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sabato 21 dicembre 2024

La Straniera d'Inverno (parte 2)

Sempre in anteprima mondiale, siamo lieti di presentare altri due estratti dal romanzo ormai in fase di ultimazione. Nel primo viene raccontata la prima notte d'amore della giovane Masha, (un'amica di Lidia), con Misha, un ufficiale russo cugino di Alexander. Nel secondo, invece, un drammatico momento tra Lidia e MacKeron, nella Leningrado martoriata dai bombardamenti. Anche qui potrete notare la padronanza della scrittura delle due donne ed il sublime modo di evocare momenti e sensazioni straordinarie:

Mentre le mani di lui scorrevano sul suo corpo, Masha provò una sorta di vertigine e si chiese se fosse davvero lei, lì, in quel momento, ad annegare la propria consapevolezza tra le braccia di un uomo che conosceva appena. Lei, che aveva passato 10 anni in un collegio di suore… lei, che non aveva mai rivolto la parola ad un uomo nel corso dei suoi primi 16 anni vita. Lei, che era così timida e pudica, che la sera, da sola, quando si spogliava per indossare la camicia da notte, lo faceva al buio, perché si vergognava della sua stessa ombra. Eppure adesso era lì, nuda, ansimante, in attesa di baci avidi, di carezze, in attesa di essere resa, finalmente, donna da un uomo… dal suo uomo. Proprio come succedeva nei meravigliosi romanzi d'amore che leggeva di nascosto, la sera, in soffitta, quando i genitori dormivano.
E mentre contemplava il corpo di Misha, finalmente libero dagli orpelli della divisa, esporre la propria possente muscolatura, mentre lasciava scorrere le dita sul suo virile torace, cosparso di peli, mentre sentiva la sua maschia virilità ergersi e premere contro di lei, incurante delle basilari leggi di gravità, capì che fino a quel momento la sua vita era stata solo nullità… e che solo ora era davvero viva.
Rise come inebriata arcuando il corpo all'indietro per accogliere meglio il poderoso alfiere del piacere di Misha, pronta a fondere il proprio immenso desiderio con quello di lui. Rise come una bambina ebbra di voglia di vivere… ed in quel momento… Misha grugnì come un pollo al quale stessero tirando il collo. Diede un'ultima violenta spinta, e si rivoltò di lato ansando lasciandola perplessa con una improvvisa sensazione di vuoto.
"Ma cosa?" mormorò incerta.
Lui le sorrise appagato e le carezzo dolcemente il volto, intrecciando le dita nei suoi lunghi riccioli dorati.
"Sei più bella dell'alba che fa risplendere le guglie di Leningrad… mia principessa…"
"Sì, ma… è già finto?" Domandò lei, sempre più confusa.
"Mia piccola e dolce Masha… si vede che era la tua prima volta… non sai ancora niente della vita, mio dolce fiore, ebbene sì amore… è finita…"
"Uh".
"Qualcosa non va?" le chiese l'uomo, leggendo un vago disagio nel modo in cui lei si mordicchiava il labbro…
"No… no… è solo che, credevo durasse un po' più di 30 secondi…" disse lei, avvertendo come un grido di protesta levarsi dalla sua intimità insoddisfatta.
"Ah!" fece lui allargandosi in un ampio sorriso. "No dolce stella del mattino… è un errore comune di molte donne, ma non preoccuparti, è così che dev'essere…" poi si voltò dall'altro lato e, afferrata la bottiglia di vodka, cominciò a bere rumorosamente. Quando ne ebbe vuotato il contenuto si lasciò ricadere sul cuscino.
"Sai…" le disse dopo un attimo, "sono davvero felice". Poi ruttò rumorosamente e si addormentò all'istante.
Masha rimase lì, accovacciata al suo fianco. A contemplare quel bellissimo volto, così maschio, così sereno. Quella bocca dal contorno virile, piegata in un mezzo sorriso, con un rivolo di bava che colava da un lato. Ed il poderoso alfiere, ormai ridotto alle dimensioni di un pedone… pendente, sconfitto.
Per un attimo Masha provò l'irrazionale impulso di afferrare una balalaica e sfasciarla in testa a Misha. Poi si limitò a raggomitolarsi di lato con un sommesso gemito di insoddisfazione.
"Che ne sai tu degli uomini, in fondo…" si disse. E cercò di addormentarsi e di sognare un uomo diverso dagli altri, uno che potesse soddisfare quello strano desiderio che era rimasto inappagato e che così sarebbe rimasto per chissà quanto tempo.
Accidenti ai romanzi d'amore!
___  ___  ___


Lidia correva tra la folla. Una folla di sconosciuti… uomini e donne di un'altra epoca, che parlavano un'altra lingua. Uomini dal volto segnato dalla guerra e dalla fame. Donne dagli occhi che avevano pianto mariti e figli strappati via precocemente. Uomini e donne che, come lei, avevano perso la speranza e si stringevano caparbiamente alla volontà di andare avanti, almeno un altro giorno, prima di arrendersi al destino. E così facendo, vivevano, ostinatamente, giorno dopo giorno.
Lidia non li conosceva. Non sapeva quali terribili storie si celassero nei loro sguardi feriti. Non sapeva niente di loro, ma avrebbe voluto ugualmente parlargli per dir loro: "Vi togliete dai piedi brutti stronzi?!" Ma tanto a che sarebbe servito, non capivano una cippa né di ciociaro, né di inglese… erano russi quelli! E camminavano, instancabili, lungo la strada, impedendole di avanzare… impedendole di correre via da… MacKeron.
Ancora le rimbombavano nelle orecchie le dure parole dell'uomo, mentre fuggivano sotto il feroce bombardamento tedesco. Rimbombavano cupe, le parole, confondendosi con i più cupi boati delle esplosioni: "e questo sarebbe il posto dove avremmo dovuto rifarci una vita?! Maledetta donna… se proprio dovevo morire in guerra, dovevo farlo lì, in un dolce campo erboso della mia patria, combattendo per la libertà, tra gli uomini del mio clan! Fratelli come me… vigorosi uomini in gonnellino, fieri di mostrare al nemico il proprio batacchio, e non qui, in questa fredda landa lontano mille miglia da casa…"
Quelle dure parole l'avevano ferita profondamente, lacerandole l'anima. Facendole molto più male del fatto che, correndo sotto i calcinacci, continuasse a pestarle i piedi.  Quelle parole erano ingiuste. Che ne sapeva lei, che l'arcana magia che le permetteva di viaggiare attraverso tempo e spazio, li avrebbe strappati all'atroce campo di battaglia di Cullhoden, nella scozia del 1700, per portarli in una Leningrado assediata dai tedeschi?
Aveva cercato di spiegarglielo. Aveva cercato, nel viso segnato di MacKeron, quel dolce sguardo da cagnolone di cui si era innamorata, al ballo del solstizio, quando, tenendola stretta tra le braccia forti, aveva piroettato lungo la pista, sotto le mille luci dei lampadari di cristallo, e poi le aveva insinuato la lingua nell'orecchio sussurrando dolcemente "ti stantufferei per tutta la notte, piccola…"
Quello sguardo dolce, velato di una sottile ottusità belluina, con cui l'uomo aveva esplorato il suo corpo nudo, libero dal vestito di velluto verde, ed offerto a lui ed ai raggi della luna pallida, quella stessa notte.  Quando le aveva sorriso, bellissimo e, accarezzandole i capelli, le aveva detto: "Hai idea di quello che provo?"
"No" aveva sospirato lei stringendosi contro di lui, mentre le gambe le cedevano "Ho idea soltanto di quello che provo io". Poi, seguendo lo sguardo ammiccante di MacKeron, aveva scorto il prepotente e promettente rigonfiamento dei pantaloni, "Oh… beh… forse un'idea adesso me la sono fatta" aveva aggiunto, arrendendosi, infine, al desiderio dell'uomo.
Aveva cercato, dunque, col suo sguardo implorante, quello sguardo di allora. Aveva cercato disperatamente, coi suoi occhi languidi, quegli occhi da peloso orsetto lavatore.
E per un attimo lei e MacKeron erano rimasti  immobili, a guardarsi. Incuranti delle esplosioni che continuavano a seminare devastazione in una Leningrado ferita, ma non vinta.
Incuranti della parete che stava crollando, alla loro destra, rivelando le viscere di un palazzo crudelmente sventrato, ed il vecchietto arroccato sulla tazza del gabinetto che li fissava con spaurita confusione.
Ma quegli occhi non c'erano più. C'era una fiera rabbia che ardeva rendendolo una figura gelida e remota, e lei, incapace di sopportarlo, lo aveva lasciato là ed era corsa via, ignorando il suo richiamo. Incurante delle parole dello scozzese, che la inseguivano: "Lidia… aspetta… Lidia non correre… hai il mio portafogli addosso !" ...

