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martedì 26 agosto 2014

Una parola al giorno (o quasi) - SOLDATINI

San Carlos de Bariloche, Argentina, anno 1962

«Mamma...»
Il bambino è sulla soglia, con le mani che si aprono e si chiudono nervosamente.
«Dimmi Manuel».
«Hai presente quel signore un po' strano?»
«Chi?»
«Quello coi baffetti, che gioca sempre coi soldatini... hai presente?»
Adesso Manuel ha tutta l'attenzione della madre che solleva il capo e lo guarda preoccupata.
«Che cosa hai fatto Manuel?»
«Ma niente, è che...»
«M a n u e l ...»
Il ragazzino lo sa: quando la mamma pronuncia il suo nome il quel modo non c'è scampo.
Comincia a piagnucolare.
«Io non ho fatto niente, te lo giuro!»
Ginevra è divorata dall'angoscia. Gli ha detto mille volte di stare lontano da quell'uomo e da quella gente che gli sta intorno. È brutta gente, non ci vuole un genio per capirlo. E' gente pericolosa, gente che, quando cammina sotto al sole, getta intorno a sé un'ombra di sangue. È come se la morte li seguisse come un docile cagnolino. “La morte gli fa le feste” così dicono i paesani, quando sono abbastanza ubriachi da non sentire più la paura, “soprattutto al gringo coi baffetti!”.
Ginevra abbraccia il figlio. Lo stringe a sé sperando che non sia successo niente di grave.
È solo un bambino, pensa, è solo il mio bambino. Cosa può aver fatto di male?
«Cos'hai combinato Manuel? Dimmelo...»
«È che lui coi soldatini non ci sa giocare, mamma...»
«I soldatini?» Ginevra non capisce.
«Sì!»
«E allora?»
«E allora gli ho detto che secondo me avrebbe perso la battaglia» confessa Manuel, tutto d'un fiato.
«Cos'hai fatto?!»
«Allora lui ha cominciato a urlare in una lingua strana, con gli occhi iniettati di sangue… “Nein! Nein!!!” urlava e poi mi ha preso per le spalle e mi scuoteva…»
Manuel ha le lacrime agli occhi e trema al ricordo di quello che è successo. E adesso trema anche sua madre.
«E poi? Cos’è successo poi?» gli chiede.
Manuel si asciuga il naso col dorso della mano.
«Poi sono scappato…»
Ginevra sospira. Grazie a Dio!
«Non farlo mai più! Quell'uomo è pericoloso!»
«Non più credo…»
«Che vuoi dire?»
«Mentre scappavo, si è fatto tutto viola e poi…»
«E poi?»
«Credo sia morto».
Ginevra si blocca.
«Ti ha visto qualcuno?»
Manuel scuote il capo.
È tutto a posto. È tutto a posto. Non lo saprà mai nessuno!
Ginevra riprende a respirare. È come se, dopo mesi di cielo plumbeo coperto da spesse nubi opprimenti, fosse spuntato improvvisamente il sole.
«Tu però non devi disobbedirmi mai più, capito?»
«Sì è solo che…»
«Che?»
«Coi soldatini non ci sapeva proprio giocare…»

Secondo alcune testimonianze non confermate, Adolf Hitler non sarebbe morto all'interno del proprio bunker il 30 aprile del 1945, bensì nel 1962 in un paesino dell'Argentina, dove si era rifugiato. Le cause della sua morte sono tuttora avvolte nel mistero...

sabato 15 marzo 2014

Una parola al giorno (o quasi): PRECISIONE

Il cazzo non è uno strumento di precisione.
Questo dato incontrovertibile, noto a qualsiasi uomo, sembra non esser del tutto chiaro, invece, alle rappresentanti del gentil sesso.
Il singolare fenomeno può forse esser dovuto al fatto che, pur conoscendo spesso anche abbastanza approfonditamente l’organo maschile, le donne tendano a concentrarsi prevalentemente su un suo specifico utilizzo, tralasciando quelli che non sono direttamente di loro interesse. E benché comunque, anche in quelle che sono le competenze che stanno a loro più a cuore, non di rado, il pene sia fonte di cocenti delusioni e di prestazioni a dir poco scarse, nell’immaginario femminile esso si trasfigura ergendosi – è il caso di dirlo – a solida verga indomita pronta a dispensare meraviglie, stupore e piacere.
Qualcosa, insomma di cui fidarsi ciecamente... o quasi.

