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sabato 13 gennaio 2018

Futura Memoria

John T. J. Albraw era, a detta di tutti, una persona speciale. Chiunque avesse fatto la sua conoscenza gli riconosceva una enorme sensibilità, un fine intelletto e una profondità di pensiero non comuni.
John T.J. Albraw, naturalmente, era consapevole del proprio valore, ma si guardava bene dall’ostentarlo in cerca di facili consensi ed anzi, essendo una persona realmente speciale, riusciva ad esserlo senza risultare fastidioso o saccente, ma al contrario, riusciva ad essere un solido punto di riferimento per tutti, sempre pronto a donare piccole fiammate del suo ingegno e della sua profondità di pensiero, ma con garbo e delicatezza, senza invadenza o, peggio ancora, sterile narcisismo.
Eppure T.J. aveva un problema.
Essendo conscio del proprio valore, ed avviandosi verso la vecchiaia, si era reso conto di avere una grossa responsabilità: lasciare qualcosa ai posteri, a futura memoria. Un’ultima frase, in punto di morte, che potesse chiudere in bellezza la sua vita. Una frase degna di essere la sua ultima frase.
Il problema non era di facile soluzione, e per venirne a capo T.J. si chiuse nel proprio studiolo per quasi 20 giorni a riflettere, elaborare, sintetizzare e, finalmente, una domenica di luglio, col sole che giocava a nascondino attraverso le persiane della finestra, T.J. trovò la frase giusta. Quella che potremmo definire la “frase perfetta”. In essa l’anziano uomo di pensiero era riuscito a condensare una vita, mettendo un pizzico di ironia, una minima dose di autocompiacimento, un po’ di saggezza e tanta di quella profondità curiosa e illuminante che aveva caratterizzato il suo modo di essere e di relazionarsi alla vita.
Sollevato e felice di aver raggiunto lo scopo superando le sue più rosee aspettative, T.J. Albraw invitò a cena figli e nipoti per consegnare il proprio lascito, ma, fatalmente, proprio durante quella infausta cena, un insidioso bocconcino di pollo gli andò di traverso infilandosi subdolamente nella sua trachea.
In pochi attimi T.J. divenne cianotico e mentre realizzava che, di lì a poco, sarebbe indubbiamente morto per soffocamento, si rese anche conto di non riuscire a parlare.
A terra, con l’universo che lentamente si dissolveva in una nuvola impalpabile di oscurità. T.J. non cercava di respirare ma di parlare, per consegnare ai suoi cari la frase con cui lo avrebbero ricordato. Ma le parole gli si strozzavano in gola, affastellandosi l’una sull’altra senza uscire, nonostante tutti i suoi sforzi.
Carol, la nipote preferita, capì che il nonno cercava di dire qualcosa e, negli ultimi secondi, si protese per cercare di cogliere anche il minimo suono…
Mentre Carol si tirava su, tutti le si strinsero intorno.
“Cos'ha detto qualcosa?” le chiesero con gli occhi lucidi in attesa di conoscere le ultime parole dell'uomo che amavano e rispettavano da sempre.
 “Ha detto… merda”.