(Si ricorda che dove non specificato diversamente, i contenuti di questo blog sono regolati dalla vigente legge sul diritto d'autore)

domenica 18 novembre 2012

Agente 007 Schìfol

Il buon agente 007 ci ha abituato da sempre a un elevato grado di implausibilità nelle sue eroiche avventure. Col nuovo corso “Daniel Craig” ci si era orientati verso un registro leggermente più realistico, spettacolare, è ovvio, stiamo sempre parlando di 007 e il pubblico ha delle aspettative, ma non completamente folle come nel caso dei più o meno illustri predecessori.

Questo terzo capitolo firmato da Sam Mendes, tuttavia, ritorna un po’ ai passati lustri, non tanto per l’assurdità delle scene d’azione, quanto per l’assurdità della storia in sé.
Ora, io lo so come funzionano queste cose: il pubblico vuole colpi di scena, azione, ancora colpi di scena, tanto ritmo, un po’ di fica, e un ultimo colpo di scena per chiudere in bellezza. Lo sceneggiatore, ai giorni nostri, è una specie frustrata alla perenne ricerca di un’idea, non nuova, perché ormai la novità è un’utopia, ma quanto meno leggermente originale e accattivante, per svoltare la giornata lavorativa e portare il risultato a casa. Soprattutto nell’ambito delle spy story, l’impresa è particolarmente ardua perché il pubblico si aspetta già tutto… è gente che è cresciuta a pane e Alias questa… gente che capisce e conosce. Ecco che, dunque, il meschino sceneggiatore, alla ricerca di una storia, si perde, si confonde, si lascia abbagliare e suggestionare dalla goduriosa ideazione di snodi tutto sommato ingiustificati e ingiustificabili a scapito di una logica basilare che, invece, dovrebbe prevalere su tutto. E qua non è che io voglia fare il “ragioniere” della sceneggiatura. La sospensione dell’incredulità la conosco, ci lavoro, la uso… ma va costruita con un minimo di attenzione. Non è che in suo nome si possano mettere in scena un gruppo di personaggi che agiscono a cazzo di cane, sperando che nessuno se ne accorga, perché in questo caso il risultato farà inevitabilmente cacare.
Ma veniamo al punto fondamentale.
L’intera ossatura di questo film si basa su due astuti piani, uno più idiota dell’altro.
In parole povere, sintetizzando, la storia è più o meno questa.
James è in missione: hanno rubato dei dati sensibili su agenti sotto copertura (una cosa nuova che non si era mai vista). Lui deve recuperarli, affronta il cattivone in un inseguimento jamesbondiano, ma al momento critico, per non correre rischi, M dà ordine a un secondo agente di far fuoco, anche se il bersaglio non è pulito e se, per intenderci, la sporcizia sulla linea di tiro è costituita proprio da 007. L’agente spara e, invece di colpire il cattivo, colpisce il nostro eroe che precipita nel vuoto e viene dato per morto. Ovviamente James è ancora vivo, ma deluso dalla mancanza di considerazione e fiducia che ha portato M a ordinare di sparargli, si prende un periodo sabbatico in cui beve, scopa e si imbolsisce… e fin qui, nulla da eccepire.
Il problema nasce quando la mente dietro il furto di quei dati, organizza un attacco contro la sede dell'MI6 facendo saltare tutto in aria e uccidendo sette agenti. M viene messa in discussione dai vertici e James ritorna perché si sente in dovere di mettere nuovamente al servizio della Gran Bretagna la sua mascolina virilità e la sua cazzutaggine.
Va detto che l’inossidabile è ridotto un po’ una ciofeca, non gli si darebbe una sterlina in mano considerando il sopraffiato e la mira che sfoggia in allenamento, tuttavia M lo reintegra in servizio anche se è ben lontano dal passare i test per tornare operativo... e va bene anche questo.
James va, ribecca il cattivo dell’inseguimento iniziale e lo maciulla con estrema facilità. Trova il supercattivone (Javier Bardem ) e scopre che si tratta di un ex agente (oh cazzo !) una specie di super 007 ante litteram che vuole vendicarsi di M perché lei in un momento critico lo aveva abbandonato in pasto ai cinesi (ci si stupisca di fronte alla simmetrica parabola che unisce le vite di protagonista e antagonista, in una sorta di poetica fratellanza). Bardem racconta una pregevole storiella dalla quale si evince che se metti una massa imprecisata di topi in un una trappola, senza cibo, e li fai mangiare tra loro, gli ultimi due sopravvissuti non mangeranno più cocco, ma carne. Gli ultimi due topi sono metaforicamente Bardem e Craig. E possono mangiarsi tra loro o allearsi contro M. Vabbè, che ve lo dico a fare? James non si allea manco pe' gnente, cattura il supercattivone che viene portato nella sede dell'MI6 e a questo punto… il colpo di genio! Si scopre che Bardem voleva farsi catturare e che tutto ciò faceva parte del suo astuto piano per uccidere M. La quale, precisiamo, non si trova chiusa in un bunker all’interno dell'MI6… ma fuori perché oggetto di un’inchiesta governativa. Quindi Bardem evade facendo un gran casino, se ne va per le vie della city, dove lo aspettano orde di suoi agenti, e assalta la sede del governo in cui si sta svolgendo l'inchiesta, inseguito da un incazzatissimo 007.
Ma perché?! Perché?!!
Ragioniamo un attimo con l'ausilio di un testo didattico.
[estratto dal libro di testo della scuola elementare per spie e agenti segreti] Problema: Sei un super agente scaltro e letale, vuoi uccidere M. Nessuno sa neanche che esisti e che vuoi vendicarti del tuo bersaglio. Come ti comporti?
A) Vieni a Londra in incognito, rapisci M, te la porti dove vuoi e la uccidi con calma.
B) Vieni a Londra in incognito e, a distanza di sicurezza, metti una pallottola in testa al tuo bersaglio usando un fucile di precisione.
C) Non vieni neanche a Londra in incognito, ci mandi un killer prezzolato che faccia tutto il lavoro sporco.
D) Ti fai identificare e catturare di proposito, evadi, mentre tutti ti danno la caccia ti attieni a un piano complicatissimo e rischiosissimo per assaltare la sede del governo dove si trova il tuo bersaglio mentre, contemporaneamente, cerchi di sopravvivere al miglior agente segreto nemico, che vuole farti fuori e dall'MI6 avvertono il tuo bersaglio del pericolo che sta correndo, col rischio che si dia alla fuga prima del tuo arrivo.
E) Ti compri un ukulele, ingrassi di trenta chili e componi inquietanti adattamenti di “Over the Rainbow”
Come si evince dal test, non c’è proprio motivo di creare un piano così complicato, basato su così tante variabili e così soggetto al fallimento. E infatti Bardem fallisce miseramente garantendo agli spettatori un'altra mezzoretta di adrenalina allo stato puro.
Non contento di essere stato raggirato dal geniale piano di Bardem, il secondo topo, James, per mettersi sullo stesso livello del suo antagonista, elabora un secondo piano altrettanto astuto: prende M e la porta nell’avita dimora dei Bond, in una brughiera desertica e nebbiosa dove saranno completamente soli alla mercé del supercattivone e dei suoi uomini.
Mentre la centrale operativa dell'MI6 lascia brandelli di informazioni per condurre il frustratissimo Bardem verso la sua esca, Bond , M e un vecchio guardiacaccia che fa molto old english style, si trasformano in un incrocio tra l’Ateam e Mamma ho perso l’aereo, disseminando la casa di astute trappole mortali. Lo scontro finale è dunque epico e coreografico, ma si conclude comunque con la morte di M, anche se il topo cattivo non ha il tempo di gioirne perché il topo buono lo uccide prima che possa rendersi conto di aver raggiunto il proprio scopo.
Ma, la domanda nasce spontanea, se l’M6 sa dove si trova Bond, avendo fatto in modo di mandarci Bardem, perché lo lascia lì da solo, senza neanche una mitraglietta leggera per difendersi? In base a quale ragionamento fronteggiare volontariamente l’attacco di Bardem, di una decina e passa di scagnozzi e finanche di un elicottero militare, da soli e senza armi dovrebbe essere una scelta vincente?
E' vero, da un certo punto di vista potremmo dire che laddove Bardem fallisce col suo primo piano, riesce Bond, al quale forse, sotto sotto, M stava un po' sui coglioni... ma non credo che il film volesse andare in questa direzione.
La pellicola finisce dunque così, lasciandoci questo angoscioso interrogativo: se Craig e Bardem sono i più astuti agenti in circolazione, di cosa saranno mai capaci gli altri?
Alla fine, l’unica cosa veramente buona di questa storia, è che nel caso ci trovassimo su un’isola piena di topi, sappiamo come disfarcene, stando attenti agli ultimi due però, perché, come abbiamo potuto costatare, sono in grado di elaborare arguti piani dalla portata davvero catastrofica… io vi ho avvisati.

