Visualizzazione post con etichetta vita. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta vita. Mostra tutti i post

domenica 5 luglio 2015

Una parola al giorno (o quasi): DISORDINE

Le ditte che producono borse, borselli e zaini li progettano con un numero straordinario di tasche, sottotasche e taschine. Con la zip, a strappo, con le ciappette… anfratti dentro gli anfratti per ospitare qualsiasi cosa, per prevedere anche la necessità più imprevedibile e soddisfare, così, ogni esigenza. 
Comprensibilmente, più è elevato il numero di tasche, più la borsa è di valore.
Tutti, ma proprio tutti, si convincono che avere tantissime tasche sia una necessità primaria irrinunciabile per avere tutto sotto controllo.
Senza un numero sufficiente di tasche, opportunamente disposte, la nostra vita professionale (ma anche quella privata) sarà destinata a fallire miseramente.
Ecco… NON E’ COSI’.
Il più delle volte, quello che cerchiamo invano, è finito nell’unica tasca in cui non abbiamo guardato perché, probabilmente, non ci ricordavamo neanche della sua esistenza né, tantomeno, della sua ubicazione.

Le borse, ora che ci penso, sono un po’ come la vita…

mercoledì 24 dicembre 2014

Una parla al giorno: NATALE

Sono ventisei anni 2 mesi e 15 giorni che gli do la caccia e, finalmente, l’ho trovato.
Quando ormai non ci speravo più, quando credevo che non ce l’avrei mai fatta e stavo per rinunciare, un tipo, in un bar di Città del Messico, mi ha dato la dritta giusta ed ora, 36 ore dopo, eccomi qui che cammino lungo la spiaggia verso un  vecchio bar dalla tettoia in legno marcito che puzza di salsedine.
E lui è lì.
Mi guarda da lontano e sorride. Il sorriso stanco di chi è consapevole che è stato beccato. Il sorriso rassegnato di chi non ha più la forza di scappare e si lascerà prendere perché, in fondo, lo sapeva che prima o poi questo momento sarebbe arrivato.
Anch’io gli sorrido, e il mio sorriso è altrettanto stanco e rassegnato perché, anche se gli ho dato la caccia per tanto tempo, forse, dentro di me, speravo che questo momento e questo confronto non sarebbero mai arrivati.
Mi avvicino e lo osservo con maggior attenzione. Mi basta guardarlo negli occhi per capire che è proprio lui. Certo,  è dimagrito moltissimo dall’ultima volta che l’ho visto… e il volto è sfatto, consumato. Ha tagliato la barba e si è tinto i capelli, ma è lui, che il diavolo se lo porti! E’ proprio lui!
-         E così mi hai trovato – dice mandando giù della tequila.
-         Già – gli faccio io sedendomi davanti a lui.
Lui mi serve in un bicchiere non troppo pulito. Io lo guardo, mando giù un sorso, poi lo guardo di nuovo.
-         Quindi? Che sei venuto a fare? –
A dire il vero non lo so neanch’io perché sono lì, dopo tutto questo tempo.
-         Volevo guardarti in faccia, immagino…  –
Annuisce solennemente, ma non dice niente e tiene lo sguardo basso, fisso sul sudicio bancone del bar, come se gli mancasse il coraggio di affrontarmi.
-         E volevo, sentire dalle tua labbra che cosa avresti detto per giustificarti… - continuo.
-         E sentiamo… perché dovrei giustificarmi? –
-         Andiamo! Sei andato via, all’improvviso, come un ladro! –
-         E allora? –
-   E allora noi avevamo bisogno di te… cazzo! E tu te ne sei andato come se niente fosse, senza una parola, senza… senza un motivo… - la voce mi si spezza per l’emozione.
Lui finisce la bottiglia con una smorfia di compiaciuto disgusto, poi sospira stancamente mentre ne apre una nuova.
-         Anche se avessi cercato di spiegare, tu non avresti capito… -
-         Che ne sai? –
-         Lo so e basta –.
-         Potevi provare… -
-         Hai ragione potevo, ma non ne ho avuto il coraggio – .
Sorrido scuotendo il capo. Lascio i soldi per la tequila e mi alzo per andarmene. È stato un errore. Tutta questa maledetta storia è stata solo uno sbaglio.
-         Se proprio lo vuoi sapere, è stato per colpa di quelle lettere… - dice lui fermandomi dopo pochi passi. – Lettere a cui non sapevo cosa rispondere –.
-         Che vuol dire? Non c’era niente da rispondere… bastava solo esserci, no? –
-         Tu non capisci. Erano così, piene… di speranza in un mondo che non esiste… erano le lettere di chi crede ancora nelle favole! –
Quest’ultima parola la pronuncia quasi come se fosse una parolaccia.
-         Perché che male c’è nel credere alle favole? – gli chiedo.
-  Non c’è niente di male… ma io non sopportavo più di assecondare questa menzogna –.
-         Ma di quale menzogna parli? Tu esisti davvero… o almeno esistevi, prima di andartene via… -
-         Quelle maledette fottutissime lettere del cazzo! Tu non le hai lette! – continua come se non mi avesse quasi ascoltato - Babbo Natale, quest’anno sono stato buono e vorrei tanto un trenino elettrico… Babbo Natale mi piacerebbe moltissimo ricevere la nuova bambola che fa la pipì… Babbo Natale qui, Babbo Natale lì… ognuno con un’aspettativa diversa. Tutti a chiedermi qualcosa, e finché si trattava di regali, tanto quanto, potevo anche continuare a fare quello che ho sempre fatto… ma quando ti arriva la lettere di un bambino che chiede un lavoro per il padre, o uno che vorrebbe che facessi finire per sempre la guerra nel Darfur, o che trasformassi le mine antiuomo in fiorellini… trasformare le mine in fiori?! Ma ti rendi conto?! –
Lo guardo interdetto.
-         Io… non ce la facevo più a farmi carico di tutte quelle aspettative… e per di più da solo, perché nessuno di voi, mai, ha cercato di darmi una mano a far sì che questa cosa che chiamiamo Natale acquistasse un… senso… –
-         Nessuno ha mai preteso che tu cambiassi il mondo… bastava che rendessi un po’ speciale un solo giorno dell’anno. Solo questo… -
-         E a che serve fare finta che il Natale sia davvero un giorno magico quando il giorno dopo, tutto tornerà come prima? E poi… magico un cazzo! La gente continua a morire di fame anche a Natale, cosa credi? E non c’è niente che nessuno possa fare, nemmeno Babbo Natale! –
-         Ed hai preferito scappare! –
-         Ho preferito scappare, sì… -
-         Lasciandoci senza il Natale… -
Fa un gesto con la mano, che non vuol dire niente e vuol dire tutto.
-         Cazzo vuoi che ti dica… - farfuglia – forse il Natale non è mai esistito –
-         Forse sì, - ammetto, - ma era bello crederci… -
Poi me ne vado, lasciandolo lì, a bere e autocommiserarsi rimpiangendo il passato e ciò che avrebbe potuto essere. L’orologio segna la mezzanotte e solo adesso, guardando il datario, mi rendo conto che è proprio il 24 dicembre, ci sarebbe da ridere, ma non riesco a trovarlo divertente…
-         A proposito – gli faccio – Buon Natale –.
Lui mi guarda, beve e non dice niente… fottuto Babbo Natale del cazzo!

sabato 26 aprile 2014

Una parola al giorno (o quasi): EROTISMO

Girando per internet ho potuto riscontrare la sostanziosa presenza di blog a tema erotico. Le più diffuse caratteristica che accomunano questi interessanti spaccati di immaginario sono:

1-  la totale scollatura dalla realtà: avendo una percezione della vita sessuale chiaramente parziale e ridotta, gli autori di tali blog cercano di sublimare le loro frustrazioni erotiche sessuali proiettandosi in fantasie astruse e del tutto improponibili, popolate da protagonisti stereotipati, improbabili e spesso anche leggermente grotteschi, capaci però di performance in grado di far venire complessi di inferiorità anche a Rocco Siffredi ed Edward Cullen.


