venerdì 13 giugno 2014

Una parola al giorno (o quasi): DISONESTA'

Quello che non mi piace del calcio... è il calcio.
Nel senso che le cose che non mi piacciono, permeano il calcio diventandone parte integrante al di là dello sport in sé che, in altre circostanze, sarebbe anche gradevole.
C'è la porta. Anzi due.
C'è un pallone.
Gente che corre, che fa goal.
Fosse tutto lì... andrebbe bene.
Il fatto è che, non so perché, intorno al calcio si condensa tutto il peggio dell'umanità.
E non mi riferisco solo alle tifoserie più accanite. Agli ultras di cui si è tanto parlato nei mesi scorsi.
Mi riferisco proprio all'essenza del gioco del calcio.
Come se 'sto fatto di dover buttare il pallone dentro la porta, a tutti costi, facesse da catalizzatore al magma più disgustoso delle pulsioni umane.
Per carità, non è sempre stato così, lo so.
C'è stato un tempo i cui i calciatori avevano una certa dignità. Gente che sgroppava su e giù per il campo. Senza sponsor, senza calzerotti griffati e senza veline.
Gente che faceva il suo porco mestiere con sincerità e onestà.
Gente che non c'è più.
Adesso le cose sono cambiate. I calciatori sono cambiati e un po' è anche colpa nostra che trattiamo qualsiasi coglione come una divinità, solo perché sa prendere a calci un pallone.
Così il calcio pian piano si è trasformato in una messa in scena delle nostre miserie.
Un fenomeno così esteso, così capillare, da non riguardare solo il grande evento calcistico, quello dove ci sono milioni in ballo, ma il calcio in tutte le sue forme, fino alla partitella del torneo scolastico di quinta elementare, dove i genitori si prendono a botte a bordo campo, mentre i figli li guardano un po' stravolti.
Il fatto è che, diciamocelo, l'essere umano è un po' una schifezza.
Noi cerchiamo di non pensarci, cerchiamo di dimenticarcelo. Ma è così.
L'uomo è capace, saltuariamente (molto saltuariamente) di grandi gesti, di epica passione, di sublime ispirazione artistica, ma molto più spesso, quello che gli riesce meglio sono le piccole miserie, la cialtroneria, l'egoismo e la disonestà.
Tutto questo peggio trova esaltazione e rappresentazione nel gioco del calcio.
Non so perché tra tanti sport il calcio meriti questo primato. Ma tant'è.

E' la perfetta rappresentazione di quello spirito un po' cialtrone, un po' furbo un po' violento di cui il nord Italia accusa il meridione, il nord europa accusa l'Italia intera, ma che a ben vedere alberga in tutte le longitudini e le latitudini.
Quello spirito infingardo per cui, se posso, ti fotto... tanto nessuno se ne accorge, reso ancor più disgustoso dal fatto che ormai, in realtà, con diecimila telecamere che inquadrano ogni angolo del campo di calcio, ce ne accorgiamo tutti...
Ma non ha importanza.L'importante è essere i più furbi.
Ed ecco che, allora, può capitare che alla partita inaugurale dei mondiali, un giocatore della squadra favorita, una squadra piena di campioni, una squadra che, porco cazzo, dovrebbe aver un minimo di orgoglio, frani improvvisamente in area di rigore, guadagnando un rigore assolutamente immeritato. 
E che un altro giocatore, tra i più pagati al mondo, dotato di un enorme talento, vada a tirare quel rigore ed esulti orgogliosamente per una rete segnata che, di fatto, non è che un furto. E che milioni di tifosi brasiliani gioiscano a loro volta per queste prodezze, fieri dei loro giocatori e della loro squadra quando, invece, dovrebbero incazzarsi come bisce appena calpestate da uno scarpone chiodato.
Perché vincere così dovrebbe essere inaccettabile. Dovrebbe essere oltraggioso. Perché vincere così è un po' come perdere.