mercoledì 14 dicembre 2011

Immortals


Gli americani, si sa, sono una nazione relativamente giovane. Non hanno un passato degno di tale nome e questo gli ha sempre causato una specie di sottile senso di inferiorità che, poiché non amano considerarsi inferiori a qualcuno, si concretizza in una specie di schizofrenia aggressiva. Sarà forse alla base di questo rapporto confuso e contraddittorio col passato che, negli ultimi tempi, i film di ambientazione mitologica, classica, greco-romana o giù di lì gli vengono veramente una chiavica. Troy faceva cacare anche gli stitici (se mi si consente il francesismo), Alexander era raccapricciante con un improbabile quanto grottesco Colin Farrell biondo (biondo!?!? ma come si può? Secondo me questa cosa gli ha stroncato la carriera) e un Oliver Stone che sembrava più interessato alla bisessualità di Alessandro Magno che a tutto il resto. 300 era anche lui una porcheria, ma, se non altro, era fedele al fumetto. Però sono dell'opinione che la storia delle Termopili sia così profondamente drammatica ed epica da non aver bisogno di tutto l'ambaradan di Miller che ha finito per trasformare il film in un banale racconto supereroistico. E, lo so qualcuno ci resterà male, ma anche il Gladiatore era una notevole minchiata, girato bene quanto si vuole, ma con dei buchi di sceneggiatura grandi come il colosseo.
Tuttavia questo “Immortals” è probabilmente il peggio del peggio: un film senza né capo né coda, con un protagonista scialbo dalle motivazioni confuse, uno zeus altrettanto confuso senza motivazioni, e una regia che non aggiunge e non toglie nulla.
La trama? Perché farci del male?
Vabbè, comunque è presto detto: Iperione s'è incazzato come una iena con gli dei per la morte dei propri cari. Divorato dalla sete di vendetta ha radunato un esercito immenso e dà la caccia all'arco di Epiro con cui libererà i Titani dalla loro prigionia. Gli dei lo sanno, ma non intervengono direttamente nelle faccende umane perché... perché... perché?! Non so perché! Ah già perché, come dice Zeus, se loro (gli dei) non hanno fiducia negli uomini, come possono gli uomini avere fiducia negli dei?
Forse se gli dei muovessero il culo, evitando a Iperione di massacrare tutti i poveri elleni che finiscono sulla sua strada, i greci finirebbero per avere tanta, tanta, tanta fiducia in loro... ma poi il film finirebbe nel giro di dieci minuti (e magari!)...
Indi per cui, niente, gli dei stanno a guardare e il villaggio di Teseo, che è il prescelto di Zeus, viene massacrato dai cattivoni e la madre del nostro eroe viene sgozzata dal perfidissimo Iperione, che in questo film sembra essere l'unico a sapere esattamente cosa vuole.
Teseo s'incazza ma al momento questa sua rabbia non si concretizza in niente di che. Anzi, starebbero per sgozzarlo come un agnellino ma Iperione gli risparmia la vita ritenendo che un babbasone di quella taglia possa dare il meglio di sè lavorando nelle miniere di sale. Inutile dire che Teseo in quelle miniere non arriverà mai. Alla prima occasione il nostro prode fugge eroicamente, salva una sacerdotessa vergine dalla prigionia, successivamente la salva anche dalla verginità, trova l'arco, poi lo perde. Mazzate per tutto il film ma un po' a cazzo cane. Gli dei continuano a non far nulla e quell'unica volta che provano a salvare Teseo, Zeus fa quasi una strage.
Quando il pubblico sta cominciando ad assopirsi Teseo raggiunge finalmente le mura del tartaro dove si terrà lo scontro finale.
Approfittando del caos della battaglia Iperione continua a fare un po' quel che gli pare e, dulcis in fundo, libera i Titani. Solo a questo punto Zeus e i suoi scendono in campo giusto in tempo per farsi riempire di botte da un'orda di titani con la bava alla bocca.
Alla fine, rimasto solo, prima di soccombere, Zeus fa franare l'intera montagna su di sé e sui suoi nemici, salvo squagliarsela verso l'Olimpo all'ultimo istante con un volo tipo superman fregando tutti.
Intanto Teseo, che di fatto fino a questo momento non ha combinato un beneamato cazzo, ed anzi, ha agevolato Iperione permettendogli di impossessarsi dell'arco, si sfascia di botte contro il suddetto, lo uccide ma ci lascia le penne anche lui.
Sulla base di questo enorme contributo, gli dei lo premiano con una gloriosa discendenza...
Che altro dire?
Una cosa ci sarebbe, effettivamente. Date le premesse ed i precedenti era lecito aspettarsi una cacata di queste proporzioni, quindi potreste giustamente chiedermi perché abbia deciso di vederlo.
La risposta è una sola: perché sono un idiota.