2 - l’uso di un italiano aulico e leggermente demodé. Qui il problema si fa serio. Il punto è che scrivere racconti erotici non è per niente facile, non solo per quel che si deve raccontare ma anche per come lo si deve raccontare. Poiché il blogger che blogga l’eros è consapevole di aver scelto un compito infido e complesso, spesso sceglie di optare per un linguaggio d’altri tempi e leggermente enfatico, abusando di metafore perché teme di sconfinare nel volgare e nel pornografico, mentre lui  (o lei) col volgare e col pornografico non vuole aver nulla a che fare perché, anzi, il porno gli (o le) fa schifo (non è vero naturalmente ma teme che questo sminuirebbe e renderebbe meno credibile la sua figura di blogger che blogga solo eros di prima qualità). Ecco che, quindi, questi scritti, abbondano di espressioni quali “si tuffò nel suo piacere” o “ella dischiuse i petali del suo fiore proibito”. Abbondano anche tutti i possibili sinonimi del membro maschile e della passerina, in quanto lo scrittore di cui sopra troverebbe ignobile scrivere “cazzo” e “fica” e deve arrabattarsi alla ricerca di espressioni alternative, impresa sempre più difficile man mano che il racconto prosegue (di qui il consiglio di scrivere racconti davvero brevi) e che, nei casi più disperati può giungere a scelte inquietanti tipo “virile turgore” o “alfiere del piacere” fino a “tronchetto della felicità” che ci fa capire come il povero narratore sia inevitabilmente giunto alla frutta, e noi con lui.

3 – la totale inconsapevolezza della propria drammatica inadeguatezza sia come narratori che come alfieri dell’eros.

4 – una quantità spropositata di fotografie glamour perché anche l'occhio vuole la sua parte, senza contare che se l'ormone è stato già smosso da un'immagine adeguata sarà poi più sensibile al fiume di cazzate che seguono subito dopo in forma scritta.

A puro titolo esemplificativo, provo a riprodurre un esempio di scrittura erotica da blog corredata di alcune note per meglio comprenderne tutti gli aspetti:



LACCI [1]

Il racconto inizia generalmente con qualche blanda considerazione sulle condizioni climatiche ed ambientali, un po’ per far vedere che si inizia in modo soft e non si è degli assatanati, un po’ per dar modo all’autore di sbizzarrirsi nella descrizioni di soli caldi, cieli tersi e brezze frizzanti.


Il protagonista, vittima di una consolidata e soffocante routine giornaliera, si trova, per un fattore imprevisto, ad uscire dagli schemi collaudati: per esempio, la sua decappottabile è dal meccanico e lui deve prendere i mezzi pubblici[2].

Salito sull’affollato autobus, il nostro eroe non può fare a meno di notare la sexy coprotagonista del racconto[3]. Lei è leggermente scarmigliata, ma proprio per questo ancor più sexy. Inizialmente è persa nei propri pensieri, la descrizione del suo abbigliamento può richiedere giorni, ma stringi stringi ciò che conta è che tette, culo, bocca e occhi sono quanto di più seducente si possa incontrare in un autobus affollato nell’ora di punta. A questo punto inizia un estenuante gioco di sguardi ed ammiccamenti che può protrarsi per pagine e pagine con divagazioni e approfondimenti sulla natura umana, su cosa sia quella forza misteriosa che spinge due sconosciuti a cercarsi, a inseguirsi e a concedersi l’un l’altro a dispetto di qualsiasi logica[4], nei casi più drammatici le divagazioni possono comprendere testi di canzoni, la ricetta delle cotolette e un metodo infallibile per vincere al lotto.

Al termine di questa fase di studio, lui comincia ad avvicinarsi incurante della calca[5] la raggiunge e cerca un contatto, in modo che lei possa accorgersi del virile turgore che preme impaziente contro il tessuto dei suoi pantaloni in cerca di libertà e appagamento[6]. Lei, dal canto suo, sarebbe portata istintivamente a ritrarsi, ma poiché nel suo profondo fondo è una femmina emancipata che non teme di prendere il piacere quando le capita a tiro[7] e di vivere l’eros in modo libero e disinvolto, dopo una brevissima esitazione, comincia ad assecondare i movimenti dell’uomo dando il via ad una specie di variante della lambada resa ancor più difficile dal movimento dell’autobus e dalla calca drammaticamente ignara che lì a pochi passi si stia verificando cotanta inebriante danza erotica. L’uomo, si sa, potrebbe già capitolare esplodendo il proprio immenso e inaspettato piacere dopo pochi strusciamenti facendo così una colossale figura di cacca, ma poiché non è uno sprovveduto e sa il fatto suo, si sottrae alla danza con un bieco sorriso malizioso. Lei, privata del tronchetto, vacilla improvvisamente incerta come un naufrago che sia stato privato della zattera… lo guarda senza capire e lui, sempre sorridendo, le dice di scendere alla prossima fermata.

Lei, ovviamente, esegue. Lui le fa cenno di seguirlo… e lei lo segue, fino ad un bar. I due si siedono. L’uomo è di poche parole, ma ogni frase buttata lì apparentemente a casaccio rivela una personalità sfaccettata e seducente, enigmatica e mistica, leggermente porcella ma anche suadentemente romantica, una e trina, bonaria e malandrina[8]… un po’ Bogart, un po’ Rourke, un po’ Clooney un po’ Pitt… lui, sostanzialmente, non esiste in nessuna delle galassie conosciute, è l’archetipo del principe azzurro con le dotazioni di John Holmes, ed è per questo che nessuna donna può resistergli.