Ecco perché, a dirla tutta, il calcio mi fa girare i coglioni.

lunedì 2 giugno 2014

VideoGame - Le Cronache dell'Invasione e dei Prodi che vi opposero

Ho aperto un altro blog dedicato interamente a questa mia fatica, ma lo scrivo anche qui per completezza: da ieri su Amazon e su altre librerie virtuali è disponibile questo romanzo fantasy/umoristico adatto un po' a tutti, dai ragazzi agli adulti non troppo cresciuti (come me).


La sua genesi è un po' particolare e merita un breve cenno.
Ho iniziato a scrivere questa storia approssimativamente 30 anni fa, quando ero giovane, atletico (sigh) e pieno di iniziative. La stesura dei primi capitoli venne fatta con un commodore 64 e una stampante ad aghi. Poi, preso da impegni lavorativi, cose della vita e una certa sfiducia nell'editoria, accantonai il progetto che finì, alla faccia dell'originalità, in un cassetto.
Molti anni dopo quel cassetto è stato riaperto da mio figlio Stefano che, senza alcuna pressione da parte mia (lo giuro e, del resto, chi ha dei figli adolescenti sa bene che qualsiasi pressione in tal senso non sarebbe servita a niente) ha cominciato a leggerlo.
Una sera, rientrando a casa, l'ho trovato sul letto con la "mappazza" di fogli davanti, che ridacchiava sonoramente.
La storia però finiva senza fine, visto che mi ero interrotto più o meno a 2/3 del racconto. Ed è stato quindi stimolato dalle sue esortazioni e dalle sue minacce (a cui si è successivamente unito anche il secondogenito Fabio) che ho ripreso in mano il romanzo.
Da quel momento in realtà sono passati un altro paio di anni perché la rielaborazione (a 30 anni di distanza) mi ha portato quasi a una totale riscrittura. Il risultato finale, però, ha soddisfatto le aspettative di tutti e tre i miei figli (e anche del sottoscritto, ma io conto relativamente) e di tutti gli amici "cavie" a cui l'ho sottoposto.
Credo che il suo segreto sia che mi sono davvero divertito scrivendo ogni parola di questa storia. Non ci sono stati momenti di stanca, di sforzo, di noia, durante questo lavoro. Solo un sano entusiasmo reso ancor più spontaneo dalle reazioni dei miei figli.
Ecco perché lo consiglio anche a tutti voi.

Un abbraccio, dario.

punti vendita:

Amazon
LaFeltrinelli
IBS

Mondadori
Scriptorstore
Paginatre
Leggoebook
Ultimabooks
Bookrepublic

e tanti altri...


giovedì 29 maggio 2014

Una parola al giorno (o quasi): SUPERIORITA'

Tutto l'implacabile e inesorabile senso della superiorità del popolo germanico sul nostro, è racchiuso in un gesto.
Poi c'è l'Europa, c'è la Merkel, c'è il suo culone inchiavabile, c'è lo spread, c'è l'euro, c'è la storia e ci sono le chiacchiere... ma prima, alla base di tutto, c'è una spiegazione semplice che è racchiusa in un semplice gesto.
Mi spiego.


Metropolitana.

Folla.
Viavai di gente.
Caos.
Ora di punta.
Uno scenario familiare, comune a qualsiasi metropoli.
Sono pigiato in un angolo. Sacrificato. Rassegnato al mio destino. 
Accanto a me un passeggino con bambino tedesco. Dietro al passeggino c'è un padre, altrettanto tedesco.
Il bimbo ciuccia il ciucciotto placidamente. Poi, all'improvviso... l'imponderabile evento catastrofico: il ciucciotto cade a terra.
Una terra che non è terra, badate bene, ma che il zozzissimo pavimento della metropolitana di Parigi.
Adesso chiudete gli occhi e immaginate quella scena qui in Italia.
Un comune padre italiano, con bambino italiano, passeggino italiano e ciucciotto italiano, sporchissimo.
Il bambino, privo del feticcio ciucciatorio comincia ad agitarsi, strepita e reclama a gran voce l'attrezzo. Il padre si rigira tra le mani l'oggetto sporco e inservibile. L'uomo, palesemente nel panico, mormora accomodanti parole consolatorie a un figlio che, pur se non ancora in età adolescenziale, nel suo pianto incazzato e dirotto verbalizza a modo suo l'intenzione di mandare a fare in culo il genitore e l'umanità tutta.
Ma come si fa?
Mancano gli strumenti. Non c'è uno sterilizzatore. Non c'è neanche un bar a cui chiedere un provvidenziale fiotto di vapore purificatore. 
Il fazzoletto pare inevitabilmente inadeguato per rimuovere la sozzura dal ciucciotto. E mentre il misero padre si agita, in cerca di una soluzione che non c'è, il bambino rende partecipe tutti i compagni di viaggio della sua violenta insoddisfazione.
Conoscete la scena?
Vi sarà capitato no?
Adesso riaprite gli occhi.
Siete nella metropolitana di Parigi, davanti al padre tedesco che, senza esitazione alcuna, raccoglie prontamente il ciucciotto dal pavimento, gli dà una rapidissima ciucciata, e lo infila con un gesto fluido tra le labbra del pupo prima ancora che il piccolo possa accorgersi dell'accaduto.
Problema risolto.

