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sabato 15 marzo 2014

Una parola al giorno (o quasi): PRECISIONE

Il cazzo non è uno strumento di precisione.
Questo dato incontrovertibile, noto a qualsiasi uomo, sembra non esser del tutto chiaro, invece, alle rappresentanti del gentil sesso.
Il singolare fenomeno può forse esser dovuto al fatto che, pur conoscendo spesso anche abbastanza approfonditamente l’organo maschile, le donne tendano a concentrarsi prevalentemente su un suo specifico utilizzo, tralasciando quelli che non sono direttamente di loro interesse. E benché comunque, anche in quelle che sono le competenze che stanno a loro più a cuore, non di rado, il pene sia fonte di cocenti delusioni e di prestazioni a dir poco scarse, nell’immaginario femminile esso si trasfigura ergendosi – è il caso di dirlo – a solida verga indomita pronta a dispensare meraviglie, stupore e piacere.
Qualcosa, insomma di cui fidarsi ciecamente... o quasi.

Eppur tuttavia, resta il fatto che, anche nei casi più fortunati, quando cioè l’ambito oggetto del desiderio riesce effettivamente a mantenersi all’altezza della situazione, egli non è uno strumento di precisione.
E’ quindi ora di affermare con viva, vibrante e orgogliosa fierezza che l’uomo, quando fa la pipì, non può garantire la destinazione di ogni goccia del liquido per così dire erogato. E che benché – è vero – le tazze dei gabinetti siano di dimensioni generose atte a raccogliere anche i getti più bizzosi, può capitare che qualche schizzo sfugga al controllo.
L’emerito professor Fornkenburger, anni addietro, ha elaborato la complessa formula per il calcolo della dispersione orinaria, dimostrando che essa dipende da svariati fattori tra i quali possiamo annoverare la dimensione del pene, la potenza del getto e l’altezza da terra. La formula è estremamente complessa, ma sintetizzando al massimo possiamo tranquillamente affermare che se sei molto alto e hai un pisello molto piccolo la precisione sarà quasi nulla. Mentre, al contrario, una dotazione massiccia può offrire un controllo decisamente maggiore.
Ad ogni modo, in tutti  i casi, è impossibile garantire precisione assoluta e, soprattutto, non va dimenticato il corollario alla formula di Fornkenburger, formulato dalla psicologa danese Edvige Pippa Ravadson che può essere così sintetizzato: più cercherete di essere precisi, meno lo sarete.
Ecco perché, con tutta l’umiltà del caso e ben consapevole che, comunque, si tratta di una nostra grave e imperdonabile manchevolezza, mi scuso a nome di tutto il genere maschile e invoco la comprensione di voi tutte.

Grazie. 

mercoledì 23 aprile 2008

UCCELLI

 (si consiglia la lettura ad un pubblico adulto vm18)