Eppur tuttavia, resta il fatto che, anche nei casi più fortunati, quando cioè l’ambito oggetto del desiderio riesce effettivamente a mantenersi all’altezza della situazione, egli non è uno strumento di precisione.
E’ quindi ora di affermare con viva, vibrante e orgogliosa fierezza che l’uomo, quando fa la pipì, non può garantire la destinazione di ogni goccia del liquido per così dire erogato. E che benché – è vero – le tazze dei gabinetti siano di dimensioni generose atte a raccogliere anche i getti più bizzosi, può capitare che qualche schizzo sfugga al controllo.
L’emerito professor Fornkenburger, anni addietro, ha elaborato la complessa formula per il calcolo della dispersione orinaria, dimostrando che essa dipende da svariati fattori tra i quali possiamo annoverare la dimensione del pene, la potenza del getto e l’altezza da terra. La formula è estremamente complessa, ma sintetizzando al massimo possiamo tranquillamente affermare che se sei molto alto e hai un pisello molto piccolo la precisione sarà quasi nulla. Mentre, al contrario, una dotazione massiccia può offrire un controllo decisamente maggiore.
Ad ogni modo, in tutti  i casi, è impossibile garantire precisione assoluta e, soprattutto, non va dimenticato il corollario alla formula di Fornkenburger, formulato dalla psicologa danese Edvige Pippa Ravadson che può essere così sintetizzato: più cercherete di essere precisi, meno lo sarete.
Ecco perché, con tutta l’umiltà del caso e ben consapevole che, comunque, si tratta di una nostra grave e imperdonabile manchevolezza, mi scuso a nome di tutto il genere maschile e invoco la comprensione di voi tutte.

Grazie. 

domenica 13 luglio 2008

Sensi di Colpa

Mi piace guardarla mentre si riveste.

C’è qualcosa, nel modo in cui si copre, che la rende ancora più seducente di quando si spoglia. Qualcosa che la rende magica.

Ci ho riflettuto molto e la parola che, secondo me, rende meglio l’idea di ciò che lei è e sa essere per me, è “delizia” nell’accezione piena del termine, vale a dire: motivo di eccezionale godimento dei sensi o dello spirito. Lei è esattamente questo, un eccezionale godimento dei sensi e dello spirito.

Naturalmente lei lo sa che mi fa impazzire e si riabbottona lentamente, guardandomi con la coda dell’occhio e con il delicato accenno di un sorriso compiaciuto, per controllare che non mi stia perdendo lo spettacolo. Ed io l’adoro anche per questo.

Ma oggi c’è qualcosa che non va. Una leggera inquietudine che le vela lo sguardo… qualcosa la turba ma, come sempre, preferisce non parlarne fino a che non farò il primo passo.

«Che c’è tesoro?» le chiedo.

Lei fa finta di niente, scherza un po’, poi non può fare a meno di dirmelo: «ma tu non senti mai qualcosa tipo… non lo so, sensi di colpa?»

Sospiro. Sapevo che prima o poi sarebbe venuta fuori la questione e so anche cosa rispondere.

«Assolutamente no, perché dovrei?»

«Per esempio perché sei sposato».

Ancora con questa storia.

«Ne abbiamo già parlato, tesoro…»

«Parliamone ancora…» insiste.

«Ma di cosa dovremmo sentirci in colpa? Quello che facciamo è, spontaneo, naturale…»

«Scopiamo come maiali» precisa lei.

«Appunto… e con grande piacere reciproco, e quindi… cosa c’è che non va?»

Lei scuote il capo.

«Insomma se andassimo a cena fuori ci sarebbe qualcosa di male?» le chiedo.

«N…no certo».

«Se andassimo a vedere un bel film al cinema?»

«Neanche».

«E perché? Non starei comunque sottraendo del tempo alla mia famiglia?»

«Ma… non è che uno possa vivere sempre e solo per la propria famiglia» obietta Carla.

«Appunto…»

«Sì ma noi non andiamo al cinema, noi scopiamo!»

«E cosa cambia?» ormai l’ho portata esattamente dove volevo. So di avere ragione e lei non può più opporsi alla logica del mio ragionamento.