La conversazione raggiunge punte epiche e surreali che non sono assolutamente in grado di ricreare, ma, sostanzialmente, ciò che conta è che il mago della seduzione e della metafora sta cucinando a puntino la sua preda. Solitamente, a questo punto della narrazione, l’intimo e prezioso roseo scrigno carnoso del piacere della  nostra coprotagonista si è già tramutato in uno dei laghi resi celebri da Valerio Scanu nell’ultimo Sanremo, ed ella non brama altro che essere presa con virile vigore prima che il cameriere noti la pozzanghera che si sta allargando in modo preoccupante sotto al tavolino. Ecco perché quando lui le chiede di sfilarsi le mutandine, lei non esita, ma esegue[9]. Lui prende il prezioso trofeo con estrema naturalezza, ci si pulisce gli occhiali e lo ripone in tasca. Si alza e le dice di seguirlo… vanno via, il più delle volte senza pagare il conto anche perché il cameriere sta chiamando l’Arin per chiedere l’immediato intervento di una squadra onde identificare la pericolosa perdita idrica che sta allagando il locale.

Il nostro eroe le fa strada in un sottoscala fatiscente, e poi in una pensioncina malandata che fa tanto New Orleans[10]. Poi la fa spogliare sapientemente mentre lui guarda e parla a vanvera, ed infine estrae[11] un assortimento di lacci di seta.

La donna esita: per la prima volta è come se realizzasse di
aver seguito un perfetto sconosciuto in una zona altrettanto sconosciuta della città, di avergli consegnato le proprie mutandine, e di essere sola, inerme in compagnia di uno che vuole legarla come un salame. Ma poiché la voglia di salame è nettamente preponderante rispetto al rischio di fare la figura del salame, ancora una volta ella soffoca ogni pensiero razionale e segue il flusso delle torbide emozioni che la stanno travolgendo. Lui a questo punto comincia a dissertare sui legami, e su come si possa essere prigionieri senza catene[12] e liberi solo quando si è legati. Di fronte a tale inoppugnabile sfoggio di eloquenza e di logica, la donna capitola. L’uomo la lega strusciando e stringendo sapientemente, infine libera l’araldo del piacere che sfida orgogliosamente la forza di gravità protendendosi fiero e pulsante, ed inizia la tiritera del te lo do, non te lo do… te lo faccio solo annusare, ecco ora entra… ops non ancora, fino a che lei non implora quasi tra le lacrime che l’araldo compia il suo compito, e l’araldo, finalmente fa ciò per cui è stato progettato, donando e prendendo un piacere immenso, come solo pochi hanno avuto la fortuna di provare nella propria vita.

In genere a questo punto, il lettore comincia a pensare di non aver mai vissuto veramente. Gli uomini provano un inquietante senso di inadeguatezza, le donne vorrebbero dare una testata sul naso del proprio compagno colpevole di non essere neanche lontanamente paragonabile al protagonista del racconto, ma chi ci fa più pena è l’autore (o l’autrice) del racconto, ed è a lui (o lei) che va il nostro pensiero e la nostra compassionevole considerazione, mentre dopo aver finito di stilare orgogliosamente il racconto erotico, ne rilegge le parti più significative, compiaciuto o compiaciuta che sia, e si appresta a postarlo perché il mondo ne goda appieno e possa dire “caspita, questo/a sì che sa cosa sono l’erotismo e il sesso…”

Ahimè.

PS. a piè di pagina, ci sono le note.



[1] i titoli rimandano spesso a qualche pratica erotica sadomaso o comunque a qualcosa si torbido e proibito

[2] ma un taxi no?

[3] il fatto che gran parte degli approcci si verifichino in posti assolutamente impraticabili, come un autobus affollato, la dice lunga sulla natura delle esperienze dell’autore. D’altro canto, nell’uso ricorrente dei mezzi pubblici  come scenario erotico va forse identificata la spiegazione principale del loro sovraffollamento.

[4] arrapamento forse?

[5] e del fatto che gli stiano sfilando il portafogli dalla tasca posteriore dei pantaloni.

[6] ho scritto proprio così? Non ci posso credere!

[7] soprattutto quando è sottoforma di un tronchetto della felicità di dimensioni considerevoli.

[8] qualcuno mi fermi perché potrei andare avanti così per delle ore…

[9] l’unica volta che ho provato a chiedere una cosa del genere mi sono preso una bottigliata in fronte

[10] lo squallore contrapposto all’estasi.

[11] non ci è dato di sapere da dove. Probabilmente si porta l’attrezzatura sempre appresso, casomai servisse… meglio essere previdenti, no?

[12] sembra il titolo di una canzone di Sanremo.


giovedì 23 febbraio 2012

LETTERA APERTA ALLA TELECOM

Mia cara Telecom,

so che tempo fa ero tuo cliente e so anche che le tariffe sono cambiate da allora. So che non c'è più il canone da pagare. So che hai potenziato l'offerta internet e so anche che saresti lieta di fare una proposta vantaggiosa a tutti i tuoi affezionati ex clienti.


Vuoi sapere come mai so tutte queste cose?


So tutte queste cose perché da sei mesi a questa parte un tuo operatore (non sempre lo stesso, intendiamoci, ogni volta uno diverso) mi telefona, un giorno sì e l'altro no, per ripetere all'infinito la stessa noiosa filastrocca e cercare disperatamente di convincermi a sottoscrivere un abbonamento.


Ora mi chiedo: QUANTE STRACAZZO DI VOLTE DOVRÒ DIRE DI NO?!


Con affetto, il tuo ex abbonato Dario.

mercoledì 4 gennaio 2012

Precisione

Il cazzo NON è uno strumento di precisione...
e questo vale per tutte le sue possibili applicazioni.