domenica 13 aprile 2008

Quando il cinema d'autore conquista il pubblico

La Decima Musa (incontro con Jean-Luc Motàrd)


D:          Signor Motàrd, quest'anno lei ha trionfato al Festival Internazionale di Akjusbitznirawiztnisk, nel Kahzakistan, per la quarta volta consecutiva, presentandosi però con una pellicola decisamente atipica rispetto alla sua produzione precedente.
R:           Sì.


D:          Ecco… esatto. Ehm, e ci potrebbe spiegare come mai, dopo aver diretto tre capolavori come "Il Sole Brucia", "il Sole Brucia 2" ed "il Sole Brucia Ancora" ha deciso di cambiare completamente registro narrativo, spiazzando il pubblico, passando, invece, ad un'opera così sostanzialmente diversa come "Ustione al Mare?"
R:       Avevo quasi ultimato la stesura della sceneggiatura di "il Sole Brucia Ancora 2" quando, tutt'ad un tratto, mi sono reso conto che un'operazione del genere non avrebbe aggiunto niente di nuovo a quanto avevo già raccontato ed ho capito quanto fosse inutile. Così, senza fermarmi a rifletterci sopra, ho bruciato il copione, il computer e, già che c'ero, ho dato alle fiamme anche la villa di Palm Beach.
Mi rendo conto che, nei tre film precedenti, ho solo scalfito l'argomento che mi sta a cuore, ma continuare su quella strada mi avrebbe portato solo ad un impantanamento intellettuale, ad una stasi intollerabile, capisce? Per anni ho sostenuto che la sostanza e la forma devono essere un tutt'uno, il problema è delinearne i rapporti di forza. Ho sempre cercato di far sì che le cose si equivalessero, solo ora mi rendo conto che  è molto meglio far prevalere la forma, così puoi fare un film anche privo di sostanza e di idee, prendendo per il culo un po' tutti. Inoltre mi sembrava venuto il momento di rinnovarmi. Anche il pubblico si aspettava qualcosa di nuovo da me… non dimentichiamoci che sono sempre stato un innovatore, il primo a rompere i rigidi schemi hollywoodiani montando un film al contrario. E con questo "Ustione al Mare" sento di averlo accontentato.


D:          E' sintomatico il fatto che, nonostante l'assoluta novità del contenuto, il film mantenga la stessa identica ambientazione delle tre pellicole che lo hanno preceduto?
R:          Certamente! Ho ambientato tutti i miei film sul­la spiaggia di Monteporcino Calabro perché trovo molto stimo­lante la fissità di quello scenario, la sua struggente e arida desolazione. Inoltre volevo che al pubblico non sfuggissero alcuni determinati punti di contatto che accomunano, per così dire, l'intera mia produzione.


D:        Anche gli attori sono gli stessi.
R:           Sì, per lo stesso motivo.


D:           Anche i dialoghi sono identici.
R:           Ovviamente.


D:        E poi, all'improvviso, ecco la svolta geniale… co­me ha fatto ad intuire l'effetto spettacolare e innovativo che si sarebbe ottenuto ambientando «Ustione al Mare» in pieno inverno?
R:      Mi pare evidente che, dopo aver ambientato i primi tre film in estate, il logico passo successivo dovesse essere, necessariamente, quello di cambiare stagione, coglien­do alla sprovvista gli stessi protagonisti della storia.
La scelta non poteva che cadere sull'inverno, che con le sue mareggiate ed i suoi temporali distruttivi e rigeneratori al tempo stesso, dava l'esatto senso dell'impotenza del prota­gonista, conscio dell'approssimarsi della catarsi, e della sua disperata lotta per la vita.


D:        Ma lei aveva già previsto una soluzione di questo genere, quando incominciò a girare «Il Sole Brucia», o l'idea è maturata successivamente?
R:        In un certo senso sì, avevo già previsto uno svol­gimento simile, altrimenti non avrei fatto indossare abiti in­vernali ai protagonisti dei primi tre film. Loro, evidentemen­te, sapevano benissimo che sarebbe giunto l'inverno e non vole­vano farsi cogliere impreparati, ecco il perché delle giacche a vento a ferragosto, che tanto mi furono contestate da certa critica di bassa levatura culturale. Ed è nella stessa prospet­tiva che va collocata la nudità del protagonista in «Ustione al Mare».


D:        Potrebbe spiegarsi meglio?
R:        No.


D:        Soffermandoci su alcuni particolari di carattere tecnico: lei ha girato tutto il film in presa diretta, po­trebbe spiegarci perché?
R:        Il mio montatore è un perfetto imbecille. L'ulti­ma volta si è ingoiato dodici metri di pellicola, ed io, oltre a dover girare nuovamente le scene ingurgitate, ho dovuto anche accompagnarlo di corsa in ospedale.


D:        E cosa ci può dire della colonna sonora?
R:      Della normale musica sarebbe risultata troppo ba­nale come colonna sonora e, soprattutto, non sarebbe servita al mio scopo. Quindi sono ricorso a delle registrazioni effet­tuate all'interno di un acquario.


D:        Un po' insolito, non le sembra?
R:      Proprio come volevo… i gorgoglii dei pesci, l'e­nigmatico rumore delle acque, conferiscono all'azione un sin­golare senso di irrealtà, ed avvertono lo spettatore che, ciò che egli sta vedendo sullo schermo, presenta più significati: uno immediato, facilmente recepibile, e l'altro interiore alla vicenda stessa… subacqueo, ma ben vivo, al di sotto degli a­gitati mari delle passioni umane.


D:    E' per questo motivo che i protagonisti recitano sfoggiando maschere da sommozzatore complete di boccaglio?
R:        Esattamente. Tutti gli elementi si combinano al fine di far entrare lo spettatore nella giusta visuale pro­spettica.