Ecco perché la Merkel può dirci cosa dobbiamo fare.

sabato 26 aprile 2014

Una parola al giorno (o quasi): EROTISMO

Girando per internet ho potuto riscontrare la sostanziosa presenza di blog a tema erotico. Le più diffuse caratteristica che accomunano questi interessanti spaccati di immaginario sono:

1-  la totale scollatura dalla realtà: avendo una percezione della vita sessuale chiaramente parziale e ridotta, gli autori di tali blog cercano di sublimare le loro frustrazioni erotiche sessuali proiettandosi in fantasie astruse e del tutto improponibili, popolate da protagonisti stereotipati, improbabili e spesso anche leggermente grotteschi, capaci però di performance in grado di far venire complessi di inferiorità anche a Rocco Siffredi ed Edward Cullen.


2 - l’uso di un italiano aulico e leggermente demodé. Qui il problema si fa serio. Il punto è che scrivere racconti erotici non è per niente facile, non solo per quel che si deve raccontare ma anche per come lo si deve raccontare. Poiché il blogger che blogga l’eros è consapevole di aver scelto un compito infido e complesso, spesso sceglie di optare per un linguaggio d’altri tempi e leggermente enfatico, abusando di metafore perché teme di sconfinare nel volgare e nel pornografico, mentre lui  (o lei) col volgare e col pornografico non vuole aver nulla a che fare perché, anzi, il porno gli (o le) fa schifo (non è vero naturalmente ma teme che questo sminuirebbe e renderebbe meno credibile la sua figura di blogger che blogga solo eros di prima qualità). Ecco che, quindi, questi scritti, abbondano di espressioni quali “si tuffò nel suo piacere” o “ella dischiuse i petali del suo fiore proibito”. Abbondano anche tutti i possibili sinonimi del membro maschile e della passerina, in quanto lo scrittore di cui sopra troverebbe ignobile scrivere “cazzo” e “fica” e deve arrabattarsi alla ricerca di espressioni alternative, impresa sempre più difficile man mano che il racconto prosegue (di qui il consiglio di scrivere racconti davvero brevi) e che, nei casi più disperati può giungere a scelte inquietanti tipo “virile turgore” o “alfiere del piacere” fino a “tronchetto della felicità” che ci fa capire come il povero narratore sia inevitabilmente giunto alla frutta, e noi con lui.

3 – la totale inconsapevolezza della propria drammatica inadeguatezza sia come narratori che come alfieri dell’eros.

4 – una quantità spropositata di fotografie glamour perché anche l'occhio vuole la sua parte, senza contare che se l'ormone è stato già smosso da un'immagine adeguata sarà poi più sensibile al fiume di cazzate che seguono subito dopo in forma scritta.

A puro titolo esemplificativo, provo a riprodurre un esempio di scrittura erotica da blog corredata di alcune note per meglio comprenderne tutti gli aspetti:



LACCI [1]

Il racconto inizia generalmente con qualche blanda considerazione sulle condizioni climatiche ed ambientali, un po’ per far vedere che si inizia in modo soft e non si è degli assatanati, un po’ per dar modo all’autore di sbizzarrirsi nella descrizioni di soli caldi, cieli tersi e brezze frizzanti.