mercoledì 11 maggio 2011

Una parola al giorno (o quasi): GIUSTIZIA

LA BALLATA DI TONINO ESPOSITO


Tonino era un uomo semplice. Normale, mediocre… come tanti altri insomma.
A guardarlo di sfuggita, mentre camminava in mezzo alla gente, non si sarebbe detto che avesse nulla di caratteristico, nulla degno di nota… a guardarlo di sfuggita.
Ma concedendogli anche solo una seconda occhiata, un minimo più attenta della prima, si capiva subito che quell’uomo aveva qualcosa di speciale: infatti Tonino aveva un piano.
Ma andiamo per ordine.
Tonino Esposito era nato il 14 giugno del 1971 a Napoli, quindi, come i più astuti avranno certamente intuito, nel 2011 (l'anno in cui si svolge la nostra storia) stava per compiere 40 anni.
Questo traguardo non mancava di suscitare in lui una certa inquietudine, soprattutto ricordando il giorno in cui suo padre aveva compiuto gli stessi 40 anni, ed aveva riempito di botte la moglie (nonché madre di Tonino) spiegando poi alla polizia che non aveva potuto farne a meno… era il suo compleanno, aveva 40 anni! Si rendevano conto?! 40 anni e non aveva combinato un cazzo nella sua vita! I carabinieri gli avevano giustamente chiesto cosa c’entrasse questo con l’aggressione ai danni della moglie ed il padre di Tonino aveva candidamente risposto che non c’entrava niente, ma con qualcuno doveva pur sfogarsi, no?
Come dargli torto?
Forse era anche per questo che Tonino non si era mai sposato.
Tuttavia pur senza moglie, qualcosa in comune a suo padre Tonino l’aveva: anche lui non aveva combinato un cazzo. E questo era… spiacevole.
Fu così che un giorno non meglio precisato del mese di maggio del 2011, Tonino formulò un piano… e decise di realizzarlo. E, sempre per questo, un altro giorno non meglio precisato di quello stesso maggio, Tonino si recò a casa di Massimo Scardonazzo, noto ai più con il soprannome di O’Palissandro.
Massimo si era guadagnato quel soprannome in circostanze che risultano ancora poco chiare, ma ai fini del nostro racconto tutto ciò è poco importante. Quello che conta è che qualche anno prima, alla Sagra del Peperone ‘mbuttunato di Chiaiano, il padre di Tonino (da poco uscito di prigione) e quello di Massimo (che ci sarebbe finito di lì a poco), avevano litigato per il possesso di una gigantesca soppressata messa in palio da un salumificio di Pianura. Ne era nata una disputa alquanto accesa che si era conclusa solo qualche ora più tardi, al pronto soccorso del Cardarelli di Napoli, con 16 feriti, 2 contusi lievi e 3 fermi di polizia. Nel caos che era seguito all’evento si erano drammaticamente perse le tracce della soppressata che anche successivamente non era stata mai più rinvenuta nonostante le accanite ricerche dei dipendenti del salumificio.
Ma questa è un’altra storia di cui, semmai, parleremo un’altra volta.
Ai fini del nostro racconto, ciò che conta è che in quella circostanza Tonino fece la conoscenza di Massimiliano O’Palissandro, scoprendo, tra le altre cose, che detto Massimiliano era l’orgoglioso proprietario di un crick non sempre usato per lo scopo per cui i crick sono stati notoriamente progettati. E che il suddetto crick veniva custodito all’interno di un autocarro (usato) con rimorchio (usato anche lui).
Quando, quel giorno imprecisato di maggio, Tonino si reco da O’Palissandro, tutti pensarono che la sua visita fosse legata proprio al crick e all’uso improprio che ne era stato fatto alla Sagra del Peperone. Ma non era così: a Tonino non interessava il crick, a Tonino interessava l’autocarro.
Come è facile intuire O’Palissandro non aveva motivi di simpatia nei confronti di Tonino ed anzi, non sarebbe sbagliato affermare che Tonino gli stava proprio sui coglioni e l’avrebbe volentieri gonfiato come una zampogna.
Era lecito aspettarsi che la situazione sarebbe degenerata in una rissa furibonda, ma non andò così.
Non ci è dato di sapere cosa si siano detti i due in quell’intenso incontro di pochi minuti. Fatto sta che poco dopo il loro incontro, Tonino fu visto allontanarsi vivo, vegeto e sorridente: alla guida dell’autocarro di O’Palissadro.
Il punto, vedete, è che Tonino aveva un piano. Un piano ardito, un piano folle… ma anche glorioso, e per quanto rancore potesse avere O’ Palissandro nei confronti del suo rivale, quel piano era di una bellezza così sublime che mai e poi mai si sarebbe perdonato se non vi avesse partecipato, sia pure solo attraverso il proprio autocarro.
Ma ritorniamo al protagonista della nostra storia.
Tonino, dicevamo, aveva un piano.
Ma non solo.
Tonino adesso aveva anche un autocarro con rimorchio della portata massima di 25 tonnellate di carico.
Se c’era qualcosa che Tonino non aveva, a dirla tutta, era la patente. Forse è anche per questo che lungo la strada il nostro eroe si lasciò dietro una distesa di automobili frantumate. Ma le imprese gloriose ed ardite hanno un prezzo da pagare, e non è sempre detto che quel prezzo lo debba pagare chi partecipa all’impresa.
Tonino aveva un piano dunque, l’abbiamo già detto.
Ed aveva un autocarro.
Non aveva la patente… ma aveva una lista. Una lista di nomi.
Ed è qui che arriviamo al piano di cui si è detto.
Il primo nome della lista era l’ingegner Alfonso Maria Bernascordi, della Chimical Stocazzi Veneta.  In carica dal 1997 al 2002 e responsabile dello smaltimento illegale di 3000 tonnellate di rifiuti tossici in Campania. Il secondo nome era il Dott. Artemiso Altobrandi della Spugnarozza Srl, responsabile dello smaltimento di 2000 tonnellate di fanghi conciari (sempre in Campania ovviamente). Il terzo nome era il Dott. Manlio Allumpani,  amministratore delegato del Gruppo Bresciano Solventi e Solventi Spa, responsabile per altre 4000 tonnellate di rifiuti tossici.


La lista era, ovviamente, incompleta.
Ma era un buon punto di partenza.
E poi c’era il piano, non dimentichiamocelo.
Fu così che durante la notte, l’eroico Tonino, con l’aiuto di pochi altrettanto eroici volontari, caricò tutta la monnezza più nauseabonda che fu in grado di reperire per le strade di Napoli e provincia. Non fu molto difficile… reperirla, s’intende. Caricarla no, invece, fu una smazzata incredibile: ma non si può avere tutto dalla vita e poi… ne valeva la pena.
Tonino caricò, dunque. E poi viaggiò, fino alla regal dimora dell’ingegner Bernascordi, al quale fece omaggio di 5 tonnellate fresche fresche di spazzatura fermentata doc. Fu poi la volta dell’Altobrandi, che aveva una ridente villa sulle colline toscane, con tanto di piscina… a cui Tonino aggiunse approssimativamente 4 tonnellate di pattume assortito. E, infine, fu il turno dell’Allumpani, a cui Tonino elargì generosamente tutto il resto del carico, che finì in parte anche sulla lamborgini e le altre 3 fuoriserie parcheggiate orgogliosamente nel viale.
E mentre Tonino faceva nuovamente rotta verso Napoli, partivano le denunce, ed il passaparola rimbalzava di qua e di là. E il terrore si insinuava nei cuori e nelle menti di chi, a vario titolo, aveva avuto responsabilità nello sversamento selvaggio di rifiuti in Campania.
Alcuni si licenziarono su due piedi e partirono per l’Uzbekistan.
Altri cambiarono nome.
Altri si convertirono e presero i voti (non quelli elettorali, quelli, molti di loro, li avevano presi in precedenza).
Tonino, al suo ritorno, fu accolto da una folla festante e da alcuni rappresentati della legge che, pur con una certa riluttanza, furono costretti a trarlo in arresto.
Tuttavia, lungo il tragitto che portava al commissariato, si persero stranamente le tracce del reo ed ancora oggi si ignora che fine abbia fatto.
Alcuni dicono che viva alle Bahamas accudito e venerato da un gruppo di ragazze avvenenti.
Altri dicono che sia morto eroicamente tentando di portare un ultimo carico ad Arcore.
Ma i più ritengono che sia ritornato a vivere nella sua casetta, proprio lì, a pochi metri dalla discarica di Chiaiano. Ma che, adesso, chissà per quale motivo, non senta più la puzza. O meglio, pare che quella puzza non gli risulti più così intollerabile come avveniva fino a qualche giorno prima.
Ma non è questo il punto.
Il punto è che Tonino aveva un piano e lo ha realizzato, dimostrando a tutti cosa può fare un uomo determinato.
Il giorno dopo, Cosimo Bufarella, orgoglioso proprietario di un Ape Piaggio usato, caricò tutta la spazzatura presente all’angolo tra Via Medina e Piazza Municipio, e partì alla volta della padania nord occidentale. Due giorni dopo, Assuntina Cecere, caricò la station Wagon del marito (che tra l’altro la tradiva con la shampista del coiffeur di fronte) e partì per il Veneto seguita di lì a poco da Gennaro Mazzarella su un SUV rubato. E… come se si fossero messe d’accordo, nei giorni che seguirono, centinaia di persone comuni, galvanizzate dall’esempio di Tonino, partirono verso il nord Italia, ognuna col proprio carico, formando un’orda inarrestabile, al grido di “Per Tonino, e per noi! State attenti, che stiamo arrivando!”
Quindi il punto, se proprio vogliamo trovarne uno, è questo:

State attenti… stanno arrivando.

domenica 11 gennaio 2009

BUON ANNO!