venerdì 5 settembre 2014

ADDIO

Mentre salivano lungo il crinale occidentale della Moher Hill, Fergus fece vagare lo sguardo sulla pianura sottostante, riarsa dal sole: erano quasi due mesi che non pioveva.
Neanche una goccia di maledettissima acqua.
I campi si erano inariditi, i boschi si erano seccati, tutta la terra a sud delle montagne stava agonizzando lentamente… e i suoi abitanti con essa.
Fergus alzò lo sguardo verso l'alto asciugandosi il sudore che gli imperlava la fronte.
Il sole, nel cielo, brillava come al solito: arrogante e indifferente.
Era ancora presto, eppure il caldo afoso si era già disteso sulla regione stringendola nel suo abbraccio soffocante.
Fergus avrebbe dato chissà cosa per un po' d'ombra, ma il pendio era scosceso e privo di vegetazione. Se avesse potuto scegliere, sarebbe salito dall'altro lato. Lì qualche eroico albero resisteva ancora con ostinazione, offrendo un minimo di riparo, ma lo straniero incappucciato aveva troppa fretta e non aveva voluto sentir ragione.
«Se la strada più breve è da ovest, da lì andremo» aveva detto.
Fergus aveva cercato di obiettare, ma alla fine era lui a pagare. Venti pezzi d’argento per raggiungere la vetta della Moher Hill, e altri dieci per scavare una fossa. Trenta pezzi d’argento in tutto.
Per una somma del genere Fergus ne avrebbe scavante venti di buche, e ci avrebbe seppellito i genitori, senza battere ciglio, quindi... adesso gli toccava arrancare sotto il sole, col sudore che gli infradiciava la casacca.
Benché fosse lui a conoscere la strada era l'altro, l'incappucciato, a fare l'andatura. Un'andatura fin troppo veloce per i gusti di Fergus che, dopo un po’, aveva cominciato a pensare ad altro nel tentativo di ignorare quel sole bastardo che gli alitava addosso il suo calore appiccicoso.
In fondo, era solo una mezza giornata di lavoro. Mezza giornata e se ne sarebbe tornato con un bel gruzzolo. Soldi buoni, conio delle isole. Argento di qualità che avrebbe potuto spendere nella locanda del vecchio Forst, bevendo birra gelata, e affondando la barba in mezzo alle tette di Emma Walton.
Non era bellissima Emma. Il vaiolo le aveva preso la giovinezza fin da piccola, facendosi pagare in anticipo e con gli interessi, ma aveva gli occhi azzurri che brillavano come gemme nella notte e quelle tette gigantesche e sode con cui ti lasciava fare un po' di tutto, per il giusto prezzo.
Fergus si asciugò nuovamente il sudore aggiustando la posizione della vanga che portava sulla spalla.
Il terreno secco, sotto i suoi piedi, si lamentava ad ogni passo. Ma oltre quel crinale, oltre quella fossa da scavare, oltre quel sole cattivo, c'era una lunga notte di bevute e di sesso.
A questo doveva pensare.
E con Emma finalmente sotto di lui, tutto sarebbe stato più accettabile, anche quello schifo di vita e il ritorno a Conbor County.
Se n'era andato quando? Due o tre anni prima, per non fare la fine di suo padre.
Se n'era andato con l'arroganza di chi sa già tutto e ha un piano ben preciso per cambiare completamente la propria vita. Se n'era andato con uno zaino pieno di gallette rancide, una borraccia di sidro e tante certezze. Forse troppe…
Del resto, si era detto, tutto era meglio che fare il contadino come suo padre.
Lo vedeva come si ammazzava di fatica, ogni giorno a lottare con quella terra infame che non regalava niente. Ogni sacrosanto giorno a sgobbare come un mulo per cercare di trarne qualcosa di commestibile. A sbuffare sulla zappa, a imprecare per la grandine, o per la siccità, o per i parassiti. Con la schiena spezzata, la pelle bruciata e calli così grossi sulle mani che, in quei rari momenti di umanità, quando il torpore della fatica si ritirava quel tanto perché il vecchio si ricordasse di avere un figlio, azzardando una goffa carezza, Fergus si era sempre sottratto pensando che quelle mani non potevano appartenere a un essere umano, che dovevano essere per forza a un troll.
Io non sarò mai come lui, si era detto, fin da piccolo. Io non la voglio fare questa vita.
Per fare il contadino devi essere o troppo forte o troppo debole. E Fergus non aveva né la rassegnazione del padre, che era in grado di subire dalla vita i calci più duri e spietati, senza neanche formulare un vago pensiero di ribellione. Senza osare immaginare anche solo l'idea di una vita migliore. Né la forza eroica di sua madre, che si era sposata con quell'uomo e gli viveva accanto sostenendolo da chissà quanti anni. Che aveva visto la propria giovinezza dissolversi nel giro di un paio di stagioni, e trasformarsi in una durezza granitica, contro cui tutto si infrangeva, la morte del primogenito per la febbre nera, la perdita della stalla per l'incendio, la perdita della speranza, quando il suo uomo si era progressivamente incurvato sotto la fatica fino a trasformarsi in un'ombra che andava e veniva dai campi, senza più alcuna espressione negli occhi.
Morto dentro, già da chissà quanto, mentre il suo corpo si trascinava avanti, più per abitudine che per volontà.
Tutto questo avrebbe dovuto consumarla dentro. Invece sua madre si svegliava col sorriso ogni mattina. Perché ogni nuovo giorno era un nuovo giorno, regalato dagli dei a chi sapeva credere ancora in loro. E anche se lei aveva poco più di niente, anche quel “poco più di niente” le bastava, perché lei amava la vita per ciò che era, nonostante ogni giorno fosse impastato del sapore acre e amaro della morte.
Fergus non ne era sicuro, ma probabilmente era stato più a causa sua, che non per la debolezza del padre, se aveva deciso di andarsene. Se un giorno si era reso conto che poteva accettare tutto tranne quella inutile e innaturale vitalità della madre.
E comunque, anche se le cose erano andate com'erano andate, non rimpiangeva niente: almeno lui ci aveva provato!
Certo, era partito con altre aspettative.
Aveva dei sogni lui, mica come gli altri falliti del paese, a cui bastava sopravvivere. Lui era uno che il cervello lo sapeva far funzionare.
Stava per succedere qualcosa ad est. L'Elagon e il Lagin si stavano contendendo un pezzo di terra, come cani selvatici con un osso di pollo.
A lui non gliene fregava niente delle complicate beghe dinastiche. L'unica cosa chiara, in fondo, era che sia dall'una che dall'altra parte potevano far valere una linea di successione debole, ma inconfutabile. Avevano gli stessi diritti e nessun desiderio di trovare un compromesso, il che poteva voler dire una sola cosa: guerra. E quando c'è la guerra c'è possibilità di arricchirsi, se si è abbastanza spregiudicati.