Il protagonista, vittima di una consolidata e soffocante routine giornaliera, si trova, per un fattore imprevisto, ad uscire dagli schemi collaudati: per esempio, la sua decappottabile è dal meccanico e lui deve prendere i mezzi pubblici[2].

Salito sull’affollato autobus, il nostro eroe non può fare a meno di notare la sexy coprotagonista del racconto[3]. Lei è leggermente scarmigliata, ma proprio per questo ancor più sexy. Inizialmente è persa nei propri pensieri, la descrizione del suo abbigliamento può richiedere giorni, ma stringi stringi ciò che conta è che tette, culo, bocca e occhi sono quanto di più seducente si possa incontrare in un autobus affollato nell’ora di punta. A questo punto inizia un estenuante gioco di sguardi ed ammiccamenti che può protrarsi per pagine e pagine con divagazioni e approfondimenti sulla natura umana, su cosa sia quella forza misteriosa che spinge due sconosciuti a cercarsi, a inseguirsi e a concedersi l’un l’altro a dispetto di qualsiasi logica[4], nei casi più drammatici le divagazioni possono comprendere testi di canzoni, la ricetta delle cotolette e un metodo infallibile per vincere al lotto.

Al termine di questa fase di studio, lui comincia ad avvicinarsi incurante della calca[5] la raggiunge e cerca un contatto, in modo che lei possa accorgersi del virile turgore che preme impaziente contro il tessuto dei suoi pantaloni in cerca di libertà e appagamento[6]. Lei, dal canto suo, sarebbe portata istintivamente a ritrarsi, ma poiché nel suo profondo fondo è una femmina emancipata che non teme di prendere il piacere quando le capita a tiro[7] e di vivere l’eros in modo libero e disinvolto, dopo una brevissima esitazione, comincia ad assecondare i movimenti dell’uomo dando il via ad una specie di variante della lambada resa ancor più difficile dal movimento dell’autobus e dalla calca drammaticamente ignara che lì a pochi passi si stia verificando cotanta inebriante danza erotica. L’uomo, si sa, potrebbe già capitolare esplodendo il proprio immenso e inaspettato piacere dopo pochi strusciamenti facendo così una colossale figura di cacca, ma poiché non è uno sprovveduto e sa il fatto suo, si sottrae alla danza con un bieco sorriso malizioso. Lei, privata del tronchetto, vacilla improvvisamente incerta come un naufrago che sia stato privato della zattera… lo guarda senza capire e lui, sempre sorridendo, le dice di scendere alla prossima fermata.

Lei, ovviamente, esegue. Lui le fa cenno di seguirlo… e lei lo segue, fino ad un bar. I due si siedono. L’uomo è di poche parole, ma ogni frase buttata lì apparentemente a casaccio rivela una personalità sfaccettata e seducente, enigmatica e mistica, leggermente porcella ma anche suadentemente romantica, una e trina, bonaria e malandrina[8]… un po’ Bogart, un po’ Rourke, un po’ Clooney un po’ Pitt… lui, sostanzialmente, non esiste in nessuna delle galassie conosciute, è l’archetipo del principe azzurro con le dotazioni di John Holmes, ed è per questo che nessuna donna può resistergli.

La conversazione raggiunge punte epiche e surreali che non sono assolutamente in grado di ricreare, ma, sostanzialmente, ciò che conta è che il mago della seduzione e della metafora sta cucinando a puntino la sua preda. Solitamente, a questo punto della narrazione, l’intimo e prezioso roseo scrigno carnoso del piacere della  nostra coprotagonista si è già tramutato in uno dei laghi resi celebri da Valerio Scanu nell’ultimo Sanremo, ed ella non brama altro che essere presa con virile vigore prima che il cameriere noti la pozzanghera che si sta allargando in modo preoccupante sotto al tavolino. Ecco perché quando lui le chiede di sfilarsi le mutandine, lei non esita, ma esegue[9]. Lui prende il prezioso trofeo con estrema naturalezza, ci si pulisce gli occhiali e lo ripone in tasca. Si alza e le dice di seguirlo… vanno via, il più delle volte senza pagare il conto anche perché il cameriere sta chiamando l’Arin per chiedere l’immediato intervento di una squadra onde identificare la pericolosa perdita idrica che sta allagando il locale.