NOTA BENE: fatti e riferimenti a persone realmente esistenti non sono del tutto casuali, ma sono sicuramente romanzati e rielaborati secondo l'ispirazione del momento e l'uso  smodato di alcolici...



Ci ho messo 5 ore per scegliere il vestito.
Prima ero troppo sexy, sembrava volessi riconquistarlo, poi ero troppo casual, sembrava mi fossi lasciata andare fino a perdere gli ultimi rimasugli di femminilità. Ho provato varie formule, per così dire, intermedie e facevo schifo perché non ero né carne né pesce... alla fine ho recuperato il vestitino iniziale anche perché, cazzo, è pur sempre un veglione di capodanno; ma ho sostituito le calze e le scarpe da escort di lusso con qualcosa di più sobrio e, pur se con un minimo di rimpianto, ho rinunciato al push up, che faceva sempre la sua porca figura.
Trucco... poco e sapiente, più per occultare le magagne che per evidenziare qualcosa. Non che ci sia tanto da evidenziare poi... anche se, devo dire, i miei occhi sono pur sempre di un verde stupendo.
Mi guardo allo specchio e vorrei rifare tutto daccapo, ma ormai è tardi: non mi va di arrivare per ultima, qualcuno potrebbe pensare che voglio mettermi in mostra.
Comunque sono già completamente spossata e non sono ancora neanche uscita di casa. Perché ci vado? Mi chiedo poi. E non sono l'unica a chiederselo... me l'ha chiesto anche mia madre. Non ho saputo cosa dirle, ovviamente, quindi mi sono limitata a scappare nell'altra stanza farfugliando “devo andare e basta!”
Che poi è la verità. Devo andare e basta... è una questione di principio... e di solitudine.
Cioè... io avevo cinque semplicissimi punti fermi nella mia vita: Giovanni, il mio ragazzo. E i fantastici quattro: Clelia, Alberto, Leo e Angela, i miei amici storici, quelli con cui ho condiviso 5 anni di forum (lo so, lo so non dite niente è terribile ma è così, gli amici li ho raccattati in un forum) e di vita e di parole e di fissazioni, di concerti, di libri... i miei amici insomma. Quelli di cui, tanto per essere precisi, Giovanni era anche un po' geloso, e che considerava mezzi sfigati (sempre per la faccenda del forum è ovvio)... uso il passato perché poi, quando mi ha lasciato non è stato più geloso ed i miei amici hanno smesso di essere sfigati e sono diventati anche i suoi amici.
Mai capito perché.
Voglio dire, lui ce li aveva i suoi amici, no? Ed anche tanti, mica come me che sono sociopatica e ne ho solo 4. Lui ne aveva dozzine di amici quindi, mi chiedo, che bisogno aveva di prendersi anche i miei? Pura ingordigia? Boh?
E comunque, all'inizio, visto che sono poetica e cretina, mi sono detta che non era necessariamente una cosa brutta, anzi... che Giovanni, in pratica, pur scegliendo di lasciarmi, aveva voluto mantenere un legame intatto tra me e lui, attraverso gli amici comuni, che era un suo modo per dirmi che anche se non mi amava più, non voleva perdermi per sempre. Un gesto di dolce sensibilità, in pratica. Sì... sensibilità 'sticazzi!
Nella sostanza, questo non perdersi si è concretizzato in Giovanni che ha cominciato a comparire ai vari compleanni e alle uscite di gruppo con i miei amici con una frequenza allarmante. Sempre lì, puntualissimo, mai che dovesse mancare una volta, eh?! Con quella sua aria finta imbarazzata di chi c'è quasi per caso, e che, sempre guarda caso, non è solo... perché Giovanni, chi l'avrebbe detto, ha trovato quasi subito la sua vera anima gemella, mentre io sono ancora sola.
Però, come dice giustamente Clelia, sono pure io che mi ci fisso su queste cose. E che diamine! La vita continua, va avanti, si cresce, ci si evolve, mica posso stare sempre lì a rimuginare sul fatto che per tutti i 7 anni in cui siamo stati insieme, Giovanni ha sempre detto di non sentirsi pronto per “le cose serie” e che una convivenza non era assolutamente proponibile... ma due mesi dopo avermi lasciato è andato per l'appunto a convivere con quella grandissima troia della sua nuova ragazza che, per carità, non mi ha fatto niente, ma la odio lo stesso con tutte le mie forze non fosse altro per il fatto che si chiama Sabrina, proprio come la protagonista del mio film preferito e che quindi mi ha tolto anche il piacere di rivedermelo da sola sul divano perché, ogni volta che sento nominare quel nome, mi si torce lo stomaco.
E poi, dice sempre Clelia, sono anche passati quasi due anni ormai. Basta vivere nel passato.
Ecco perchè devo andarci, a questo dannato capodanno.
Perchè ho finalmente voltato pagina e posso festeggiare l'hanno nuovo serenamente, anche se ci sono Giovanni e Sabrina. E anche perché l'unico invito per capodanno me l'ha fatto Clelia, bontà sua.
Dopo aver invitato Giovanni e Sabrina s'intende...
Me la ricordo la telefonata, è andata più o meno così: ciao Fiorella sono Clelia... come stai, bla bla, sì anche io e poi bla bla... sì per capodanno stavamo organizzando da me, bla bla bla, ma naturalmente tu sei dei nostri, no?
Ed io: ma certo che sono dei vostri, bla bla, è una tradizione ormai... come fareste senza il mio zampone con lenticchie, bla bla...
E Clelia assume quel tono particolare, quello venato dell'imbarazzo tipico di quelle persone che stanno per darti una tranvata. Una specie di preallarme, in modo che tu lo sappia che sta per arrivarti qualcosa di spiacevole addosso prima ancora che le parole formino il concetto temuto. E mi fa: ah! A proposito... mica è un problema se viene anche Giovanni vero? Perché gliel'abbiamo già detto.
Ed io pronta: no ma che problema c'è? Ed intanto mi domando che me lo si chiede a fare, adesso. Se c'era il dubbio che potesse crearmi problemi, perché non chiedermelo prima? Se sono la tua amichetta del cuore, scusa, prima inviti me, mi chiedi se è tutto ok, e poi lo dici a lui! Non così, al contrario, perché suona tanto come un se ti rode chissenefotte, stai a casa perché a noi interessa più che venga Giovanni, anche se ha ricevuto inviti al altri 15 veglioni...
Ma forse sono io che sono fatta male e che penso in modo contorto. Anzi sarà sicuramente così.
E così eccomi pronta, carica delle migliori intenzioni per far sì che sia una serata divertente e, soprattutto, priva di tensioni e vecchi rancori che possano venire a galla ed inquinare il cenone.