«Carla… se andassimo al cinema, o al ristorante, o ad un concerto, passeremmo del tempo piacevole insieme, godendo del cibo, dell’arte, della musica, insieme… e nessuno avrebbe qualcosa da ridire. Giusto? Noi invece facciamo sesso e come per magia la cosa diventa sporca, clandestina, immorale! Ma perché?» ho fatto tutta una tirata e devo fare una pausa per prendere fiato. Ne approfitto per sorriderle dolcemente e prenderle le mani tra le mie. «Perchè siamo ancora vittime di modi di pensare arcaici e bigotti, frutto di preconcetti religiosi da cui, invece, dovremmo affrancarci. E’ vero scopiamo e lo facciamo anche bene, e… siamo felici. Niente di quel che facciamo a letto riduce in qualche modo l’amore che provo per mia moglie o per i miei figli, e tu lo sai. Niente metterà mai in pericolo il mio matrimonio, quello che facciamo noi due è semplicemente, intrattenerci piacevolmente l’un l’altro, quando non sto con la mia famiglia. Tutto qui».

Carla sorride ed è bellissima.

«Lo so hai ragione» ammette, «è che ogni tanto penso che se gli altri sapessero, non capirebbero…»

«E’ per questo che non deve saperlo nessuno: questo è il nostro piccolo segreto…»

Annuisce. Ormai ha finito di rivestirsi e sta per uscire. Si è fatto tardi ed il nostro tempo è arrivato al termine, almeno per oggi.

«A proposito..» mi fa sulla soglia.

«Dimmi».

«Ho sentito mamma ieri, vorrebbe sapere che cosa hai deciso per Natale».

Sbuffo.

«Non fare così, lo sai che ci tiene ad avere la famiglia unita almeno a Natale…»

«Sì lo so… ma trovo che queste riunioni siano sempre così tristi».

«Verrà anche Luca da Padova… mancheresti solo tu…» insiste.

«E va bene» cedo «dille che ci sarò».

Mia sorella sorride soddisfatta, mi saluta con un bacio delicato e va via.

Io la guardo sorridendo come un ebete fino a che non è scomparsa oltre le scale, poi richiudo la porta e non posso fare a meno di pensare che, anche quest’anno, passerò un Natale di merda.

mercoledì 23 aprile 2008

UCCELLI

 (si consiglia la lettura ad un pubblico adulto vm18)