Naturalmente Fergus non aveva nessuna voglia di combattere. Non era uno stupido e non inseguiva la gloria.
La gloria va bene per i nobili, che hanno già avuto tutto dalla vita e possono morire nel fango inseguendo qualcosa di completamente inutile.
La gloria è per gente che non ha mai dovuto lottare per sopravvivere.
Lui era un uomo pratico. Gli interessava altro... i soldi, la vita facile, qualche comodità, e le tette di Emma Walton.
Però la guerra offre molte opportunità anche a chi non vuole combattere. Basta avere un po' di intraprendenza… e non avere paura di sporcarsi le mani.
Fergus questa paura non l'aveva mai avuta.
Meglio sporcarsi le mani così, che raccogliendo il letame delle vacche, si diceva.
Così era andato all'est, dove la guerra si stava lentamente insinuando nella testa e nei cuori delle persone, come qualcosa di assolutamente inevitabile. Dove si respirava odore di violenza e di morte e gli sguardi delle persone si erano già induriti di cattiveria e di odio.
Era andato a est per cambiare la propria vita e giocarsi il tutto per tutto con il contrabbando e il mercato nero.
Ma la guerra - che pure tutti aspettavano - era divampata improvvisa, più velocemente di quanto si aspettasse, e lui ci si era ritrovato in mezzo finendo per perdere tutto il carico di provviste che avrebbe dovuto rivendere a peso d'oro.
Se era ancora vivo, probabilmente, lo doveva solo a Owein dei Corvi, che aveva guidato i quattro straccioni della milizia irregolare del Lagin contro il fior fiore dell'esercito dell'Elagon... e aveva vinto, ricacciando indietro le armate nemiche.
A Fergus non importava niente di Owein, del Lagin, dell'Elagon. Tutto quello che gli importava l'aveva perso cercando di guadare lo Shannon in piena. Gli restavano solo la rabbia, una daga corta, e il rimpianto per quello che sarebbe potuto essere, se...
La Guerra era finita com'era iniziata e lui era rimasto con un pugno di mosche. Così aveva fatto quello che poteva. Qualche lavoro sporco ai danni di questo o di quello. Sempre roba su commissione, pagata di nascosto, nell'ombra di qualche bettola, con contrattazioni sotto voce fatte di sguardi furtivi e parole crudeli, prive di compassione.
Ma gli uomini con cui aveva avuto a che fare, laggiù, erano il peggio della feccia sopravvissuta alla guerra. Erano gente che aveva perso la propria umanità sul campo di battaglia, o strisciando lontano da esso in fin di vita.
Fergus non era come loro, anche se per un po' aveva finto di esserlo.
Aveva giocato al loro gioco per disperazione, ma non aveva retto fino in fondo. Evidentemente non aveva perso abbastanza sul fondo melmoso dello Shannon...
E così alla fine era ritornato.
Le parole erano proprio quelle. Gliele aveva dette Emma Walton quando lo aveva visto entrare nella locanda del vecchio Forst.
Lo aveva guardato con quei suoi occhioni grandi e celesti e poi gli aveva detto: «E così sei tornato...»
Lo aveva detto a bassa voce, ma a Fergus era sembrato un urlo. Quindi aveva annuito appena, cercando di ingoiare il fastidio che gli stringeva la gola. Cercando di masticarlo e ingoiarlo, quel fastidio, e spedirlo giù dove avrebbe fatto ancora male, ma dove nessuno avrebbe potuto vederlo.
E così sei tornato”.
In fondo non si trattava che l'enunciazione di un dato di fatto.
E così sei tornato”.
Una verità incontrovertibile che pure suonava come un'accusa e una condanna.
Era andato via, solo un paio di anni prima, con le spalle larghe, il torace gonfio, l'aria sprezzante... ed era tornato curvo, impolverato, segnato... sconfitto.
E non ci sarebbe, in fondo, niente di male nella sconfitta. Se hai lottato fino alla fine, la sconfitta è nelle cose della vita.
Ma tutti ricordavano fin troppo chiaramente quello che aveva detto qualche giorno prima di partire. Quando aveva sputato la sua inappellabile sentenza su tutta Conbor County.
E la gente lì, poteva non avere orgoglio, come aveva detto lui, ma aveva senz’altro memoria.
Era per questo motivo che Fergus aveva esitato così tanto, prima di ritornare.
Perché sapeva che avrebbe avuto quegli occhi addosso e perché la sconfitta è nelle cose della vita, è vero, ma è comunque un marchio che ti porti dietro per sempre, e la compassione si vela sempre di biasimo, dopo un po', soprattutto se l'ultimo ricordo che hai lasciato, alle tue spalle, è stato uno sprezzante proclama di superiorità.
Ecco perché si era aggrappato a quel carico con tutte le sue forze, cercando disperatamente di strapparlo al fondale fangoso dello Shannon, rischiando quasi di affogarci, in quell'acqua marrone. Ecco perché... strisciato nei bassifondi di Navan Fort, aveva mentito, rubato, ucciso e fatto tutto il possibile per cercare di recuperare almeno una parte di quanto aveva perso, fino a che non si era dovuto arrendere all'evidenza del proprio fallimento.
Così si era preparato un bel discorso su quanto la vita faccia schifo e si diverta a prendersi gioco delle persone, punendo senza pietà chi cerca di alzare la testa e di trascinarsi fuori dal fango della miseria.
Di come il destino se ne fotta dei sogni e dei desideri degli uomini, e giochi con le loro vite come se fossero pedine di Fidchel. Perché, alla fine, la verità è che i poveracci devono restare poveracci, devono morire nel proprio sudore, spezzandosi la schiena senza neanche provare a cambiare la propria sorte, e se ci provano vanno ricacciati nel fango con la forza.
La vita, Fergus ormai ne era convinto, era solo uno scherzo cattivo… e solo la morte, che incuteva tanto timore, dimostrava in realtà un po' di amore per quelle patetiche creature che tanto si affannavano sulla faccia della terra, rendendo tutti uguali nel suo ultimo abbraccio.
Era un discorso per certi versi anche sensato, costruito con molta attenzione, ma alla fine, in ognuna delle parole che lo componevano, si poteva leggere la verità; e la verità era che aveva fallito e che, per quanto elaborate, le sue parole di scusa non potevano ingannare nessuno.
Fergus se ne era reso conto quando aveva incrociato il carrettiere che portava il grano Conbor County al castello di Waterford.
Amish Reed, così si chiamava il vecchio. Era stato il primo volto familiare incontrato da Fergus sulla via del ritorno.
«Che ci fai qua?» gli aveva chiesto, sputando a terra un grumo di catarro.
Fergus aveva tirato un lungo sospiro e gli aveva sciorinato tutta quella litanìa di scuse così meticolosamente preparate, e mentre lo faceva si era sentito come probabilmente doveva apparire ad Amish: un patetico buffone.