Il primo momento di vero panico arriva nell'ascensore.
Sono lì con un enorme vassoio di cotechino e lenticchie che oscilla pericolosamente (anche perché sui tacchi non ci so camminare) ed armeggio goffamente con la porta e col pulsante del piano, rischiando di far finire tutto a terra. Lo vedo, ovviamente, come un presagio. Ma me ne frego perchè ho attraversato mezza città da sola per esserci. Gli altri anni s'era sempre offerto qualcuno di venire a prendermi, quest'anno stranamente erano tutti incasinati... che sia un altro presagio, o solo l'accenno di un sommesso disinteresse, chissà?
Ma ora sono qui. Ho preso anche la metro vincendo ogni remora claustrofobica, visto? Sto superando le mie paure, posso superare anche Giovanni e la sua fidanzata! Posso iniziare il nuovo anno liberandomi delle vecchie zavorre e spiccare il volo verso un 2009 da sogno... sì sì, ne sono sicura e quindi, pigio il pulsante del piano col gomito.
Ormai non si torna indietro.


Per i primi venti minuti della serata, riesco davvero a crederci che sarà così. Mi sento quasi leggera. Ad un certo punto mi convinco addirittura che i miei quattro amici del cuore siano esattamente gli stessi di qualche anno fa, e che sia stata io, sprofondata nella mia crisi di autocommiserazione rosicatoria, ad aver voluto ostinatamente vedere i segnali del loro disinteresse in una serie di inezie che avevano, nella realtà, tutt'altre giustificazioni.
Quasi quasi sarei tentata di rimproverarmi da sola per avere permesso alle mie paranoie di rovinare il bel rapporto che avevo con loro. Ed intanto bevo distrattamente del vino rosso, anche per darmi un tono, visto che non mi parla nessuno.
Poi arriva Giovanni e comincio a pensare che, alla fin fine, venire lì non sia stata poi questa grande idea.
Perché, quando ce l'ho vicino, mi viene spontaneo di toccarlo, capite?
Non che sia questa bellezza irresistibile, intendiamoci. Giovanni è un tipo passabile, tutto lì.
Ma è stato il mio tipo passabile per sette anni! Era il mio Giovanni, quello che sfioravo con la mano, e col quale scambiavo occhiate complici quando arrivava uno vestito come il tipo che adesso sta armeggiando con lo stereo, che sembra uscito da Miami Vice con con quella giacca rosa inguardabile. Per non parlare delle basette, ma chi gliel'ha progettate un architetto ubriaco o un geometra pentito? Ecco, uno così è il classico tipo da mezzo sorriso ammiccante e sguardo complice scambiato di sottecchi con Giovanni, che non sarà bellissimo, ma ha sempre saputo vestirsi con gusto. E non c'era neanche bisogno di parlare su queste cose, ci capivamo al volo, quando ancora potevo ammiccare guardandolo negli occhi...
Adesso non posso più, e mi bevo un altro bicchiere di vino, porca zozza!
Ogni tanto mi sembra che Alberto guardi verso di me con aria preoccupata e non mi è ben chiaro se la sua preoccupazione sia per quanto sto bevendo o per la presenza di Giovanni... vorrei chiederglielo, ma ho come l'impressione che la prenderebbe come una domanda provocatoria. Alberto nell'ultimo periodo è diventato molto sensibile e quasi tutto quel che faccio o dico lo prende come provocatorio, altrimenti non mi avrebbe rinfacciato di essermi chiusa e di aver respinto la sua amicizia...
Insomma. Stavo male, ero sola e non volevo attaccare il pippone della sfigata abbandonata... o meglio, volevo disperatamente attaccare il pippone della sfigata abbandonata, ma aspettavo almeno un minimo segnale da parte sua prima di iniziare, Chessò, qualcosa di banalissimo tipo una telefonata per chiedermi: come stai?
A quel punto, hai voglia... l'avrei sommerso di chiacchiere piagnucolose per almeno un paio di mesi. Ma visto che lui quella telefonata non me l'ha mai fatta, mi sono tenuta dentro tutto quel mare agitato di malessere nauseante senza rendermi conto che stavo mancando di sensibilità nei suoi confronti... e lui giustamente s'è offeso, eccheccazzo, lo capisco, poverino.
Vabbè dai, ma la serata poteva andare anche peggio. Sto reggendo bene la botta, mi sembra. Così dimostro anche ad Angela che i suoi timori erano infondati quando ha buttato giù casualmente quel: “che poi se non te la dovessi sentire di passare il capodanno con noi, ci può stare... nessuno ti rimproverebbe per questo...”. Carina a preoccuparsi così tanto per me, l'ho sempre detto che è la più sensibile del gruppo. Ma no, ce la faccio benissimo, vedi? Mi sto divertendo alla grande mentre conto le mattonelle che vanno dalla finestra al muro di fronte.
Poi, lo stronzo con la giacca rosa, perchè può essere solo uno stronzo, è evidente, mette “Ma quanto tempo e ancora” di Biagio Antonacci. Io mi volto a guardarlo come se mi avesse schiaffeggiato, lui sorride come un ebete perché tanto non ha capito un cazzo, ed annuisce soddisfatto della scelta musicale, ignorando il fatto che avrei voglia di fargli ingoiare lo stereo con tutte le casse.
Giovanni si sta servendo al tavolo del buffet ed, inevitabilmente, incrociamo gli sguardi.
A questo punto devo parlargli per forza, mi pare logico.
Mica posso fare la parte di quella che c'ha ancora delle cose in sospeso... dei sentimenti insoluti!
Io sto bene, è bene che sia chiaro a tutti.
Così barcollo verso di lui.
Ciao... dico stando attentissima all'intonazione, che in questi casi è tutto.
Ciao risponde lui con un'intonazione del cazzo.
Bella serata no? Faccio io cercando di non guardarlo troppo.
Già, fa lui bevendo l'aranciata sul cotechino, ma si può?!
E poiché lo sguardo lo sto facendo vagare, per non sembrare che voglio chissà che, lo sguardo si posa sulla sua mano e sulla fedina – un po' grossa per verità, cioè vuoi farti la fedina, va bene, ma un minimo di buon gusto, no? - che lui ha messo al dito.
Uh hai fatto la fedina, dico con sincera sorpresa, che bellina, eh... ma state davvero bene insieme, pensate di sposarvi prima o poi?
Lui barcolla. Mi fa anche spaventare un po' e penso “ 'cazzo avrò detto mai? Ho fatto una gaffe? Vuoi vedere che ho fatto una gaffe?! Mio dio ti prego, fa che non abbia fatto una gaffe!!!
Anche Clelia si sta avvicinando perché lei un po' ce l'ha quest'istinto, cioè, se ne accorge quando le cose stanno per andare davvero di merda.
Ed io intanto, prendo un piatto e comincio a metterci del cotechino con le lenticchie, tanto per fare qualcosa e non starmene lì con le mani in mano come un'idiota.
E finalmente, dopo mezzo secolo, Giovanni parla.
Meglio se stava zitto, però, perché dice qualcosa che suona più o meno come: no è che, cioè, non è una fedina quella...