Il suo cazzo aveva uno strano sapore.
Ci pensava ogni volta che scopavano, ma poi si faceva prendere dalle varie cose - e c’è da dire che in questo Peter era molto bravo - e la storia del sapore passava in secondo piano. L’importante era soprattutto superare l’impatto iniziale. Anche perché poi, a furia di succhiarlo, era un po’ come se quel sapore si diluisse… per fortuna.
La cosa peggiore, probabilmente, era l’attesa.
Prima che finissero a letto, ogni volta, Susan continuava a vivere con una parte del suo essere in tensione, in attesa di quel momento. Domandandosi per tutto il tempo se e quando Peter le avrebbe chiesto di prenderlo in bocca.
Tutto questo, inutile dirlo, le toglieva parte del piacere, ma non sapeva come risolvere la questione, e si chiedeva se il problema fosse suo oppure di Peter. Anche perché non è che Susan ne avesse provati molti… di uomini.  Era ancora molto giovane, e Peter era la prima storia importante. Il primo che avesse succhiato.
No, cioè, ce n’erano stati altri due, prima, ma nel primo caso era ubriaca e non ricordava niente. Nel secondo, aveva una mentina in bocca e questo, in qualche modo, aveva falsato l’intera faccenda. Non c’era modo di sapere se anche gli altri due avessero lo stesso sapore orribile e non era uno di quegli argomenti che tiri facilmente in ballo con le amiche.
Aveva pensato di buttarla lì, casualmente, durante il the delle cinque… "A proposito, ma i cazzi hanno tutti lo stesso sapore?"
Ma poi, ogni volta, si rendeva conto che non poteva. Immaginava la faccia scandalizzata di Lizzy. O, peggio ancora, quella di Margie, prima velata di un rossore diffuso, mentre il liquido appena sorseggiato le andava di traverso, e poi contorta nell’atto di spruzzare il the sul tavolo, momentaneamente trasformata in una specie di fontana. No, non poteva prorio.
Era necessario trovare un’altra soluzione. Ma cosa? Provarne un altro era fuori discussione. lei amava Peter, non poteva succhiare quello di un altro, foss’anche col solo intento di effettuare una ricerca comparata sui sapori dei membri maschili e quindi senza alcun fine godereccio.
Ripensando alla storia della mentina, aveva allora provato a suggerire a Peter variazioni sul tema, con nutella, panna… l’aveva buttata sul bisogno di trasgressione per non dovergli rivelare che il suo cazzo aveva un sapore schifoso. Ma da quel punto di vista, manco a farlo apposta, Peter aveva scoperto di essere un tradizionalista. Gli piaceva la lingua di lei al naturale… ed ogni volta, Susan, ritornava a casa con quel po’ di insoddisfazione e quello strano sapore in bocca.
Poi, un giorno, tutto le fu chiaro.
La rivelazione arrivò nel modo più imprevisto: in campagna, durante uno dei soliti weekend a casa di zio Gerard.
Susan odiava le gite in campagna, odiava la natura col suo aspetto oltraggiosamente sano e, soprattutto, odiava lo zio Gerard ed il suo modo fastidioso di ridere per ogni fesseria. Il suo vocine rimbombante, nel silenzio della campagna, poteva arrivare a chilometri di distanza.
Un’esperienza devastante per una come lei, che amava le cose sussurrate, i mezzi toni tendenti al grigio, e le cornici di cemento a limitare l’invadenza del cielo troppo azzurro.
Eppure, in quell’occasione, l’insopportabile weekend si rivelò determinante, perché le consentì di capire.
perniciTutto successe a causa della passione di zio Gerard per la caccia.
Lui ne era un vero cultore. Pernici in genere, ma anche fagiani se capitava. Lui diceva che un giorno sarebbe andato in africa a cacciare leoni. Lo diceva convinto, ma non ci credeva nessuno e nessuno si sentiva di spiegargli che avrebbe dovuto decidersi un secolo prima, perché ormai, ameno di non trasformarsi in un bracconiere, non avrebbe mai potuto sparare al re della foresta. Lui lo diceva, generalmente alla seconda bottiglia di vino, e fondamentalmente nessuno lo cacava che, come tutti avevano scoperto, era il miglior modo per far funzionare queste riunioni familiari: ignorandosi.
Comunque, tra le tante fissazioni di zio Gerard, c’era quella che la cacciagione va frollata. Lui si riteneva il massimo esperto del gruppo, ma non capiva un accidente e frollava tutte le prede allo stesso modo. 5 -6 giorni. Che per un fagiano va benissimo, ma per una pernice no! E quell’estate, in particolare, faceva davvero caldo. Non sembrava neanche di stare nello Yorkshire, sembrava di stare in tunisia, tanto era caldo.
E zio Gerard aveva cacciato pernci, manco a farlo apposta.
Pernici appese alla veranda come macabri trofei, in attesa della giusta frollatura.
Non era stato facile fingere allegra normalità se, ogni volta che si usciva sul patio, si doveva fronteggiare quell’improvvisato patibolo avicolo e far finta di niente.
Comunque, fu quella sera, a cena, che arrivò la rivelazione.
Pernici troppo frollate e poco cotte.
Già l’aspetto era quello che era, ma quando Susan mise in bocca la prima forchettata, sentì subito un inconfondibile sapore di marcio con il  retrogusto dolceamaro della carne ormai prossima alla decomposizione.
Fu più forte di lei: sputò subito tutto nel piatto e saltò in piedi esclamando: "Cristo… il cazzo di Peter!"




(Si ricorda che dove non specificato diversamente, i contenuti di questo blog sono regolati dalla vigente legge sul diritto d’autore)

domenica 13 aprile 2008

Quando il cinema d'autore conquista il pubblico

La Decima Musa (incontro con Jean-Luc Motàrd)


D:          Signor Motàrd, quest'anno lei ha trionfato al Festival Internazionale di Akjusbitznirawiztnisk, nel Kahzakistan, per la quarta volta consecutiva, presentandosi però con una pellicola decisamente atipica rispetto alla sua produzione precedente.
R:           Sì.