Così, quando Emma lo aveva guardato con quei suoi occhi celesti, feriti, e gli aveva detto: «sei tornato, alla fine...» Fergus non aveva risposto. Gliene era mancato il coraggio. Si era limitato a incassare la testa tra le spalle e ad andarsi a sedere il più lontano possibile, cercando di mimetizzarsi tra le panche di legno e i tavoli segnati dall’usura.
Lì lo aveva trovato lo straniero incappucciato.
Era un tipo di poche parole quello, uno riservato. Ma anche così, anche se si nascondeva dietro ad un cappuccio e un silenzio fatto di monosillabi, una cosa era chiara: veniva da fuori e sotto la polvere che ricopriva quasi interamente il pesante mantello nascondeva una tunica di tessuto pregiato, una cintura ornata di finiture preziose e modi da gran signore.
Non era difficile immaginare la sua provenienza. Doveva essere un secondo o terzogenito di buona famiglia, forse il bastardo di qualche lord del sud, ben educato, molti soldi, quell’aria di superiorità del cazzo di chi, a casa sua, era abituato a comandare. E aveva un segreto da nascondere.
Non c'era altro motivo per tenere quegli occhi seppelliti nel cappuccio, soprattutto con quel caldo.
Gli occhi di una persona sono tutto, diceva sempre il padre di Fergus.
Tu guarda la gente negli occhi e saprai cosa aspettarti da loro.
Non fidarti di chi non regge il tuo sguardo.
Così diceva suo padre.
A suo padre sarebbero piaciuti gli occhi di Emma, con quel celeste accesso così sincero. Due occhi così belli e profondi che quasi ti facevano dimenticare la pelle rovinata dal vaiolo.
E, ovviamente, lui non avrebbe mai accettato un lavoro offerto da uno che teneva i suoi occhi sempre nascosti nell'ombra di un cappuccio, anche quando, fuori, il caldo ti soffocava e ti stringeva la gola.
Ma suo padre non capiva nulla. Lui non era mai tornato sconfitto, perché non era mai andato da nessuna parte. Era solo un contadino zappaterra, e probabilmente questa siccità lo stava uccidendo come stava uccidendo tutto il paese,
Lui non avrebbe mai accettato quel lavoro... e sarebbe morto.
Fergus sarebbe sopravvissuto ancora una volta, come aveva sempre fatto. Come aveva fatto in mezzo a quella guerra di ricchi bastardi. Come aveva fatto in mezzo alle acque dello Shannon. Come aveva fatto nei sobborghi puzzolenti di Navan Fort, dove aveva mangiato carne di topo e chissà cos’altro pur di non morire di fame.
Fergus era uno che non moriva.
Questo era quello che contava.
Quanto al forestiero, non diceva tutta la verità questo era evidente. Non era il mercante che diceva di essere, e forse portava guai... ma pagava molto bene, e per Fergus era più che sufficiente.
Con quei soldi si sarebbe pagato qualche notte con Emma.
Era sicuro che del buon argento e qualche parolina dolce avrebbero fatto sparire quel broncio e gli ultimi strascichi di rancore dal suo sguardo corrucciato.
Perché ce l’avesse così tanto con lui, poi, restava un mistero, anche se, in realtà, Fergus un’idea se l’era fatta.
Era stato poco prima della sua partenza.
Una sera di quelle fredde e umide… quando la siccità era ancora lontana e inimmaginabile.
La pioggia cadeva da giorni, e i sentieri erano così infangati da sembrare ruscelli di fango.
Tornare a casa con quello schifo di tempo era impensabile. Così Fergus si era rintanato nella locanda del vecchio Forst, aveva ordinato tre o quattro boccali di ippocrasso e aveva fatto sedere Emma sulle ginocchia.
Poi, mentre il vino gli scaldava lo stomaco, aveva lasciato che il contatto del bel corpo tondo e sodo di Emma gli scaldasse l’anima… l’aveva mordicchiata sul collo mentre con le mani esplorava ciò che Emma nascondeva al di sotto della gonna.
Lei un po’ l’aveva lasciato fare, ridendo divertita, un po’ si era ritratta guardandolo con quegli occhi celesti, ben sapendo che Fergus non riusciva a restare indifferente a quello sguardo.
Così avevano mercanteggiato un po’, come al solito, solo che quella notte Fergus era proprio a corto, e gli mancavano dieci pezzi di rame per raggiungere la cifra necessaria.
Dieci monete di rame che facevano la differenza tra un ritorno a casa nel fango, sotto la pioggia, e una notte tra le cosce calde e accoglienti di Emma.
Che scelta aveva?
Così si era messo a fare il cretino, sbaciucchiandola e dicendole parole dolci come il miele a proposito del fatto che lei era speciale e che tra loro due c’era qualcosa di diverso che andava al di là degli affari tra cliente e puttana.
Era il solito copione che si ripeteva.
Fergus diceva le cose che andavano dette, fingendo di essere sincero. E lei lo ascoltava, fingendo di crederci.
Alla fine lo aveva preso per mano, sorridendo, e se l’era portato su in camera, con aria complice.
Emma era meglio di una coperta di lana.
Il suo abbraccio e il suo corpo erano morbidi e accoglienti. Il suo respiro era un soffio caldo e passionale. Le sue labbra erano rosse come il fuoco e dolci come marmellata fresca.
Stringerla a sé, baciarla... possederla, mentre lei si avviluppava a lui con le proprie gambe era rassicurante e inebriante al tempo stesso.
Quella notte si era dilatata, mentre il fuoco del braciere scoppiettava in un angolo della stanza, e lei gli aveva permesso di restare fino all'alba, senza nessun sovrapprezzo.
La mattina dopo Fergus l’aveva salutata con un bacio frettoloso e una pacca sulle natiche. Poi, qualche giorno dopo, era partito per inseguire il miraggio di una nuova vita senza darle alcuna spiegazione.
Qualche volta, nei due anni successivi, Fergus aveva ripensato a Emma e si era chiesto se avesse agito bene nei suoi confronti.
Forse avrebbe dovuto spiegarle che se fosse rimasto sarebbe impazzito e che non era per lei, anzi, lei era l’unico motivo per cui sarebbe potuto restare, solo che... non era abbastanza.
Forse se le avesse parlato sinceramente Emma avrebbe capito.
Ma perché avrebbe dovuto darle delle spiegazioni? In fondo era solo una puttana, no?
Non c’era niente, tra di loro, se non qualche bugia detta per aiutarla ad allargare le gambe.
Qualche bugia detta in modo troppo convinto ma… faceva tutto parte del gioco, e lei lo sapeva. Lei, avrebbe dovuto saperlo, cazzo!
Cosa aveva creduto? Che il giorno dopo lui avrebbe parlato col vecchio Forst chiedendogli la mano della figlia? Che si sarebbe portato a casa la puttana della locanda?
Certo, a pensarci bene, era possibile che le avesse promesso qualcosa del genere, ma era stato il vino a parlare; il vino e la paura di quel freddo così simile alla morte.
Fergus annuì tra sé e sé.
