, spesso il massimo che riesce ad articolare sono frasi tipo “uà, e comm’ stai bella oggi!”. Del resto non è quello che conta. Non sono le parole, ma lo sguardo, la sua arma segreta. Uno sguardo che ha in sé l’epicità e la drammaticità di un amore incompiuto (per fortuna), di una passione che avrebbe potuto essere, e che, non per colpa del tamarro, ma per la stupida e inspiegabile ritrosia della donna, resterà inespressa, dovendo forse trovare uno sfogo meno poetico e meno consono in una consolatoria manipolazione solitaria.
C’è l’ingiustizia del mondo, condensata in quello sguardo sgranato, insaziabile e insaziato, che vorrebbe ma non può e che a stento riesce a capacitarsi del perché questa cosmica tragedia si debba compiere ogni volta, ineluttabilmente, nonostante il suo encomiabile impegno.
Come possa, una vera donna, restare indifferente a quel suo sguardo penetrante (almeno lui, lo sguardo lo è, su questo non ci piove), come possa, con tanta insensibilità, ella voltargli le spalle e andar via, sottraendogli non solo la possibilità di una torrida scopata, ma anche la vista della “latteria” che aveva dato un senso al vuoto esistenziale di una giornata grigia e priva di calcio  è qualcosa che il tamarro non potrà mai comprendere.
Forse la risposta è tutta lì, nella deprimente ma ineluttabile considerazione che, ahimè, le vere donne a differenza dei veri uomini, non esistono più.
Forse…