Il nostro eroe le fa strada in un sottoscala fatiscente, e poi in una pensioncina malandata che fa tanto New Orleans[10]. Poi la fa spogliare sapientemente mentre lui guarda e parla a vanvera, ed infine estrae[11] un assortimento di lacci di seta.

La donna esita: per la prima volta è come se realizzasse di
aver seguito un perfetto sconosciuto in una zona altrettanto sconosciuta della città, di avergli consegnato le proprie mutandine, e di essere sola, inerme in compagnia di uno che vuole legarla come un salame. Ma poiché la voglia di salame è nettamente preponderante rispetto al rischio di fare la figura del salame, ancora una volta ella soffoca ogni pensiero razionale e segue il flusso delle torbide emozioni che la stanno travolgendo. Lui a questo punto comincia a dissertare sui legami, e su come si possa essere prigionieri senza catene[12] e liberi solo quando si è legati. Di fronte a tale inoppugnabile sfoggio di eloquenza e di logica, la donna capitola. L’uomo la lega strusciando e stringendo sapientemente, infine libera l’araldo del piacere che sfida orgogliosamente la forza di gravità protendendosi fiero e pulsante, ed inizia la tiritera del te lo do, non te lo do… te lo faccio solo annusare, ecco ora entra… ops non ancora, fino a che lei non implora quasi tra le lacrime che l’araldo compia il suo compito, e l’araldo, finalmente fa ciò per cui è stato progettato, donando e prendendo un piacere immenso, come solo pochi hanno avuto la fortuna di provare nella propria vita.

In genere a questo punto, il lettore comincia a pensare di non aver mai vissuto veramente. Gli uomini provano un inquietante senso di inadeguatezza, le donne vorrebbero dare una testata sul naso del proprio compagno colpevole di non essere neanche lontanamente paragonabile al protagonista del racconto, ma chi ci fa più pena è l’autore (o l’autrice) del racconto, ed è a lui (o lei) che va il nostro pensiero e la nostra compassionevole considerazione, mentre dopo aver finito di stilare orgogliosamente il racconto erotico, ne rilegge le parti più significative, compiaciuto o compiaciuta che sia, e si appresta a postarlo perché il mondo ne goda appieno e possa dire “caspita, questo/a sì che sa cosa sono l’erotismo e il sesso…”

Ahimè.

PS. a piè di pagina, ci sono le note.



[1] i titoli rimandano spesso a qualche pratica erotica sadomaso o comunque a qualcosa si torbido e proibito

[2] ma un taxi no?

[3] il fatto che gran parte degli approcci si verifichino in posti assolutamente impraticabili, come un autobus affollato, la dice lunga sulla natura delle esperienze dell’autore. D’altro canto, nell’uso ricorrente dei mezzi pubblici  come scenario erotico va forse identificata la spiegazione principale del loro sovraffollamento.

[4] arrapamento forse?

[5] e del fatto che gli stiano sfilando il portafogli dalla tasca posteriore dei pantaloni.

[6] ho scritto proprio così? Non ci posso credere!

[7] soprattutto quando è sottoforma di un tronchetto della felicità di dimensioni considerevoli.

[8] qualcuno mi fermi perché potrei andare avanti così per delle ore…

[9] l’unica volta che ho provato a chiedere una cosa del genere mi sono preso una bottigliata in fronte

[10] lo squallore contrapposto all’estasi.

[11] non ci è dato di sapere da dove. Probabilmente si porta l’attrezzatura sempre appresso, casomai servisse… meglio essere previdenti, no?