Glielo avrebbe spiegato, quella sera stessa, con i soldi d’argento del forestiero. L’avrebbe pagata il doppio, se necessario, e si sarebbe fatto perdonare.
Intanto l’incappucciato aveva affrettato il passo.
Ormai, a poche centinaia di metri dalla cima della collina non era più possibile sbagliare strada e quindi, non avendo più bisogno di aspettare le indicazioni di Fergus per procedere, si era fatto prendere dalla foga.
Per Lugh! Ma non lo sente il caldo? Si domandava Fergus arrancandogli dietro.
Quando arrivarono in cima alla Moher Hill, lo straniero si fermò improvvisamente, come se di colpo le energie che lo avevano sostenuto durante la salita fossero venute meno.
Fergus gli si affiancò. Fece scivolare giù la pala, dando un po' di sollievo alla spalla che l'aveva sostenuta fino a quel momento e lo guardò.
«Dove dobbiamo scavare?»
«Non lo so» rispose l'incappucciato.
Fergus lo guardò incredulo.
«Che vuol dire?»
«Vuol dire che non lo so» ribadì l'altro.
Fergus provò una sorta di rabbia sorda e pulsante che si concretizzò nel desiderio di spaccargli la faccia con il badile. Tuttavia il desiderio restò tale senza trasformarsi a sua volta in azione. Fergus rimase lì, con le mani serrate sull'asta di legno, in attesa di una spiegazione.
«Ci dev'essere della terra smossa, da qualche parte qui intorno» spiegò il forestiero. «E’ lì che dobbiamo scavare...»
«Della terra smossa...» ripeté Fergus a mezza voce, cercando di dare un senso a quelle parole.
«Proprio così, della terra smossa. E prima la troviamo, prima scaviamo e prima avrai i tuoi soldi» tagliò corto il forestiero avviandosi. «Quindi togliti quell'espressione da idiota dalla faccia e datti una mossa...»
Fergus ingoiò la rabbia e gli andò dietro.
Una caccia al tesoro, pensò, mi ha portato sulla cima della Moher Hill per farmi fare una stramaledettissima caccia al tesoro, sotto al sole...
Ecco perché non era voluto venire al tramonto, col fresco. Cercare la terra smossa alla luce delle torce avrebbe avuto senso quanto cercare di prosciugare le acque dello Shannon a sorsate. Cosa che Fergus aveva quasi cercato di fare, senza molto successo.
Quando finalmente trovarono il loro obiettivo, il forestiero si fermò un'altra volta, immobile, con lo sguardo - se ce n'era uno al di sotto di quel cappuccio - puntato su quella ondulazione del terreno, quasi ne avesse paura.
Fergus si chiese cosa fosse seppellito lì.
Cosa aveva spinto quello strano uomo a inerpicarsi sotto al sole e a offrirgli ben trenta monete d'argento per scavare una fossa?
Che poteva esserci di così importante, su quella collina dimenticata da Dio e dagli uomini?
Dei soldi? Il bottino di qualche rapina? Un vecchio tesoro dei predoni del Nord o, addirittura, qualche cimelio degli elfi, che erano vissuti lì cinquecento anni prima?
Un'arma? Una spada dall'elsa finemente intarsiata e dalla lama incisa con i caratteri runici del potere?
Fergus aveva fantasticato molto sul contenuto di quella fossa e su come si sarebbe comportato una volta disseppellito l'oggetto misterioso.
Erano soli, lì in mezzo al nulla.
Nessuno sapeva di loro.
Nessuno sapeva di lui.
Una volta dissotterrato il tesoro, la fossa sarebbe stata già lì, pronta ad accogliere il suo nuovo occupante, e lui sarebbe tornato alla locanda ricco.
Fergus si umettò le labbra pensieroso, saggiando con la mano l’impugnatura della daga che gli pendeva lungo il fianco destro.
Non era un acciaio pregiato, ma sarebbe comunque stato più che sufficiente per uccidere lo straniero… a meno che non indossasse una mezza cotta di maglia al di sotto del mantello e della tunica. Era questo l'interrogativo: lo straniero era un guerriero?
Sarebbe morto in silenzio o avrebbe lottato?
Fergus non era un combattente, era un vigliacco. Non aveva problemi a uccidere qualcuno se ne valeva la pena, ma doveva trattarsi di un colpo facile, veloce e sicuro, perché la presa sulla daga, già lo sapeva, non sarebbe stata salda. E se non avesse avuto successo al primo colpo sarebbe stato lui a morire e quella fossa già pronta, in mezzo alla desolazione della Moher Hill, sarebbe diventata la sua tomba.
Trenta monete d’argento sicure, o la possibilità di un intero tesoro?
Era questo il dilemma.
Se lì sotto ci fosse stato qualcosa di davvero prezioso avrebbe dovuto rischiare. Non aveva scelta.
E una volta ucciso lo straniero, allora forse sì, forse avrebbe potuto perfino mantenere le promesse fatte a Emma Walton.
Perché la verità era che, in tutta la sua vita tormentata e rancorosa, in tutti quei momenti passati a sputare sentenze su suo padre e a immaginare di fuggire da quel letamaio, gli unici momenti di pace, gli unici sprazzi di un qualcosa che, sì, forse avrebbe potuto definire aliti di felicità, li aveva passati nell'accogliente abbraccio di Emma.
Era una puttana, è vero. Del resto lui era un bastardo, bugiardo, ladro e assassino. Non poteva certo permettersi il lusso di giudicarla, ma forse, chi lo sa? Avrebbe potuto amarla...
Forse.
Se l'altro non avesse indossato una mezza cotta di maglia...
Dal passo e dall'andatura che avevano tenuto, lungo tutto il cammino, Fergus avrebbe detto di no.
Era difficile con quel caldo, mantenere un'andatura così spedita.
Ma chi poteva dirlo con certezza?
Alcuni nobili ci passavano la vita con la cotta di maglia addosso, alla fine diventava quasi come una seconda pelle. Alcune maglie erano costituite da anelli così piccoli e così finemente intrecciati da risultare sottili quasi come il tessuto che le ricopriva.
Fu così che Fergus cominciò a scavare con uno stato d’animo incerto.
Non sapeva cosa augurarsi e questa incertezza lo faceva sudare ancor più del caldo.
Poteva essere l’occasione della sua vita… o della sua morte. In entrambi i casi si sarebbe sistemato per sempre.
Forse, tutto sommato, pensò, è meglio che non ci sia niente lì sotto.
Avrò altre occasioni meno rischiose, prima o poi. E comunque, ho abbastanza soldi per comprarmi il perdono di Emma e i suoi baci, per almeno qualche notte…
Alla fine, gira e rigira, il pensiero tornava sempre a lei, a Emma.
Questo era un fatto che cominciava a metterlo a disagio.
Era come se, alla fine, una parte delle bugie che le aveva sussurrato a letto fossero più vere di quanto lui stesso non volesse ammettere.
Non si è mai davvero bugiardi quando si è ubriachi, dicevano i vecchi del villaggio.
Fergus aveva cominciato a capirlo quando le acque dello Shannon si erano richiuse su di lui, togliendogli con gelida cattiveria l'aria dai polmoni e tirandolo giù, verso quel fondo melmoso.