D:        I boccagli non sono risultati di ostacolo per la recitazione degli attori?
R:        Assolutamente no. Sono stati uno stimolo. E co­munque, non dimentichiamo che i dialoghi sono gli stessi del film precedente… la cosa importante non è il dialogo, ma l'a­zione, che invece è sostanzialmente diversa.


D:        Anche il fatto di aver usato una cinepresa giocat­tolo sembra voler portare l'intero discorso verso l'ovvia conclusione...
R:     Bisognava colpire violentemente il pubblico, nello stesso modo in cui viene colpito il protagonista quando scopre la propria asessualità. L'instabilità delle riprese, ottenuta usando una cinepresa giocattolo, è lo specchio fedele dell'in­stabilità dell'uomo quando scopre se stesso, o,meglio, quando scopre di non essere se stesso, ma di essere un altro.
D:           Ed  è sempre per mettere in risalto la diversità del protagonista che ha fatto colorizzare manualmente ogni fo­togramma della pellicola che lo ritraeva?? 
R:            In un primo momento avevo pensato di farlo recita­re completamente verniciato, con una pittura lavabile di secon­da mano, ma,  a parte gli effetti tossici che tutti possono facilmente immaginare e che avrebbero potuto privarmi dell'attore prematuramente,  mi sono reso conto che l'effetto smorzava la dram­maticità della storia.. Quindi ho optato per la colorizzazione manuale della sua figura, che ha così-,acquistato una splendida sfumatura color zafferano.
D:         Si è rivolto a qualche equipe specializzata per questa difficile operazione?
R:          Ho fatto colorare l'intera pellicola ai miei due bambini, che così, impegnati da questo lavoro, non mi hanno rot­to le scatole per varie settimane. Del resto non volevo un la­voro perfetto.. .Le sbavature di colore rendono ancora più evi­dente e drammatica la situazione del protagonista, che è consa­pevole di non avere vie d'uscita...
D:         E' per questo motivo che, alla fine del film, il protagonista comprerà una lampada a raggi ultravioletti, abban­donandosi ad essa ed ustionandosi fino alle estreme conseguenze?
R:            La morte è necessaria: egli non vede altre soluzio­ni. Non dimentichiamoci che la fidanzata è fuggita portandogli via la dentiera...

D:            Una dentiera che è ben lungi dall'essere soltanto una dentiera. Se ho ben capito...
R:            Esatto. La dentiera è chiaramente un simbolo fal­lico inverso, e più precisamente è il simbolo del fallo del protagoni­sta, che in realtà ne è evidentemente privo, ma che rifiuta di accettare questa realtà per tutta la durata del film, fino a quando non viene messo davanti all'evidenza dei fatti dal ca­lamaro parlante.


D:         Un ultimo chiarimento per quanto riguarda la du­rata...
R:        Il film dura sedici ore e trentasette minuti... i secondi non me li ricordo.


D:        C'è un motivo particolare?
R:        Inizialmente volevo fare un film di diciassette ore esatte. Si tratta di un numero simbolico, ma poi mi è fi­nita la pellicola, e quell'idiota del produttore non ha voluto concedere nessuna aggiunta a quello che doveva essere il budget iniziale, così...


D:        Ha già deciso come si intitolerà il prossimo film?
R:           Sono indeciso tra due possibili soluzioni. O lo intitolerò «Raggi Roventi» o ripiegherò su «Ustione al Mare 2», ma in entrambi i casi sarà parlato in sanscrito, con sot­totitoli in dialetto Matabele.


D:        Ma così non si capirà niente.
R:        Non fa niente, tanto i dialoghi saranno gli stessi dei due film precedenti.


D:        Qualche altro progetto per il futuro?
R:        Mi piacerebbe fare un film-documentario sull'ac­coppiamento dei calamari, ma sarà difficile se non si decideran­no a togliermi questa maledetta camicia di forza.


D:        Forse non avrebbe dovuto staccare a morsi il naso del pro­duttore.
R:        Forse si... ma in quel momento mi è parsa una buona idea

venerdì 11 aprile 2008

Into the Wild

Finalmente sono arrivato ai confini del mondo.

Alle mie spalle c’è la civiltà, con le sue trappole, le sue false promesse, le sue soffocanti catene fatte di grevi sensi di colpa o stupide aspirazioni materiali, davanti… solo la libertà.

Fino a dove riesco a spingere lo sguardo posso vedere  solo la natura selvaggia. Una distesa immensa e bellissima… ed il suo richiamo è così seducente, quasi sensuale.

Finalmente ho l’occasione di scoprire davvero cosa sono.

Vorrei che i miei genitori potessero vedere… potessero almeno cercare di capirmi. Ma è inutile. Loro sono troppo inquadrati in questa assurda società capace solo di mentire. Se accetti il suo gioco e le sue regole, ne vieni risucchiato e reso un ingranaggio del meccanismo. Se ti rifiuti, gli ingranaggi stessi, a cui non ti sei voluto conformare, ti risucchiano e ti masticano per poi sputarti via ridotto ad un niente usato  e distrutto. Questo sono diventati ormai i miei genitori: ingranaggi. Ed io, per la società e per i miei genitori, sono solo un elemento impazzito ed inutile, da rifiutare prima che possa rivoltarglisi contro.

L’unica che avrebbe potuto capire cosa sto cercando di fare è mia sorella, ma non potevo portarla con me. Questo viaggio devo farlo da solo e poi, forse, un giorno, tornerò qui con lei, le farò vedere tutto questo…  e rideremo insieme.

Stamattina sono uscito a caccia, all’alba.

L’aria era fredda e pulita. Il cielo limpido. Per un attimo ho avuto la sensazione di essere l’ultimo uomo sulla terra e, per certi versi, è così. Qui io sono l’unico… l’ultimo.

Ho ucciso un alce ed ho cercato di macellarlo e di affumicare la sua carne, ma l’operazione è risultata un po’ più complicata del previsto.
Per un momento ho provato una sensazione di sconforto e tanta amarezza per tutto quel cibo perso, inutilmente, a causa della mia goffaggine, ma è stato solo un attimo. La prossima volta starò più attento… la prossima volta non sbaglierò.
...


“Ormai ci siamo quasi”.

“Sei proprio sicuro sia morto?”


“Guarda tu stesso…”

“Accidenti…”


“Che ti dicevo?”

“Che peccato… era ancora giovane, aveva tutta la vita davanti…”


 “Già”.

“Hai idea di come sia successo?”


“Un cacciatore”.

“Un cacciatore? Ma come? Sono almeno cento anni che non se ne vedono da queste parti!”


 "Questo è arrivato da poco… ha passato il fiume qualche giorno fa”.

“Merda…”


“Già”.

“Ma si può sapere perché vengono qui a tormentarci? Perché non se ne restano nelle loro città puzzolenti?”


“Forse perché sono puzzolenti…”

“E che cazzo, le hanno fatte loro così, no?”


“Già”.