D:          Ecco… esatto. Ehm, e ci potrebbe spiegare come mai, dopo aver diretto tre capolavori come "Il Sole Brucia", "il Sole Brucia 2" ed "il Sole Brucia Ancora" ha deciso di cambiare completamente registro narrativo, spiazzando il pubblico, passando, invece, ad un'opera così sostanzialmente diversa come "Ustione al Mare?"
R:       Avevo quasi ultimato la stesura della sceneggiatura di "il Sole Brucia Ancora 2" quando, tutt'ad un tratto, mi sono reso conto che un'operazione del genere non avrebbe aggiunto niente di nuovo a quanto avevo già raccontato ed ho capito quanto fosse inutile. Così, senza fermarmi a rifletterci sopra, ho bruciato il copione, il computer e, già che c'ero, ho dato alle fiamme anche la villa di Palm Beach.
Mi rendo conto che, nei tre film precedenti, ho solo scalfito l'argomento che mi sta a cuore, ma continuare su quella strada mi avrebbe portato solo ad un impantanamento intellettuale, ad una stasi intollerabile, capisce? Per anni ho sostenuto che la sostanza e la forma devono essere un tutt'uno, il problema è delinearne i rapporti di forza. Ho sempre cercato di far sì che le cose si equivalessero, solo ora mi rendo conto che  è molto meglio far prevalere la forma, così puoi fare un film anche privo di sostanza e di idee, prendendo per il culo un po' tutti. Inoltre mi sembrava venuto il momento di rinnovarmi. Anche il pubblico si aspettava qualcosa di nuovo da me… non dimentichiamoci che sono sempre stato un innovatore, il primo a rompere i rigidi schemi hollywoodiani montando un film al contrario. E con questo "Ustione al Mare" sento di averlo accontentato.


D:          E' sintomatico il fatto che, nonostante l'assoluta novità del contenuto, il film mantenga la stessa identica ambientazione delle tre pellicole che lo hanno preceduto?
R:          Certamente! Ho ambientato tutti i miei film sul­la spiaggia di Monteporcino Calabro perché trovo molto stimo­lante la fissità di quello scenario, la sua struggente e arida desolazione. Inoltre volevo che al pubblico non sfuggissero alcuni determinati punti di contatto che accomunano, per così dire, l'intera mia produzione.


D:        Anche gli attori sono gli stessi.
R:           Sì, per lo stesso motivo.


D:           Anche i dialoghi sono identici.
R:           Ovviamente.


D:        E poi, all'improvviso, ecco la svolta geniale… co­me ha fatto ad intuire l'effetto spettacolare e innovativo che si sarebbe ottenuto ambientando «Ustione al Mare» in pieno inverno?
R:      Mi pare evidente che, dopo aver ambientato i primi tre film in estate, il logico passo successivo dovesse essere, necessariamente, quello di cambiare stagione, coglien­do alla sprovvista gli stessi protagonisti della storia.
La scelta non poteva che cadere sull'inverno, che con le sue mareggiate ed i suoi temporali distruttivi e rigeneratori al tempo stesso, dava l'esatto senso dell'impotenza del prota­gonista, conscio dell'approssimarsi della catarsi, e della sua disperata lotta per la vita.


D:        Ma lei aveva già previsto una soluzione di questo genere, quando incominciò a girare «Il Sole Brucia», o l'idea è maturata successivamente?
R:        In un certo senso sì, avevo già previsto uno svol­gimento simile, altrimenti non avrei fatto indossare abiti in­vernali ai protagonisti dei primi tre film. Loro, evidentemen­te, sapevano benissimo che sarebbe giunto l'inverno e non vole­vano farsi cogliere impreparati, ecco il perché delle giacche a vento a ferragosto, che tanto mi furono contestate da certa critica di bassa levatura culturale. Ed è nella stessa prospet­tiva che va collocata la nudità del protagonista in «Ustione al Mare».


D:        Potrebbe spiegarsi meglio?
R:        No.


D:        Soffermandoci su alcuni particolari di carattere tecnico: lei ha girato tutto il film in presa diretta, po­trebbe spiegarci perché?
R:        Il mio montatore è un perfetto imbecille. L'ulti­ma volta si è ingoiato dodici metri di pellicola, ed io, oltre a dover girare nuovamente le scene ingurgitate, ho dovuto anche accompagnarlo di corsa in ospedale.


D:        E cosa ci può dire della colonna sonora?
R:      Della normale musica sarebbe risultata troppo ba­nale come colonna sonora e, soprattutto, non sarebbe servita al mio scopo. Quindi sono ricorso a delle registrazioni effet­tuate all'interno di un acquario.


D:        Un po' insolito, non le sembra?
R:      Proprio come volevo… i gorgoglii dei pesci, l'e­nigmatico rumore delle acque, conferiscono all'azione un sin­golare senso di irrealtà, ed avvertono lo spettatore che, ciò che egli sta vedendo sullo schermo, presenta più significati: uno immediato, facilmente recepibile, e l'altro interiore alla vicenda stessa… subacqueo, ma ben vivo, al di sotto degli a­gitati mari delle passioni umane.