In quel preciso momento, mentre pensava di morire, Fergus avrebbe potuto pensare a qualsiasi cosa. A come aveva umiliato suo padre, prima di andare via, o al sorriso stanco e rassegnato di sua madre, cristallizzato in una smorfia priva di stupore. Al primo uomo che aveva visto morire, impiccato, quando aveva solo tre anni, che forse lo stava aspettando, con quel collo spezzato e storto, dall’altra parte, per fargli da guida o semplicemente per deriderlo. O alla prima donna che gli aveva fatto vedere il proprio fiore e gli aveva insegnato a coglierlo, alla festa di Beltaine.
Avrebbe potuto pensare a suo fratello, portato via dalla febbre nera a cinque anni, o al cucciolo di cane che aveva cresciuto di nascosto, dividendo con lui le scarse provviste di casa, fino a quando, una sera, lo aveva trovato mezzo sbranato da una banshee
Ma l’unica cosa che gli era venuta in mente erano stati gli occhi celesti di Emma Walton, che non avrebbero pianto la sua morte, perché non avrebbe mai saputo che fine aveva fatto.
E alla fine, probabilmente, anche se non lo voleva ammettere, era questo il motivo per cui era ritornato a Conbor County, tra tanti posti, proprio lì, dove tutti avrebbero saputo del suo fallimento. Per rivedere quegli occhi.
La pala urtò qualcosa di duro, immediatamente al di sotto dello strato di terriccio.
«C’è qualcosa…» disse Fergus guardando interrogativamente l’altro.
L’incappucciato lo scostò bruscamente e si inginocchiò ad esaminare le assi di legno appena al di sotto del terreno.
Le toccò, con cautela, quasi con cura, esaminandole con attenzione. Poi si tirò su annuendo.
«E’ questa» disse, «continua ma fai piano».
Fergus continuò a scavare portando alla luce una cassa di legno lunga quasi un metro e settanta.
Una cassa simile ad una… bara?
Su ordine dello straniero scavò tutt’intorno, in modo che l’intera superficie superiore fosse libera. A quel punto, l’incappucciato prese un pugnale e cominciò a scostare le assi che la chiudevano.
Fergus trattenne il respiro in attesa di scoprire il mistero che si celava in quella fossa, scavata sulla cima della Moher Hill.
La mano si strinse istintivamente sull’impugnatura della daga… poi, le assi vennero via e l’incappucciato trasse un profondo respiro strozzato, indietreggiando, quasi l’avessero colpito.
All’interno della cassa c’era una donna.
Era vestita con una tunica bianca, di cotone semplice, privo di qualsiasi ricamo. Aveva capelli biondi lunghi che incorniciavano il volto più bello che Fergus avesse mai visto.
Gli occhi erano chiusi, le labbra, dal colore violaceo, atteggiate in un’espressione di serena rassegnazione.
Una bellezza nobile e tragica che la morte, pur con tutta la sua prepotente violenza, non aveva osato scalfire, limitandosi a cristallizzarla in un’immagine immobile e struggente, per l’eternità.
«Chi…?» balbettò Fergus confuso allentando la presa sulla daga.
«Si chiamava Eleanor ed era la moglie del Duca di Sandish» disse l’incappucciato.
«Com’è morta?» domandò ancora Fergus, incapace di distogliere lo sguardo dalla donna.
«E’ morta d’amore…» rispose lo straniero con la voce velata di un’asprezza nuova, diversa dal solito. «Amore per l’uomo sbagliato…»
Fergus guardò il suo interlocutore sempre più confuso.
«Un miserabile, un uomo da niente… un patetico pagliaccio vigliacco e bugiardo…» nella sua voce adesso c’era una nota di vibrante disprezzo, «le aveva promesso di amarla per sempre… e che non l’avrebbe mai abbandonata. Ma quando il Duca ha scoperto il tradimento ha avuto paura ed è scappato…» continuò l’incappucciato, che adesso non stava più parlando con Fergus, ma rivolgeva le sue parole al vento, alla bara, alla donna che aveva amato e, forse, a sé stesso.
«Il Duca non poteva accettare il tradimento, così l’ha condannata a morte, per impiccagione, in pubblico… e quella nullità dell’uomo che diceva di amarla non ha avuto neanche il coraggio di avvicinarsi a quella piazza, per dirle addio almeno con lo sguardo. Ha avuto paura di cercare i suoi occhi spaventati un’ultima volta… ha avuto paura di essere catturato e di fare la sua stessa fine e quindi è rimasto nascosto, nell'ombra, come un topo. Così lei è morta sola, tradita, anche nella morte, da quel misero omuncolo che le aveva giurato amore eterno…»
Fergus annuì. Adesso capiva tutto.
«Poi…» continuò l’incappucciato, «il Duca ha ordinato che fosse seppellita lontano dai suoi possedimenti, in un posto sconosciuto a tutti, perché nessuno potesse piangerla.
In realtà avrebbe voluto darla in pasto alle banshee, ma era pur sempre sua moglie, era una nobile. Non ha potuto rifiutarle i riti sacri e l’imbalsamazione, quindi l’ha fatta nascondere a tutti… e a me.
Ho dovuto corrompere un po’ di persone, ma alla fine ho scoperto il nome della collina e sono venuto qui per… fare quello che non ho avuto il coraggio di fare in quella piazza: dirle addio…»
Fergus sentì come una morsa al petto. Un misto di dolore e pietà per quella giovane donna e per il suo amante. E per suo padre e sua madre, costretti a vivere quella vita di stenti, e per Emma, che aveva ingannato con quelle sue parole zuccherose.
In quel momento sentì sulle proprie spalle il peso dell’intero universo, che schiacciava verso il basso, senza pietà. Così si inginocchiò e mormorò le parole di una vecchia preghiera.
L’incappucciato era immobile, come una statua di dolore.
Poi una goccia cadde ai suoi piedi. Una lacrima, scivolata dal suo volto nascosto.
Lo straniero stava piangendo.
Fergus lo guardò incerto.
L’altro mise mano alla cintura e gli buttò il sacchetto con le monete.
«Adesso vattene…» disse con voce rotta. «Lasciami col mio amore, lasciami solo…»
Fergus annuì. Indietreggiò, continuando a guardare lo straniero, infine si voltò e si avviò con passo strascicato lungo il crinale.
E mentre Fergus si allontanava, l’incappucciato cominciò a seppellire la donna amata, per dirle addio, a modo suo, sulla cima desolata della Moher Hill.
Fergus infilò il sacchetto di monete al sicuro, all’interno della tunica. Erano solo trenta monete d’argento, ma forse bastavano per riscattare Emma da suo padre e sposarla.
E poi, chissà? Un lavoro da qualche parte lo avrebbe trovato.
Mentre questo pensiero gli attraversava la mente, sentì i piedi farsi più leggeri e accelerò il passo.
Era come se, dopo quelli che sembravano mille anni, qualcuno avesse sollevato l’enorme peso che gli gravava sulle spalle e sul petto.
Poi… mentre accelerava il passo, una lacrima cadde dall'alto, proprio davanti a lui. E poi un’altra ancora…
Si guardò intorno stupito, poi alzò lo sguardo verso il cielo…