“Un cacciatore… porca troia! Sarà meglio avvertire il resto del branco…”


- - - - -



«Sono salito quassù, sulla cattedra, per ricordare a me stesso che dobbiamo guardare le cose da angolazioni diverse... e il mondo appare diverso da quassù»

il Prof. Henry Keeting / Robin Williams, dal film L’Attimo Fuggente di Peter Weir
(PS la prima volta che ho visto l'attimo fuggente l'ho trovato un bel film:  lo so, lo so... ma nessuno è perfetto) 

CONSIDERAZIONI SERIE SUL FILM

Molti trovano che il protagonista di Into the Wild sia un eroe. Una figura da prendere come esempio per la fermezza ed il coraggio dimostrati nello scegliere una vita diversa. Fino alle estreme conseguenze.

Personalmente credo sia una questione di punti di vista.

Per esempio, qualcuno che nel consumismo ci sguazza per bene (e magari non vive a Napoli come me e deve farsi strada attraverso la 'monnezza ogni giorno), potrebbe dire che Into the Wild racconta la storia di un ragazzo problematico ed insoddisfatto che, non avendo la capacità di integrarsi nella società e relazionarsi al prossimo, al mondo del lavoro etc etc, sceglie una vita che per lui è "ricerca interiore", ma che invece è solo una fuga. Campa per due anni in modo assurdo, fuggendo a qualsiasi rapporto con "gli altri" e finisce per morire come un idiota mangiando una pianta velenosa. Di fatto, qualcuno potrebbe dire che ha buttato la sua vita.
Io, invece, mi pongo nel mezzo.

Per me il protagonista non è un eroe. Non lo ammiro più di tanto per quello che fa, anzi, in certi momenti lo trovo abbastanza irritante. Ma lo capisco ugualmente.

La lettura che do io a questo film (che comunque trovo bellissimo), è che il protagonista è una vittima. Vittima di una società che può spingerti a fuggire. Che quasi ti scaccia, a volte.
E' la vittima tragica di una famiglia sbagliata, di false aspirazioni, e di una sua incapacità: l'incapacità di rimanere se stesso e di vivere all'interno dei meccanismi che lo circondano, senza riuscire a restare se stesso. Per mantenere e far crescere la propria coscienza di sè, lui DEVE fuggire. ma se sia una vittoria o una sconfitta, non saprei dirlo.
Quello a cui rinuncia non è meno importante di quello che riesce (ma ci riesce davvero?) a trovare.
Indubbiamente, comunque, un ottimo spunto di riflessione per affrontare le nostre giornate "normali" con una consapevolezza e magari obiettivi diversi.

Passa il ponte tra noi due

locandinaPremetto subito (per quanti non l’avessero letto da qualche parte nei miei post precedenti) che sono cresciuto a pane e melodramma. Mio padre era un tenore e la mia infanzia è stata scandita dalle note di Verdi, Puccini e Donizetti anziché da quelle dei Pink Floyd che ho dovuto recuperare autonomamente con qualche anno di ritardo.


Quindi, anche se nel corso naturale della mia "evoluzione" musicale sono diventato tendenzialmente un rockettaro, c’è tutta una parte del mio essere che è profondamente sensibile alla "purezza" di una melodia classica e che non resiste al suono di una bella voce dal suono cristallino.


Tutto questo per dire che mi piacciono i Musical.


Si poteva fare anche con meno parole, ma sono un tipo prolisso io.


Vabbè non è una cosa grave. Amare i Musical, intendo. Essere prolissi lo è un po’ di più, soprattutto se scrivi per vivere, ma amare i Musical è, tutto sommato, un peccato veniale. Voglio dire, a conti fatti c’è gente che ha gusti ben peggiori, non dovrei sentirmi poi così in colpa. È solo che, in certi momenti, la mia parte rock non può fare a meno di guardare con una certa sufficienza l’altra mia parte: quella un po’ troppo melodica… non so, sarà un caso evidente di schizofrenia o una prerogativa dei gemelli… se qualcuno ha una risposta anche solo vagamente accettabile me la dia.


Comunque, tornando a noi, quando si parla di Musical non si può fare a meno di parlare di Andrew Lloyd Webber.


Ora… io lo so bene che il mondo è pieno di persone che trovano Webber musicalmente insignificante… non ultimo il buon Jonathan Coe (che è uno dei miei scrittori preferiti).  Ma devo ritenere che il loro giudizio sia influenzato da una diffusa insofferenza al musical in generale, e non a Webber in particolare, perché se c’è una cosa che gli si deve riconoscere (a Webber non a Coe) è che il suo lavoro lo sa fare ed anche con una notevole versatilità (oddio questo anche Coe, solo che non fanno lo stesso lavoro), basti pensare a come sono musicalmente diversi tra loro i suoi principali successi Jesus Christ Superstar (più rock), Cats (che va dal pop al jazz), Evita (più classico) e Il Fantasma dell’Opera (a tratti  addirittura operistico).


Nello specifico oggi tratteremo del Fantasma dell’Opera.

E del film di Joel Shumacher.

Ma brevemente, giuro.


Sintetizzando:

La storia del Fantasma dell’opera è sostanzialmente una storia d’amore. Nel musical e nel film (che sono praticamente quasi la stessa cosa) si tende ad enfatizzare proprio il carattere romantico del fantasma, che si trasforma in un eroe malinconico, pur nella sua natura oscura… ma tralasciando la sua parte più cupa e folle che nel romanzo lo rendeva decisamente meno affascinante (almeno per quel che ricordo, perché il libro l’ho letto davvero tanto tempo fa).


C’è una profonda e seducente sensualità nel rapporto tra il fantasma e Christine, resa perfettamente sia dalle musiche che dall’interpretazione degli attori (e dei cantanti) ed il passaggio che io letteralmente adoro, è quello che dà il titolo a questo post: Passa il ponte fra noi due.


Per chi non conoscesse la storia faccio un breve riepilogo:


Il Fantasma dell’Opera è un pazzo dal volto deforme che vive nei sotterranei del teatro dell’opera di Parigi. Va e viene come se niente fosse attraverso innumerevoli passaggi segreti e fa un po’ quel che gli pare all’interno del teatro dov’è rispettato e temuto. Ha solo due passioni, la musica  e Christine di cui è segretamente innamorato ed a cui insegna tutti i segreti necessari perché la fanciulla diventi una cantante straordinaria. Lei, che non è un’aquila, crede che il Fantasma sia una sorta di Angelo della Musica mandato dal padre per farle da guida. Non immagina che il Fantasma abbia ben altre mire su di lei (ah queste ingenue fanciulle!).  Comunque, grazie all’aiuto del Fantasma, Christine ottiene la parte di protagonista nello spettacolo che sta per essere rappresentato ed incontra Raul (innocente amore d’infanzia) che, riconosciutala ed innamoratosi subitaneamente, non chiederebbe altro che impalmarla al più presto. Tra Raul e il Fantasma, dunque, è subito aspra lotta per conquistare il cuore e tutti gli annessi e i connessi della giovane Christine che appare obiettivamente un po’ confusa. Cosa sarà meglio, l’amore puro e languido del bel Raul, o quello più sensuale e tenebroso del Fantasma? Tra le due pulsioni sembrerebbe prevalere quella meno "divertente", cioè l’amore per Raul e, giustamente, il Fantasma si incazza di brutto. E’ stato lì a crescersi Christine nell’ombra, aspettando che fossa pronta a dargliela, e sul più bello arriva ’sto giovane nobilotto che gli vuol soffiare sotto al naso la patatina, eh no! Quindi scrive un’opera e costringe gli impresari a metterla in scena. Nell’opera scritta dal Fantasma, ad un certo punto, Don Giovanni si sostituisce al corteggiatore della protagonista per sedurla e lei, manco a farlo apposta, cede. Nel corso della rappresentazione il Fantasma si sostituisce all’interprete originario per sedurre Christine che impersona la protagonista. È un po’ contorto ma non fa una piega, seguitemi. In pratica finzione e realtà si mischiano costantemente e le parole che lui aveva scritto per la rappresentazione sono le stesse con cui invita la bella Christine a cedere al suo amore.