[12] sembra il titolo di una canzone di Sanremo.


mercoledì 26 marzo 2014

Una parola al giorno (o quasi): BELLEZZA 2... e STUPORE... e AMMIRAZIONE... e INVIDIA





Per portare - diciamo - a conclusione, il discorso iniziato parlando de "La Grande Bellezza", vorrei fare un breve cenno a True Detective.
Nella conclusione del quarto episodio di questa eccezionale serie della HBO, possiamo assistere a un intricato piano sequenza della durata di ben 6 minuti.
Si tratta di un notevole virtuosismo registico e molti hanno accolto la cosa con inevitabile ammirazione, ma c'è anche chi dato dello "sborone" al regista che si è voluto cimentare in una tale impresa tutto sommato non indispensabile. In fondo... con due o tre stacchi la scena non avrebbe perso nulla.
Eppure...
Se confrontiamo questa prodezza con quelle di Sorrentino (sì lo so che sono due prodotti completamente diversi) viene spontanea una riflessione:
Mentre in ogni inquadratura de "La Grande Bellezza" emerge prepotente la "mano" del regista, guardando True Detective pochi si sono resi conto di questo piano sequenza. La maggior parte degli spettatori si è limitata a godersi la scena senza "rendersi conto" di cosa sta guardando.
Il piano sequenza conferisce a quei sei minuti una tensione  e un ritmo enormi, ma non ne diventa protagonista. A mente fredda, dopo (molto dopo), lo spettatore può ragionarci su e rendersi conto della portata "tecnica" di ciò che ha appena visto. Ma fino a quel momento si è goduto la scena... e la storia.
Questo a mio modesto parere, è un esempio di regia tecnicamente eccellente, ma non invasiva. Una regia attenta, profonda, suggestiva che non diventa protagonista della storia, ma che ne valorizza ogni aspetto, mimetizzandosi, restando nell'ombra e facendo sì che il pubblico venga risucchiato nel racconto e vi si perda...
True Detective è la dimostrazione di come si possa essere dei registi straordinari senza dover per forza far capolino all'interno delle proprie riprese, ricordando al pubblico quanto si è dannatamente bravi.
Questo è il tipo di regia che preferisco ed è il motivo per cui non ho amato il film di Sorrentino. 