A quel punto io, invece di lasciar cadere la conversazione ed andarmene, metto altre due fette di cotechino nel piatto e glielo chiedo, imbecille che non sono altro, invece di cucirmi la bocca, glielo chiedo, ebete rincoglionita, anche se lo so che non dovrei farlo, che dovrei tenere la boccaccia chiusa come una saracinesca saldata al pavimento, la apro invece per dire: ah! E che cos'è?!
Lui guarda ovunque. Dal soffitto al pavimento, dall'alpi alle piramidi e con tono molto basso questo devo concederglielo, sussurra che è una fede.
Io non parlo. Ma lui quel silenzio deve scambiarlo per il desiderio di approfondire perchè aggiunge che sì, è stata una cosa fatta un po' in sordina, seguendo un impulso, quindi non l'ha detto quasi a nessuno, neanche a Marcello.
Marcello è il suo migliore amico.
Caspita! Dico io. E dovrei andarmene, lo so! Non sto bene, questa cosa del matrimonio non me l'aspettavo e mi ha scombussolato, ma non sono sicurissima delle gambe, quindi resto ad aggiungere una mestolata di lenticchie ed a chiedere: e chi c'era?
Solo Clelia, Alberto, Leo ed Angela.
Lo guardo, proprio negli occhi questa volta: “Ma chi, i miei Clelia, Alberto, Leo ed Angela?
Lo dico con una certa enfasi in modo che si capisca che quel “miei” è molto possessivo, perché non ci siano fraintendimenti insomma.
Lui balbetta qualcosa del tipo, erano gli unici a cui si è sentito di dirlo... poi va via dando origine alla più drammatica ritirata dopo quella di Russia. Solo che lì Napoleone s'era giocato un impero, qui c'è roba molto meno importante in ballo.
Lui va, e Clelia mi si affianca con aria, come dire, preoccupata e colpevole.
No sai... dice, noi aspettavamo l'occasione giusta per dirtelo...
Che carini! Loro si preoccupavano per me, ecco perché sono andati al matrimonio del mio ex senza dirmi niente, per non ferirmi! Ovvio, no?
Sapevo che erano ancora i miei amici del cuore.
Ma no figurati... è tutto a posto. Le rispondo ingollando una forchettata gigantesca di lenticchie in modo che sia chiaro che se non dico nient'altro è perché sono una persona educata e non parlo a bocca piena, non perché non ho niente da dire.
Vado in un angolo, dalla parte opposta a quella di Giovanni, che intanto sta dicendo qualcosa ad Alberto e tra tutti e due, bisogna dirlo, stanno facendo un gran gesticolare, ma a me non importa io ho altro a cui pensare. Abbasso lo sguardo sul mio piatto, e mi rendo conto che tra una cosa e l'altra, mentre cercavo di non svenire, c'ho messo dentro cotechino e lenticchie per un reggimento di alpini.
Ma tanto meglio. Così posso passare tutto il tempo che mi separa dalla mezzanotte a mangiare, senza essere costretta a parlare di niente con nessuno.
Mangio anche con una certa voracità... mentre il cervello è così sovraccarico di pensieri da cessare quasi ogni attività. Cioè i miei amici, i MIEI amici, sono andati al matrimonio del MIO Giovanni, che però si stava sposando con un'altra e poi, loro, non mi hanno detto niente, e... Gesù, che capodanno di merda!
Mi verrebbe anche da piangere, ma poi che figura farei? Non posso mica crollare così, davanti a tutti. E quindi ingollo cotechino e lenticchie che, se non altro, dovrebbero portare soldi. Visto mai che gennaio iniziasse con una bella proposta di lavoro?
Mastico poco, ingoio molto.
E che sarà mai? Cioè, in questa stramaledetta serata ho mandato giù ben altro. Il cotechino al confronto non è nulla.
Mangio e un po' piango mi sa. Perché con tutta la buona volontà, nonostante tutti i miei buoni propositi, non ce la faccio a restare impassibile. Non ce la faccio! Porca miseria, è inutile che mi lanciate quelle occhiate allarmate, vorrei vedere voi al mio posto, cazzoni che non siete altro. Che poi... ci voleva quest'arco di scienza per immaginare che la cosa sarebbe venuta fuori, non era meglio venirmi a trovare a casa, qualche giorno prima? È vero che non abito vicino, ma sono io quella che sta a piedi, voi la macchina ce l'avete tutti e quattro!
Comunque, non lo so se ce la faccio a fare la mezzanotte, quasi quasi chiamo un taxi...
Mentre sto andando dentro, verso il cappotto... intercetto Alberto e Clelia.
Senti Fiorella... lo sappiamo come stai...
Eh no scusate, voi non sapete un cazzo! Penso, ma reputo più dignitoso dire che sto bene.
Noi, volevamo dirtelo, davvero, ma abbiamo pensato che non eri ancora pronta... e, diciamo la verità per te era meglio non sapere, non l'avresti mai digerita 'sta cosa.
No è vero, non l'avrei digerita. Come non digerirò mai il cotechino e le lenticchie che ho forsennatamente ingoiato poco fa, tant'è che, senza una parola, mi protendo improvvisamente in avanti e vomito tutto sui piedi di Alberto.
Lui non ha neanche il tempo di scansarsi, si limita a guardarmi inorridito. Probabilmente, più tardi, avrà modo di attribuire anche questo alla mia mancanza di sensibilità.
Molto più tardi, però, perché ce ne vorrà per pulire quelle scarpe.
Mi asciugo la bocca con un tovagliolo e chiedo scusa, a tutti.
Clelia vorrebbe dire qualcosa lo so. E se sta zitta non è per cattiveria o per disinteresse, è che proprio non sa cosa dire, ma almeno il suo sguardo sembra sinceramente dispiaciuto e forse ha cominciato a rendersi conto di quanto è stata stronza.
A me, comunque, non importa. Voglio andare a casa.
Ma dove vai guarda che qui tra poco sparano...
Effettivamente è quasi mezzanotte. Ma tant'è... se fossi nata nella striscia di Gaza correrei questo rischio tutti i giorni, non solo a capodanno, quindi vado...
Mentre mi avvio a piedi, verso casa, cominciano a sparare. Ci sarebbe quasi da aver paura, ma non me ne fotte proprio. Sparino pure, anzi, sparo anch'io, c'ho qui in tasca un bellissimo petardo che avevo portato per l'occasione...
Davanti a me c'è un'auto eroicamente parcheggiata in aperta sfida alla follia dinamitarda dei festeggiamenti.
La riconoscerei dovunque perché è quella in cui ho fatto l'amore per l'ultima volta con Giovanni. Mi chiedo se ci scopi anche con la mogliettina, o se loro due lo facciano solo a casa e in albergo. Magari lei, che è così perbenino, certe cose in macchina non le fa.
Che le faccia o no, quella è l'auto in cui ho fatto le mie performance migliori, e se proprio non posso riprendermi Giovanni... cavolo, è capodanno no?
Prendo un sasso, sfondo il finestrino, accendo il petardo, lo butto dentro... e vaffanculo!
Mentre mi allontano vedo che la tappezzeria del sedile ha preso fuoco.
Peccato, Giovanni l'adorava quell'auto, però, ormai aveva più di sette anni, e che cavolo, così avrà un motivo in più per cominciare l'anno rinnovandosi.
Io di certo dovrò farlo...