Questo pezzo è "Passa il ponte tra noi due" e, beh, che dire? Io questo duetto lo adoro.


Vabbè poi nel finale il Fantasma la rapisce. Raul li insegue, il Fantasma sta (giustamente) per uccidere l’indisponente ma innamoratissimo rompiscatole… poi invece ci ripensa, li libera entrambi e svanisce senza lasciar traccia.


Bleah.


Ora, nessuno mi toglierà mai dalla testa che Christine non amava Raul, ma il Fantasma. E secondo me è proprio quando il Fantasma ha la certezza di questo sentimento che decide di liberarla, perché questo è più che sufficiente per lui. Che senso avrebbe condannarla a vivere nei sotterranei? In fondo, anche lui è innamorato e non potrebbe mai costringerla ad una vita "nell’oscurità". Ci sarebbe anche una ulteriore chiave di lettura in cui Raul rappresenta un amore puro, "socialmente accettabile" e poco peccaminoso, mentre il fantasma, vivaddio, è il simbolo del peccato, del torbido istintivo ribollire di sentimenti "indecenti" e quindi inammissibili in una società puritana.. ma vabbè, ci dilungheremmo troppo.


Tornando a noi, il punto in cui finzione e realtà si mischiano sul palcoscenico si intitola in lingua originale. "The Point of no Return".


Quando è stato fatto il film, Webber ha quasi preteso che i testi venissero tradotti nelle rispettive lingue dei principali Paesi in cui il film sarebbe stato poi distribuito. Nella versione italiana il passaggio di cui sopra, come ho detto qualche riga più su, è stato tradotto con "Passa il ponte tra noi due".


Alcuni hanno storto la bocca.

Io, invece, penso che la traduzione in italiano (almeno in questo caso) renda perfettamente il concetto, anzi, lo arricchisca. Il Fantasma e Christine sono separati, separati dalle convenzioni, dalla sua deformità, dalla razionalità, da Raul… tutto dovrebbe ragionevolmente separarli. Ma la passione (e la musica) sono il ponte che li unisce nonostante tutto. Il ponte che lui la invita a percorrere.


Passa il ponte fra noi due / non dubitare / la tua, la mia bugia finisce qui
Mai, mai più "non so", né "ma" / Nessun indugio
Dimentica chi sei e dimmi Sì
Che fuoco mai ci inonderà / Che voluttà è rinchiusa in noi / Malia recondita, preziosa
Passa il ponte fra noi due / non esitare
Dell’anima il segreto tu vivrai
Se passi il ponte fra noi due.


In fin dei conti. Ogni volta che decidiamo di amare qualcun altro facciamo proprio questo: attraversiamo il ponte tra noi due, scegliendo di metterci completamente in gioco nel bene e nel male. Perché tutti noi, alla fine, siamo soli… e dei fragili ponti  (che ricordano un po’ i fili di una delle città invisibili di Calvino) ci legano agli altri. Dei ponti instabili e pericolosi che scegliamo di percorrere perché siamo sostanzialmente dei pazzi. Proprio come il Fantasma.


Ed è tutto.


Ah no! Una cosa stavo per dimenticarla.


Nel film le voci (e le facce) originali del Fantasma e di Christine sono di Gerard Butler e Emmy Rossum che sono ottimi, soprattutto per quanto riguarda la fisicità. Lei non è bellissima ma, quando serve (come nel fatidico duetto) acquista  una sensualità straordinaria. Lui è quello che è, voglio dire: tanto di cappello (ed un po’ di invidia) al signor Gerard, anche se non si capisce come faccia Christine a resistergli, alla fine.

Però, miei signori, credetemi,  le voci dei due interpreti italiani, vale a dire di Luca Velletri e Renata Fusco sono assolutamente superlative. Io sono un esterofilo ed i musical mi piacciono in lingua originale, ma le voci di questi due artisti sono così straordinarie che alla fine ho comprato la colonna sonora in italiano perché, secondo me, era nettamente superiore. Quando ce vo’ ce vo’.


E adesso ho finito davvero.

giovedì 10 aprile 2008

La Straniera d'Inverno

Da numerose indiscrezioni trapelate nel mondo dell'editoria pare ormai cosa certa: Diana Gabbadon e Paullina Simoss, stanche delle dispute che oppongono ormai da anni le loro fans, hanno deciso di mettere tutti d'accordo scrivendo un romanzo a quattro mani. "Adesso nessuno più si chiederà quale sia la storia d'amore più bella, perché questa le surclasserà tutte, questa sarà La Storia d'Amore per eccellenza" hanno dichiarato le due donne parlando all'unisono. E pare anche che abbiano già stabilito il titolo: La Straniera d'Inverno!

La storia sarà molto complessa, difficile poterne già delineare i contorni, ma qualcosa si sa:

La protagonista è una giovane infermiera ciociara, Lidia. Sposata con un contrabbandiere che importa pollame dalla Cina. Un brutto giorno, l'infezione aviaria stermina il loro pollaio. Stanca di essere circondata da uccelli morti, in tutti i sensi (e possiamo già apprezzare il primo grande colpo di genio delle due narratrici in questa struggente metafora)… Lidia si lascia la fattoria alle spalle e imbocca un tortuoso sentiero che la catapulterà, come per magia, nella scozia dell'anno 1743.