Stava piovendo.  

mercoledì 19 marzo 2014

Una parola al giorno (o quasi): EREDITA'

Lo leggiamo ormai tutti i giorni, sui giornali.
Succede un po’ dappertutto e tutti pensiamo, ogni volta, la stessa cosa: a noi non potrebbe succedere mai.
Leggiamo di questi uomini incapaci di accettare che la moglie o  la ragazza abbia deciso di abbandonarli, madri che cedono al pianto asfissiante dei propri bambini, vicini di casa stanchi di dover discutere ogni giorno coi vicini…
La casistica è estremamente varia, ma non importa quale sia la storia… ciò che conta è che la conclusione è sempre la stessa: qualcosa scatta, dentro di loro, e uccidono.

Negli ultimi anni stiamo concentrando soprattutto sul femminicidio che viene percepito principalmente come fenomeno culturale.
Probabilmente è vero. Culturalmente – se proprio vogliamo parlare di cultura - il “maschio” un tempo dominante non riesce ad accettare che la donna sia completamente autonoma. Che possa scegliere e che lui possa non essere scelto. In fondo, ‘ste donne sono pur sempre una nostra costola.
A me sembra, però, che accanto a questo perverso fenomeno mentale, compaia sempre, inevitabilmente, un altro determinante fattore che mi fa più paura: il rapporto di forza. Chi è più forte colpisce chi è più debole. L’uomo colpisce la donna. La donna il bambino. Il padre il figlio.
Perché la vita è così. Chi è forte può colpire chi è più debole… e quando ne ha la possibilità lo fa. Non sempre. Ma a volte lo fa. E a volte colpisce duro.

Per fortuna a noi questo non potrebbe succedere mai.
E’ una violenta follia che non ci appartiene. Che guardiamo da lontano come inorriditi spettatori.
Come può, un essere umano, arrivare a commettere un tale orrore, ci chiediamo davanti alla televisione o ai titoli dei giornali.
Come può?
La risposta, secondo me, è molto semplice e abbastanza spaventosa.
L’uomo può, perché dentro in ognuno di noi, c’è un angolo pulsante di scura, violenta, irrazionale e crudele follia.
Un piccolo nucleo di orrore che risale probabilmente alla notte dei tempi. Un grumo in cui sono confluite tutte le scorie, i ricordi, i brandelli che ci hanno portati faticosamente a strisciare fuori dalle caverne e a guardare il cielo. Un cielo che, alla fine, non ci appartiene e non riusciamo a comprendere. Un grumo nero, maleodorante che dorme in noi e che, a volte, si risveglia.
E non sono solo i criminali, i pazzi e i violenti a possederlo. Quel frammento di morte è in ognuno di noi… e dovremmo tutti esserne consapevoli per imparare a tenerlo sotto controllo.
Non sono solo i mariti ubriachi… non sono solo madri psicolabili, non sono solo i reietti a impazzire. Sono le persone tranquille. I vicini sorridenti, i dolci padri affettuosi… che improvvisamente si svegliano, un giorno, con un coltello insanguinato tra le mani.
Sono persone insospettabili, proprio come noi.

Cresciamo cullandoci nella stupida e rassicurante convinzione che Dio ci abbia fatto a sua immagine somiglianza e questo ci fa sentire speciali… e al sicuro. Beh o ci hanno raccontato una menzogna, o Dio è una creatura spaventosa e spietata. In entrambi i casi, c’è ben poco di rassicurante. L’unica cosa certa è l’orrore che dorme dentro di noi e che potrebbe svegliarsi in qualsiasi momento.
L’orrore che tramandiamo di padre in figlio, senza neanche rendercene conto.

Ah dimenticavo… buona festa del papà a tutti.

mercoledì 28 maggio 2008

Il paradiso può attendere

Amore, lo so che sei triste per la tua tartarughina, ma la vita a volte è imprevedibile...
Nessuno avrebbe immaginato, quando l'abbiamo comprata, che sarebbe cresciuta fino a raggiungere le dimensioni di un piccolo dinosauro e che, spesso e volentieri, avrebbe scavalcato la vasca in cui la tenevamo. Nè potevamo immaginare che ieri dopo essere evasa per l'ennesima volta, avrebbe attraversato tutta la casa fino al balcone per poi tuffarsi dal terzo piano in un impeto suicida...  ma è andata così.
Tu, però, non devi essere triste perchè lei adesso sta infinitamente meglio... è andata nel paradiso delle tartarughe, un immenso oceano  di acqua cristallina dove può nuotare felice insieme alle sue amichette... capisci?


E se incontra uno squalo?


Eh?!?


Se in quell'oceano incontra uno squalo? Muore un'altra volta?

Ma, ma... amore non ci sono squali in quell'oceano.


E dove vanno gli squali che muoiono?


Ehm... gli squali che muoiono vanno nel paradiso degli squali... in un altro oceano. Capito?


Ah... e cosa mangiano?


Oh, beh... suppongo cheeeeeeee... mangino le tartarughe cattive, che non sono andate in paradiso ma all'inferno. Ecco sì, in pratica il paradiso degli squali è l'inferno delle tartarughe.


Ahhh! E nel paradiso delle tartarughe ci sono i gamberetti?


Ceeerto... i gamberetti cattivi, vanno nell'inferno dei gamberetti, che è anche il paradiso delle tartarughe...

E quelli che vanno nel purgatorio invece?

Quale purgatorio?

Il purgatorio!

Eeeeeh quelli che vanno nel purgatorio, in pratica... vanno... ehm. Scusa ma papà adesso deve proprio lavorare, ne parliamo un'altra volta, tu intanto vai a seppellire la tartarughina, ok...

Ma papà!

Domani!!!

fine con fuga

domenica 20 aprile 2008

Preghiera

Ho pensato ad una nuova preghiera per te, dio, ascoltala e dimmi se ti piace:

dio, ti prego, fingi di esistere.

Fingi di esserci quando sarò così terribilmente fottuto di paura al pensiero di morire, un giorno, che non riuscirò a chiudere gli occhi per dormire. Quando l’idea di scomparire nel nulla mi farà torcere lo stomaco ed avrò bisogno di credere che ci sia qualcosa, dopo la morte… qualsiasi cosa, per non restare lì, immobile, paralizzato dal terrore.

Fingi di esserci, dio, quando i miei sensi di colpa saranno diventati insopportabili e proverò così tanto schifo di me stesso, da aver bisogno di credere che ci sia davvero qualcuno che abbia il potere e la voglia di assolvermi dai miei peccati, perché io da solo non ce la faccio,

Fingi di esserci, dio, quando guardandomi intorno mi sembrerà che niente di questa stupida vita abbia un senso ed avrò bisogno di credere che da qualche parte ci sia qualcuno in grado di darlo un senso, alle guerre, alle malattie, alle morti ed anche agli amori sì, perché in certi momenti non riesco a capire a che cazzo serva amare, se poi tutta questa meraviglia di sentimenti, di palpiti e di emozioni deve sciogliersi nel tempo e scomparire… per sempre.

Fingi di esserci, dio, quando l’idea che tutto debba scomparire senza lasciare tracce, mi farà incazzare davvero. Quando il pensiero che tutti gli sforzi, tutto il sudore tutta la fatica, ma anche tutte le gioie, tutte le risate, tutti i sospiri… siano destinati ad esistere solo per un attimo, per poi scomparire, tanto da farmi dire, tra me e me: “ma chi cazzo me lo fa fare?”