domenica 23 marzo 2014

Una parola al giorno (o quasi): immortalità


L'uomo dai denti storti

L’uomo dai denti sorti era, senza ombra di dubbio, la più inquietante figura della contea di Bath, nel Kentucky.
Chiunque lo avesse incontrato almeno una volta, nella propria vita, non poteva più scacciare dalla propria mente la figura di quell’uomo dalla dentatura raccapricciante. Non si sa bene cosa fosse capitato alla sua bocca, sta di fatto che quei denti non erano solo storti: c’era qualcosa di profondamente sbagliato, quasi perverso, nel modo in cui quei denti spuntavano dalle gengive, accavallandosi senza senso, andando ora di qua ora di là; nella indecente sfacciataggine con cui gli incisivi spezzati proclamavano al mondo la loro esistenza protendendosi all’infuori. Era un po’ come se tutte le storture del mondo e l’essenza stessa del caos avessero trovato la loro ideale rappresentazione nella dentatura dell’uomo dai denti storti.
Tuttavia, nonostante la coesistenza con una simile dentatura dovesse essere tutt’altro che semplice, l’uomo dai denti storti non se n’era mai curato più di tanto.
L’uomo dai denti storti camminava tra la gente come se niente fosse. Le occhiate di sorpreso disgusto gli scivolavano addosso innocue, destando in lui, come unica reazione, un appena accennato sorriso di superiorità.
I bambini fuggivano alla sua vista e più di una persona aveva perso l’appetito dopo che lo sguardo si era casualmente imbattuto in quel terremoto ortodontico. La sera, nelle case di Bath, si sussurravano a mezza voce racconti raccapriccianti su come l’uomo dai denti storti fosse entrato in possesso di quella dentatura. C’era chi diceva che fosse l’incarnazione terrena del chupacapra, chi che avesse stretto un patto col diavolo e chi, addirittura, che fosse il diavolo stesso in persona venuto a seminare il terrore con quell’aspetto mostruoso. Ma l’uomo dai denti storti si levava al di sopra di tutto ciò con caparbia indifferenza.
Benché  possa sembrare strano, o quanto meno improbabile, l’uomo dai denti storti aveva anche degli amici. Un gruppo di irriducibili che da sempre si accompagnavano a lui: Bill, Tom, Sammy Lee detto anche Ladyblue, Winston Tucker. Tutte persone che vivevano ai margini della società, preoccupate più a racimolare  i soldi per un buon whisky piuttosto che a concedersi speculazioni filosofiche sulla dentatura dell’uomo dai denti storti.
Quasi fosse un tacito accordo, nessuno di loro, in tanti anni di amicizia, aveva mai parlato di quei denti, neanche per una volta.
I denti c’erano. La loro stortura baluginava maligna ogni volta che l’uomo dai denti sorti parlava, o sorrideva. Ma nessuno, dico nessuno, ne parlava.
Ecco perché quel giorno fatale, tutti furono colti alla sprovvista quando Bill, all’improvviso, lo fece. 
Ora… tutti conoscevano Bill e sapevano com’era fatto. Era ormai nota la sua tendenza ad astrarsi quando se ne faceva qualcuno di troppo. Quel giorno, chissà come, il gruppetto aveva rimediato una bottiglia di quello buono e Bill ci aveva dato dentro di santa ragione. Quando il tasso alcolico di Bill raggiungeva il limite il suo sguardo si faceva sempre vitreo e si fissava su di un punto indefinito che poteva essere una macchia sul muro, un’imperfezione sulla superficie del tavolo o un insetto sul neon. Una volta si era ipnotizzato sulla scollatura di Margaret O’Sullivan ed era rimasto a fissarla per quasi un’ora fino a che il marito non se n’era accorto e gliele aveva suonate di santa ragione.
Ma Bill era fatto così, non dipendeva neanche da lui. Non si sa bene cosa gli scattasse nel cervello, era come se, per non affondare nel pantano etilico a cui lui stesso aveva dato origine, avesse bisogno di ancorarsi col pensiero a qualcosa di immutabile.  E così si immobilizzava… e restava imbambolato, a filosofeggiare di macchie, insetti o tette, fino a che non gli passava la sbronza. Si trattava, il più delle volte, di farneticazioni innocue. Solo che quella volta, chissà perché, si fissò proprio sui denti dell’uomo coi denti storti.
Gli amici se ne accorsero subito. Voglio dire, non era così difficile da capire. C’era l’uomo dai denti storti, seduto da un lato, e Bill che strabuzzava gli occhi, leggermente proteso in avanti, con lo sguardo fisso, fisso, su quegli incisivi che sembravano appena usciti dal bombardamento di Pearl Harbour.