Qui Lidia si innamora perdutamente del coraggioso e dotato cavaliere William MacKeron. Sospettata di essere una spia inglese rischia la vita e finisce per restare coinvolta nella più sanguinosa battaglia dell'epoca, il tragico massacro di Cullhoden. Ricongiuntasi con l'uomo amato, Lidia decide di usare il suo speciale potere che le consente di muoversi attraverso il tempo e lo spazio, per portarlo lontano, in un mondo non ferito dal crudele morso della guerra. Pur combattuto tra la fede all'ideale di libertà e l'amore, alla fine MacKeron decide di seguirla verso una vita migliore ed i due varcano la porta per ritrovarsi a Leningrado alla vigila dell'invasione nazista. A questo punto MacKeron manda Lidia a quel paese urlandole che se proprio doveva morire in guerra, era meglio farlo a casa propria. La donna, col cuore infranto, prende a vagare per la città martoriata dai bombardamenti e si imbatte in un giovane ufficiale russo, Alexander che nasconde un cupo segreto. Egli è infatti il figlio bastardo di una nobildonna russa, concepito durante un viaggio in Scozia. Forse un discendente di MacKeron. E così i due uomini si troveranno legati non solo da un vincolo di sangue, ma anche da un sentimento passionale che li porterà a combattere a palle di neve per l'amore della bella Lidia che intanto, vittima di una momentanea confusione sessuale, si legherà alla ancor più bella Tatiana, la quale, a sua volta… etc etc.

Non ci resta che aspettare con trepidazione quello che si preannuncia come un capolavoro assoluto della letteratura mondiale. Forza Diana, forza Paullina.. stiamo aspettando!

Purtroppo è però molto difficile prevedere la data d'uscita del romanzo perché pare che la Simoss e la Gabbadon si siano azzuffate ferocemente intorno a pagina 100. Erano in contrasto su un passaggio delicato il cui la protagonista osserva il fisico del possente MacKeron a torso nudo. La prima voleva che l'uomo risplendesse come un albero di Natale alla luce del sole, la seconda preferiva che la sua schiena fosse solcata da folti ciuffi di virili peli neri. Mentre una sosteneva che fosse evidente la natura vampiresca dell'eroe, l'altra proclamava la sensualità canina dei licantropi facendo anche dei confusi riferimenti al suo labrador. La disputa è degenerata fino a che l'una ha preso l'altra per i capelli, trascinandola per tutta la stanza. Adesso le due stanno continuando la stesura ognuna per conto proprio, tenendosi in contatto via mail, ma l'editore pare molto preoccupato perché sembra che ognuna stia andando in una direzione diversa.


Comunque, in anteprima mondiale, siamo lieti di poter offrire al nostro pubblico alcune pagine estratte da "La Straniera d'Inverno":

Il campo di battaglia era un orribile carnaio disseminato di soldati agonizzanti. Lidia, col suo vestito bianco, si stagliò sulla collina, inadeguata nella sua bellezza, in contrapposizione alla soffocante cappa di dolore e morte che saturava la vallata.
La donna, dopo aver contemplato con orrore l'agghiacciante spettacolo che si offriva ai suoi occhi, prese a correre tra i cadaveri urlando con voce disperata: MacKeron! MacKeron… ma invano. Mentre la disperazione gonfiava il suo fragile petto cominciò a esaminare i corpi, cercando di individuare, oltre quelle strazianti maschere di sangue, i lineamenti familiari dell'uomo amato. Ogni tanto le pareva di riconoscerlo, si chinava su un corpo tirando a sé con mano tremante la testa e poi, realizzato con angoscia e frustrazione che non si trattava di MacKeron, lo ributtava all'indietro e riprendeva a correre, spesso inseguita dalle orride maledizioni del moribondo…
Poi, ad un tratto, eccolo lì. Abbandonato al centro di un avvallamento. La meravigliosa giubba, la stessa che aveva indossato la sera prima al ballo, splendente di mostrine d'argento, ora sporca di fango e intrisa di sangue, il volto dai lineamenti così incredibilmente maschi, adesso solcato da una profonda ruga di dolore… gli occhi chiusi. Il torace immoto…
Lidia si portò le mani al volto e urlò tutta la sua disperazione: MacKeroooon!!!
Per un attimo il tempo stesso sembrò fermarsi, testimone dell'immane dolore della donna. Una sottile pioggia prese a scendere sulla valle del massacro, come se anche Dio, nella sua profonda misericordia, avesse cominciato a piangere. E poi… dopo un silenzio che parve eterno… MacKeron aprì a fatica un occhio.
La donna tra i singhiozzi gli si gettò addosso, baciandolo, stringendolo… lottando per strapparlo al crudele abbraccio della morte, e afferratolo per le orecchie lo trasse a sé facendogli affondare il viso tra le tette rigogliose rese quasi una cosa viva dall'affanno: "Tu non puoi morire MacKeron… non puoi lasciarmi così! Tu vivrai, in nome di Dio, e del nostro amore, e di ciò che mi promettesti al ballo, tu vivrai MacKeron, mi senti?! Dovessi scendere fino alle oscure porte dell'aldilà per riportarti da me, tu VIVRAI!!!  MI    S E N T I  !? !? !?"
L'uomo annuì debolmente, poi le sfiorò il volto con una incerta carezza cercando di mettere a fuoco il volto amato attraverso il velo dell'agonia.
"La smetti di urlarmi nelle orecchie… per favore…?" mormorò a fatica.
"Tu vivrai…" continuò la donna afferrando con disperazione quel sottile palpito di vita e tenendolo stretto, "in nome del bambino che porto in grembo… tuo figlio!"
Quest'ultima drammatica rivelazione fu sottolineata da un boato lontano: un moribondo, chissà dove, esalando il suo ultimo respiro, aveva brutalmente rilasciato i gas intestinali in un immenso peto destinato a risuonare tra le highlands come un disperato addio alla vita. Subito dopo il cielo fu squarciato da un fulmine che andò ad abbattersi su un albero e il giovane MacFeran, che stava orinando sulle radici contorte della quercia, morì all'istante, senza neanche capire cosa fosse successo, ma questa è un'altra storia.
"Mio… mio figlio?" balbettò MacKeron tossendo un fiotto di sangue, "ne sei sicura?"
Lidia lo guardò con severità. "E di chi se no?" chiese giustamente risentita da quel gretto dubbio tipico della fauna maschile.
"Beh ci sarebbe quello stalliere italiano, che si prendeva cura della tua puledra... e poi quel dottore tedesco che ti ha curato quando hai avuto la tonsillite... e il massaggiatore greco, l'addestratore di piccioni viaggiatori, la banda di suonatori di cornamuse delle highlands..." cominciò a elencare l'uomo, "no, no… è certamente mio…" si affrettò però a rettificare subito dopo aver incrociato lo sguardo minaccioso della donna, ben conoscendo la portata della furia di Lidia quando qualcosa l'indisponeva, "è mio, è mio".
"Vabbè" aggiunse lei guardandosi intorno con fare pratico, "adesso che abbiamo esaurito i convenevoli, togliamoci da questo letamaio!"
Lo tirò su con la forza della disperazione e dell'amore. Si fece passare un braccio intorno alle spalle e, faticosamente, cominciò a risalire la collina verso il sole che sorgeva… verso un nuovo giorno, una nuova speranza… una nuova vita… incurante del fatto che, con l'altra mano, lui si ostinasse a palparle il sedere.


Bastano queste poche righe per gridare al capolavoro assoluto!!! Grandi, grandi, grandi!!! La Simoss e la Gabbadon hanno toccato vette poetiche inimmaginabili... non ci resta che attendere palpitanti la pubblicazione del romanzo ed, eventualmente, altre emozionanti anticipazioni.


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