Fingi di esserci, cazzo! Fingi di essere lì, accanto a me, dio, quando dovrò guardare i miei figli negli occhi e rispondere alle loro domande sulla vita e sulla morte. Perché loro sono solo bambini, dio, lo capisci? Loro ci credono ancora che la vita possa avere un senso. Ed io che posso rispondergli se tu non fingi di esserci, almeno per un momento? Che posso dire a quegli occhioni pieni  di speranza, se non che… qualcosa c’è… qualcosa di vago, di mistico di meraviglioso, che ci attende oltre l’infinito? Cercando di dare alle mie parole un suono convinto anche se, in realtà, so benissimo che sto mentendo.

Fingi di esserci, dio, e se lo farai bene, se saprai raccontarla questa menzogna in modo credibile, allora, forse, io riuscirò a fingere di crederci…

martedì 15 aprile 2008

Sete

L’uomo è accucciato sulla sabbia, con la schiena appoggiata al bordo liscio di una pietra.
Sta lì fermo, cercando inutilmente di nascondersi in quei pochi centimetri d’ombra. Si vede chiaramente che non ce la fa più… non riesce neanche a guardarmi.
L’uomo ha lasciato una lunga striscia di sé, nella sabbia… una striscia che si perde nel riverbero del calore che sale dal terreno distorcendo il mondo, tutt’intorno a noi. Una scia che si perde tra le dune per non so quanti chilometri. A pensarci bene è incredibile che sia arrivato fino a qui.
Per prima cosa si è trascinato fino ai resti del pozzo. Ha scavato con le mani fino a spezzarsi le unghie, ma tanto, acqua qui non ce n’era più da almeno vent’anni. Lui, però, questo non lo sapeva. Ha scavato, quindi, disperatamente. E quando ha visto che l’acqua non c’era ha provato anche a bere la sabbia. Poi, sconfitto, si è trascinato verso il pezzo di roccia, verso quello sputo d’ombra che non basterà a salvargli la vita,  e si è raggomitolato come un serpente.
Finalmente si accorge di me. Farebbe meglio a risparmiare le forze per restare attaccato a quel po’ di vita che gli resta, ma tanto… probabilmente sa di essere condannato, e quindi parla.
«Non ce n’è di acqua…» dice.
Questo già lo sapevo.
«L’aereo è caduto da quella parte…» fa un vago gesto con la mano «due giorni fa».
So anche questo.
«All’inizio eravamo in tre» continua l’uomo. «Gli altri due sono morti ieri. Io ho resistito di più, forse perché sono grasso…» vorrebbe ridere ma riesce solo a tossire. «Si dice che il nostro corpo è composto per il 70% d’acqua, quindi probabilmente ne avevo di più… dentro di me.  Per questo ho resistito. Ma ormai l’ho consumata tutta, credo…» alza faticosamente una mano e se la passa sulla fronte, poi si guarda i polpastrelli distrutti dal terreno in cui ha cercato di scavare fino a poco prima, ma asciutti, proprio come tutto ciò che lo circonda. «Guarda che roba… non sudo neanche più».
Sospira sfinito. Per un po’ resta così, abbandonato contro la roccia, senza riuscire a dire più niente. Se non fosse per il debole movimento del torace sembrerebbe davvero morto. Poi riprende a parlare.
«Tu sai cos’è la sete?» mi chiede.
Io questo non lo so. La sete l’ho  vista, ed ho visto che effetto fa, ma non so cos’è.
«Allora te la racconto io…» dice  «la sete è un fuoco senza fiamma. È un fuoco arido che parte dal cervello, e diventa un pensiero fisso. Martellante… ossessivo… che non ha mai fine e che satura tutto, quello che vedi, quello che tocchi, quello che senti… e non c’è scampo. Da nessuna parte, fino a che non avrai bevuto. Basterebbe una goccia d’acqua, ti dici, basterebbe una fottutissima goccia d’acqua… basterebbe anche solo l’odore dell’acqua, e sarebbe diverso. Ma l’acqua non c’è… non c’è e basta. E tu senti che il corpo si contrae e avvizzisce. La pelle si ritira e si spacca. La lingua diventa una specie di… di cosa, informe e grossa, nella tua bocca, che vorresti sputare via, perché ti impedisce di respirare e di parlare. Ma tanto che te ne fotte di parlare… o di respirare? Tu vuoi solo bere… e quel cazzo di sole, nel cielo. Caldo… che dio lo strafulmini. Lo so che non è colpa sua, il sole fa quello che deve fare, ma… oggi tra le tante cose, mi sta anche ammazzando… normale che non mi stia tanto simpatico, no?»
E’ brutta la sete, gli dico, infine.
«Già» risponde.
Basterebbe un po’ d’acqua… sussurro.
«Anche solo poche gocce…»
Sai qual è la cosa buffa? Gli chiedo.
Lui mi guarda con stanca curiosità.
La cosa buffa è che qui un pozzo c’era. Gli dico. Bastava poco per rimetterlo in sesto e l’acqua l’avresti trovata…
«La mia solita fortuna…» dice l’uomo.
Due anni fa, gli dico, giorno più giorno meno… ti hanno chiesto di aderire ad un progetto per scavare pozzi in questa regione.
«Eh?»
Due anni fa, giorno più giorno meno, hai detto di no, che i soldi ti servivano per altre cose più importanti. Due anni fa, giorno più giorno meno, hai scelto di far morire un sacco di gente, fregandotene. Quello che non sapevi… è che uno di quelli che sarebbero morti di sete, qui, saresti stato tu…
Lui mi guarda con più attenzione adesso. Sta cercando di capire se sono una sua allucinazione… come pensava all’inizio, o qualcos’altro. Poi, probabilmente, si rende conto che, tutto sommato, non ha importanza, e comincia a ridere. A ridere sempre più forte, con lo sguardo velato da un barlume di follia che si spegne, poco a poco, insieme a lui.
Quando smette di ridere, me lo porto via. Come ho già fatto con tutti gli altri e come continuerò a fare fino a che qualcuno non scaverà di nuovo il pozzo, portando un po’ di vita anche qui.
Tra chissà quanto tempo...


Nota: ho scritto questo raccontino di getto, dopo aver visto i rezophonic in tv parlare del loro progetto. Era sabato, il giorno dopo, domenica, i negozi erano chiusi. Lunedì, sono andato a comprare il loro cd. Penso che lo dovrebbero fare tutti. Anche quell iche non hanno in programma viaggi in africa.  Per chi non lo sapesse, tutto il ricavato della vendita di questo disco andrà a sostenere il progetto idrico di AMREF, (Fondazione Africana per la medicina e la ricerca) che ha come scopo la realizzazione di pozzi d'acqua con il coinvolgimento delle popolazioni locali. fateci un pensierino...


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