La situazione  era potenzialmente molto pericolosa, quindi gli amici avevano provato a scuoterlo con qualche gomitata, ma niente, Bill ormai era andato. Potevano solo sperare che l’uomo coi denti storti non se ne accorgesse. Solo che è impossibile non accorgersi di uno che, a pochi centimetri di distanza, fissa la tua bocca con quell’aria un po’ stupita come se si trovasse davanti ad una apparizione mistica, e comunque, se anche ci fosse stata una sola possibilità di riuscirci, questa svanì miseramente quando Bill aprì la bocca: “cazzo” disse Bill “ma lo sai che i tuoi cazzo di denti, sono davvero storti, cazzo!”
Bill non era particolarmente noto per la varietà e la ricercatezza dell’eloquio.
“Cazzo” disse ancora Bill “i tuoi denti suono i denti più storti che io abbia ma visto nella mia cazzo di vita… cazzo. Ma non hai mai pensato di mettere una macchinetta? Cazzo…”
Nel bar di Walter Bennett calò immediatamente il silenzio. Tutti ma dico tutti gli occhi si puntarono sull’uomo dai denti storti in attesa della sua risposta o di una qualsiasi reazione o di chissà cos'altro... in attesa, insomma.
Qualcuno trattenne perfino il respiro.
L’uomo dai denti storti bevve lentamente un altro sorso di bourbon, guardò sereno Bill, e poi disse, me lo ricordo ancora come fosse ieri, queste precise parole: “no”.
Poi riprese a bere e dopo un attimo di tensione, la vita tornò a scorrere normale nel bar di Walter Bennett.
Ma noi lo sapevamo che l’uomo dai denti storti non aveva detto tutto quello che pensava. Quel “no” non era solo un no, era molto di più. C’era un mondo dietro a quel no, solo che bisognava scavare un po’ per riportarlo alla luce, per dargli forma. E, per la precisione, ci vollero altre tre bottiglie di Bourbon ed un estemporaneo ed involontario strip di Megan Bennett, la figlia di Walter (che restò impigliata con la gonna negli scarponi di Flann O’Brian), per sciogliere la lingua dell’uomo dai denti storti, che alla fine ci prese in disparte e sussurrò in un soffio di alito alcolico: “Sapete? Io non ho mai avuto paura dei dentisti, se è questo che pensate… non ci metterei niente ad andare da uno di loro per farmi rimettere a posto la bocca… una volta mi sono fatto fare un preventivo, sapete quanto ci vuole?” noi scuotemmo il capo. “Per rimettere a posto tutto l’apparato ci vorrebbero 47.925 dollari!” annunciò con fierezza. “E io ho tutta la cifra da parte, fino all’ultimo centesimo, perché devo sapere che, in qualsiasi momento, se volessi, potrei farlo. Anche domani, se mi girassero, potrei andare da un dentista, dargli tutti quei fottutissimi 47.925 dollari e farmi sistemare… solo che non voglio”. Concluse.
“E perché?” gli chiedemmo noi.
Lui sorrise con quel suo solito sorriso, poi lasciò scorrere lo sguardo sugli avventori del bar, e poi su di noi. “Vi siete mai guardati intorno” disse “avete mai visto cosa sono gli altri, e cosa siamo noi? Noi siamo delle brave persone, ma non tanto brave da distinguersi dagli altri. C’è quel minimo di bontà di base che puoi trovare in ogni uomo, senza però che nessuno sia capace di diventare un fottuto santo o un missionario. E siamo anche un po’ cattivi… non fare quella faccia Winston, lo siamo. Ma poco. Non abbastanza, almeno, per fare davvero del male a qualcuno. Volontariamente intendo e non come Tom quando passò col trattore sul vecchio Mandy. Non siamo che una fottuta macchia grigia, indistinta sul palcoscenico marcio di questa vita senza senso, in un teatro dalla platea vuota, perché nessuno è intenzionato a pagare il biglietto. Siamo solo l’enorme quintessenza del nulla: niente di speciale, mediocrità allo stato puro che si confonde in mezzo ad altra mediocrità… Nessuno di quelli presenti in questo bar verrà mai ricordato per qualcosa che ha fatto, nessuno! Neanche la figlia di Walter, che si è persa la gonna stasera - anche se... non mi aspettavo avesse un culo così bello - ma nonostante tutto, anche le sue chiappe per quanto piacevoli, verranno dimenticate. Quando saremo morti, verremo inghiottiti dal nulla. Nessuno si ricorderà di noi… perché non c’è nulla da ricordare. Ma… nessuno, mai, dimenticherà i miei denti storti. 50 o anche 100 anni dopo la mia morte, nella contea di Bath si dirà: ma voi ve lo ricordate l’uomo dai denti sorti! Cazzo! Era spaventoso!
I nonni racconteranno di me ai loro nipoti, e loro faranno la stessa cosa con i loro figli e il mio ricordo vivrà per sempre, grazie a questi denti. Non ricorderanno il mio nome, non ricorderanno cosa facevo, ma nessuno potrà mai dimenticarsi dei miei denti. Ecco perché non li ho mai fatti raddrizzare, perché grazie a loro io ho rosicchiato la mia fetta di immortalità!”
E, detto questo, finì l’ultimo bicchiere di bourbon e si allontanò fiero dei suoi denti e della sua vita, camminando leggero verso casa e verso l’immortalità.