D:    E' per questo motivo che i protagonisti recitano sfoggiando maschere da sommozzatore complete di boccaglio?
R:        Esattamente. Tutti gli elementi si combinano al fine di far entrare lo spettatore nella giusta visuale pro­spettica.


D:        I boccagli non sono risultati di ostacolo per la recitazione degli attori?
R:        Assolutamente no. Sono stati uno stimolo. E co­munque, non dimentichiamo che i dialoghi sono gli stessi del film precedente… la cosa importante non è il dialogo, ma l'a­zione, che invece è sostanzialmente diversa.


D:        Anche il fatto di aver usato una cinepresa giocat­tolo sembra voler portare l'intero discorso verso l'ovvia conclusione...
R:     Bisognava colpire violentemente il pubblico, nello stesso modo in cui viene colpito il protagonista quando scopre la propria asessualità. L'instabilità delle riprese, ottenuta usando una cinepresa giocattolo, è lo specchio fedele dell'in­stabilità dell'uomo quando scopre se stesso, o,meglio, quando scopre di non essere se stesso, ma di essere un altro.
D:           Ed  è sempre per mettere in risalto la diversità del protagonista che ha fatto colorizzare manualmente ogni fo­togramma della pellicola che lo ritraeva?? 
R:            In un primo momento avevo pensato di farlo recita­re completamente verniciato, con una pittura lavabile di secon­da mano, ma,  a parte gli effetti tossici che tutti possono facilmente immaginare e che avrebbero potuto privarmi dell'attore prematuramente,  mi sono reso conto che l'effetto smorzava la dram­maticità della storia.. Quindi ho optato per la colorizzazione manuale della sua figura, che ha così-,acquistato una splendida sfumatura color zafferano.
D:         Si è rivolto a qualche equipe specializzata per questa difficile operazione?
R:          Ho fatto colorare l'intera pellicola ai miei due bambini, che così, impegnati da questo lavoro, non mi hanno rot­to le scatole per varie settimane. Del resto non volevo un la­voro perfetto.. .Le sbavature di colore rendono ancora più evi­dente e drammatica la situazione del protagonista, che è consa­pevole di non avere vie d'uscita...
D:         E' per questo motivo che, alla fine del film, il protagonista comprerà una lampada a raggi ultravioletti, abban­donandosi ad essa ed ustionandosi fino alle estreme conseguenze?
R:            La morte è necessaria: egli non vede altre soluzio­ni. Non dimentichiamoci che la fidanzata è fuggita portandogli via la dentiera...

D:            Una dentiera che è ben lungi dall'essere soltanto una dentiera. Se ho ben capito...
R:            Esatto. La dentiera è chiaramente un simbolo fal­lico inverso, e più precisamente è il simbolo del fallo del protagoni­sta, che in realtà ne è evidentemente privo, ma che rifiuta di accettare questa realtà per tutta la durata del film, fino a quando non viene messo davanti all'evidenza dei fatti dal ca­lamaro parlante.


D:         Un ultimo chiarimento per quanto riguarda la du­rata...
R:        Il film dura sedici ore e trentasette minuti... i secondi non me li ricordo.


D:        C'è un motivo particolare?
R:        Inizialmente volevo fare un film di diciassette ore esatte. Si tratta di un numero simbolico, ma poi mi è fi­nita la pellicola, e quell'idiota del produttore non ha voluto concedere nessuna aggiunta a quello che doveva essere il budget iniziale, così...


D:        Ha già deciso come si intitolerà il prossimo film?
R:           Sono indeciso tra due possibili soluzioni. O lo intitolerò «Raggi Roventi» o ripiegherò su «Ustione al Mare 2», ma in entrambi i casi sarà parlato in sanscrito, con sot­totitoli in dialetto Matabele.


D:        Ma così non si capirà niente.
R:        Non fa niente, tanto i dialoghi saranno gli stessi dei due film precedenti.


D:        Qualche altro progetto per il futuro?
R:        Mi piacerebbe fare un film-documentario sull'ac­coppiamento dei calamari, ma sarà difficile se non si decideran­no a togliermi questa maledetta camicia di forza.


D:        Forse non avrebbe dovuto staccare a morsi il naso del pro­duttore.
R:        Forse si... ma in quel momento mi è parsa una buona idea