lunedì 28 luglio 2008

Il tempo è uno stronzo

Non te ne accorgi subito perché, soprattutto quando sei giovane, tende solo a sfiorarti e il suo tocco ti appare come poco più di una carezza.
Ma questo succede perché il tempo è furbo, oltre che stronzo, e quindi non vuole allarmarti. Non vuole darti la possibilità di metterti sulla difensiva… preferisce abituarti bene in modo che, quando comincerà a colpirti davvero, farà più male.
Così all'inzio, son tutte rose e fiori. Sei solo un ragazzino sciocco e vorresti che il tempo passasse il più rapidamente possibile, perché essere ragazzino non fa per te, perché ti senti già pronto per fare l'adulto, e hai fretta, una fretta frettissima forsennata e insensata.
Fondamentalmente non capisci un cazzo.  E questo lui lo sa... quindi sta al tuo gioco. tanto, adifferenza di te, lui ha tutto il tempo che vuole.
E dopo un po’ te ne accorgi... che non capivi un cazzo.
E ti accorgi che il tempo, improvvisamente, non solo ha cambiato marcia, ma ha cambiato anche atteggiamento.
Adesso sa di aver preso il controllo e non gliene frega più di fare la parte dell'amico.
Questo, ovviamente, perché il tempo è uno stronzo.
Così, improvvisamente, ti rendi conto che il tempo ci sta dando dentro con calci e pugni. Ti arrivano da tutte le parti e, tra una botta e l’altra, realizzi una cosa ovvia ma alla quale, fino a quel momento, rifiutavi di pensare: che il tempo travolge ogni cosa, te compreso.
Stai invecchiando… e non c’è niente, niente di niente, che tu possa fare per cambiare questo dato di fatto. Porca puttana!
Puoi sentirti giovane, puoi portarti bene gli anni che hai, tenerti in forma, gratificare il corpo e lo spirito con tutti i cazzo di piaceri che ti vengono in mente. Puoi piangerti addosso, puoi coprirti di ridicolo giocando a fare il ragazzino o puoi cercare di vivere al meglio e di goderti il presente. Ma ciò non toglie che, dopo un attimo, il presente sarà già passato, perché quello stronzo del tempo se l’è portato via.
E la cosa peggiore è proprio questa, che il tempo oltre ad essere stronzo… e furbo… è anche ladro.
Un ladro maledetto sempre pronto a impossessarsi della tua vita, dei tuoi ricordi per portarseli chissà dove.
La tua vita, i tuoi ricordi, roba tua, intima, importante! Momenti preziosi che dovrebbero accompagnarti fino alla fine dei tuoi giorni e che invece sbiadiscono nel tempo, trasformandosi in ricordi sfocati, incerti o, nella peggiore delle ipotesi, svanendo completamente. Per colpa del tempo!
E si tratta di una cosa grave, perché noi siamo i nostri ricordi. Questa è l’unica cosa che ci rende ciò che siamo e che ci distingue dagli altri. Certo, qualcuno potrebbe dire che non è così,  che c’è sempre l’anima… ma non lo so, per me l’anima è il soffio di una menzogna che abbiamo rubato a dio. Che ci sia davvero è tutto da vedere, e non ci scommetterei più di 10 euro sopra.
I ricordi no, cazzo! I ricordi sono una cosa reale, tangibile. Sono la nostra storia, il tappeto su cui edificare il futuro, e quelli sono sacri. Qualcuno dovrebbe dirglielo al signor tempo, di tenere le sue luride zampe lontano da noi.
Qualcuno lo faccia, se trova il modo di comunicare con lui. Io, al momento, sono troppo incazzato.
A proposito, l’ho già detto che il tempo è uno stronzo?

mercoledì 14 maggio 2008

Frammenti di conversazioni amorose

Seduti su un muretto, uno accanto all’altra. lo sguardo rivolto verso il panorama anche se i pensieri sono altrove.


Insomma, non è  andata. dice lei.


lui zitto.


E… ci sono rimasta di merda, perché questa volta ero davvero convinta di essermi innamorata.


lui zitto.


Mi dicevo "questa è la volta buona. questa è la volta buona!" ne ero proprio strasicura. Cioè… lui mi andava proprio giusto, capisci? Mi aderiva alla perfezione era… la mia anima gemella.


lui zitto.


E poi, a un certo punto ho capito tutto. Sai come quando hai una specie di illuminazione?


lui non lo sa com’è quando hai una specie di illuminazione,  ma fa finta del contrario, annuisce e sta zitto, cosa che, tra l'altro, ormai gli riesce con una certa naturalezza.


Ho capito che il vero amore non è stare con uno uguale a te. Cioè, tanto varrebbe mettersi con uno specchio, no? Il vero amore è quando stai con uno completamente diverso…


lui sta zitto. anche lei sta zitta: lui perché non ha niente da dire, perché ha detto tutto quel che doveva dire.


il tempo passa ma lui sta cominciando, sorprendentemente, a pensare qualcosa.

Diverso come? chiede lui dopo un po’.


Diverso!


Tipo me e te?


lei ci pensa un attimo.


Uhm… no… non così diverso.


Uh… dice lui. Si guarda le punte dei piedi, che penzolano oltre il muretto. Sta prendendo una decisione.


No perché… io, mi sa che ti amo. dice alla fine.


lei lo guarda. è la prima volta che lo guarda oggi.


Tu cosa?


Ti amo.


Merda!


Non dovevo dirlo vero?


Merda, merda… merda!


Ho fatto un casino…


Eccheccazzo!


Scusa… è che…


Stai zitto per favore.


lui sta zitto. anche lei. fanno finta di guardare il panorama anche se è chiaro ormai che del panorama non gliene può fregare di meno. anzi, quel tramonto dall’aria romantica gli fa anche girare un po’ i coglioni.


Vabbè e ora, che facciamo? chiede lui.


lei si alza dal muretto, si aggiusta i jeans e guarda verso casa.


Andiamo a scopare, che è meglio. dice.


Ok.


E non dirlo mai più.

Cosa?


Che mi ami…


Ok... basta che si scopa (questo forse lui lo pensa soltanto, senza dirlo...)


Andiamo?


Andiamo.