Il suo cazzo aveva uno strano sapore.
Ci pensava ogni volta che scopavano, ma poi si faceva prendere dalle varie cose - e c’è da dire che in questo Peter era molto bravo - e la storia del sapore passava in secondo piano. L’importante era soprattutto superare l’impatto iniziale. Anche perché poi, a furia di succhiarlo, era un po’ come se quel sapore si diluisse… per fortuna.
La cosa peggiore, probabilmente, era l’attesa.
Prima che finissero a letto, ogni volta, Susan continuava a vivere con una parte del suo essere in tensione, in attesa di quel momento. Domandandosi per tutto il tempo se e quando Peter le avrebbe chiesto di prenderlo in bocca.
Tutto questo, inutile dirlo, le toglieva parte del piacere, ma non sapeva come risolvere la questione, e si chiedeva se il problema fosse suo oppure di Peter. Anche perché non è che Susan ne avesse provati molti… di uomini.  Era ancora molto giovane, e Peter era la prima storia importante. Il primo che avesse succhiato.
No, cioè, ce n’erano stati altri due, prima, ma nel primo caso era ubriaca e non ricordava niente. Nel secondo, aveva una mentina in bocca e questo, in qualche modo, aveva falsato l’intera faccenda. Non c’era modo di sapere se anche gli altri due avessero lo stesso sapore orribile e non era uno di quegli argomenti che tiri facilmente in ballo con le amiche.
Aveva pensato di buttarla lì, casualmente, durante il the delle cinque… "A proposito, ma i cazzi hanno tutti lo stesso sapore?"
Ma poi, ogni volta, si rendeva conto che non poteva. Immaginava la faccia scandalizzata di Lizzy. O, peggio ancora, quella di Margie, prima velata di un rossore diffuso, mentre il liquido appena sorseggiato le andava di traverso, e poi contorta nell’atto di spruzzare il the sul tavolo, momentaneamente trasformata in una specie di fontana. No, non poteva prorio.
Era necessario trovare un’altra soluzione. Ma cosa? Provarne un altro era fuori discussione. lei amava Peter, non poteva succhiare quello di un altro, foss’anche col solo intento di effettuare una ricerca comparata sui sapori dei membri maschili e quindi senza alcun fine godereccio.
Ripensando alla storia della mentina, aveva allora provato a suggerire a Peter variazioni sul tema, con nutella, panna… l’aveva buttata sul bisogno di trasgressione per non dovergli rivelare che il suo cazzo aveva un sapore schifoso. Ma da quel punto di vista, manco a farlo apposta, Peter aveva scoperto di essere un tradizionalista. Gli piaceva la lingua di lei al naturale… ed ogni volta, Susan, ritornava a casa con quel po’ di insoddisfazione e quello strano sapore in bocca.
Poi, un giorno, tutto le fu chiaro.
La rivelazione arrivò nel modo più imprevisto: in campagna, durante uno dei soliti weekend a casa di zio Gerard.
Susan odiava le gite in campagna, odiava la natura col suo aspetto oltraggiosamente sano e, soprattutto, odiava lo zio Gerard ed il suo modo fastidioso di ridere per ogni fesseria. Il suo vocine rimbombante, nel silenzio della campagna, poteva arrivare a chilometri di distanza.
Un’esperienza devastante per una come lei, che amava le cose sussurrate, i mezzi toni tendenti al grigio, e le cornici di cemento a limitare l’invadenza del cielo troppo azzurro.
Eppure, in quell’occasione, l’insopportabile weekend si rivelò determinante, perché le consentì di capire.
perniciTutto successe a causa della passione di zio Gerard per la caccia.
Lui ne era un vero cultore. Pernici in genere, ma anche fagiani se capitava. Lui diceva che un giorno sarebbe andato in africa a cacciare leoni. Lo diceva convinto, ma non ci credeva nessuno e nessuno si sentiva di spiegargli che avrebbe dovuto decidersi un secolo prima, perché ormai, ameno di non trasformarsi in un bracconiere, non avrebbe mai potuto sparare al re della foresta. Lui lo diceva, generalmente alla seconda bottiglia di vino, e fondamentalmente nessuno lo cacava che, come tutti avevano scoperto, era il miglior modo per far funzionare queste riunioni familiari: ignorandosi.
Comunque, tra le tante fissazioni di zio Gerard, c’era quella che la cacciagione va frollata. Lui si riteneva il massimo esperto del gruppo, ma non capiva un accidente e frollava tutte le prede allo stesso modo. 5 -6 giorni. Che per un fagiano va benissimo, ma per una pernice no! E quell’estate, in particolare, faceva davvero caldo. Non sembrava neanche di stare nello Yorkshire, sembrava di stare in tunisia, tanto era caldo.
E zio Gerard aveva cacciato pernci, manco a farlo apposta.
Pernici appese alla veranda come macabri trofei, in attesa della giusta frollatura.
Non era stato facile fingere allegra normalità se, ogni volta che si usciva sul patio, si doveva fronteggiare quell’improvvisato patibolo avicolo e far finta di niente.
Comunque, fu quella sera, a cena, che arrivò la rivelazione.
Pernici troppo frollate e poco cotte.
Già l’aspetto era quello che era, ma quando Susan mise in bocca la prima forchettata, sentì subito un inconfondibile sapore di marcio con il  retrogusto dolceamaro della carne ormai prossima alla decomposizione.
Fu più forte di lei: sputò subito tutto nel piatto e saltò in piedi esclamando: "Cristo… il cazzo di Peter!"




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