mercoledì 14 maggio 2008

Frammenti di conversazioni amorose

Seduti su un muretto, uno accanto all’altra. lo sguardo rivolto verso il panorama anche se i pensieri sono altrove.


Insomma, non è  andata. dice lei.


lui zitto.


E… ci sono rimasta di merda, perché questa volta ero davvero convinta di essermi innamorata.


lui zitto.


Mi dicevo "questa è la volta buona. questa è la volta buona!" ne ero proprio strasicura. Cioè… lui mi andava proprio giusto, capisci? Mi aderiva alla perfezione era… la mia anima gemella.


lui zitto.


E poi, a un certo punto ho capito tutto. Sai come quando hai una specie di illuminazione?


lui non lo sa com’è quando hai una specie di illuminazione,  ma fa finta del contrario, annuisce e sta zitto, cosa che, tra l'altro, ormai gli riesce con una certa naturalezza.


Ho capito che il vero amore non è stare con uno uguale a te. Cioè, tanto varrebbe mettersi con uno specchio, no? Il vero amore è quando stai con uno completamente diverso…


lui sta zitto. anche lei sta zitta: lui perché non ha niente da dire, perché ha detto tutto quel che doveva dire.


il tempo passa ma lui sta cominciando, sorprendentemente, a pensare qualcosa.

Diverso come? chiede lui dopo un po’.


Diverso!


Tipo me e te?


lei ci pensa un attimo.


Uhm… no… non così diverso.


Uh… dice lui. Si guarda le punte dei piedi, che penzolano oltre il muretto. Sta prendendo una decisione.


No perché… io, mi sa che ti amo. dice alla fine.


lei lo guarda. è la prima volta che lo guarda oggi.


Tu cosa?


Ti amo.


Merda!


Non dovevo dirlo vero?


Merda, merda… merda!


Ho fatto un casino…


Eccheccazzo!


Scusa… è che…


Stai zitto per favore.


lui sta zitto. anche lei. fanno finta di guardare il panorama anche se è chiaro ormai che del panorama non gliene può fregare di meno. anzi, quel tramonto dall’aria romantica gli fa anche girare un po’ i coglioni.


Vabbè e ora, che facciamo? chiede lui.


lei si alza dal muretto, si aggiusta i jeans e guarda verso casa.


Andiamo a scopare, che è meglio. dice.


Ok.


E non dirlo mai più.

Cosa?


Che mi ami…


Ok... basta che si scopa (questo forse lui lo pensa soltanto, senza dirlo...)


Andiamo?


Andiamo.

mercoledì 7 maggio 2008

ATTESA

Brano musicale consigliato durante la lettura «Slow train» dal CD «The road north» di Alasdair Fraser & Paul Machlis 


Nuadu dalla mano d’argento vive nella sua casa, sul tetto del Mondo, in un’ampia vallata verde. E lì, da tempo immemorabile, lascia che il suo sguardo vaghi nel vento, in attesa di un segno.

Nella piccola stalla costruita sul retro della casa, Nuadu tiene un meraviglioso cavallo dalla criniera argentea. Gli fu regalato dall’aurora, nella notte dei tempi, e le sue zampe agili e muscolose hanno il potere di trasportare qualsiasi cavaliere attraverso il tempo e lo spazio, oltre gli insidiosi confini che imprigionano gli esseri mortali.

Con quel cavallo Nuadu può raggiungerci in qualsiasi momento.

Ogni volta che un sogno muore prima di essere stato realizzato, ogni volta che la flebile fiamma della speranza viene soffiata via da un dolore lacerante, ogni volta che un desiderio si arena sulle scogliere della sconfitta, Nuadu corre alla stalla, sella il suo potente destriero, e galoppa veloce come il vento cercando di arrivare prima di suo fratello, il Signore dei Vermi.

Quando riesce ad anticipare il suo famelico gemello, Nuadu si avvicina silenziosamente al sogno infranto e lo raccoglie delicatamente tra il pollice e l’indice, facendo attenzione a non sciuparlo. Poi lo ripone in una piccola sacca di cuoio foderata di velluto rosso che fu cucita per lui dalla Regina delle Sirene, tanto tempo fa, e ritorna nella sua dimora.

Nuadu possiede un giardino sconfinato, sopra il tetto del Mondo. In esso crescono un’infinità di piante strane e meravigliose di cui non esiste uguale in tutto il creato.

Ogni volta che ritorna da un suo viaggio, prima di ogni altra cosa, persino prima di riabbracciare l’amata consorte, Nuadu si reca nel suo giardino, apre la sacca di cuoio, prende i sogni raccolti lungo il cammino, e li pianta nel terreno innaffiandoli con poche lacrime sincere. Poi aspetta che escano i primi germogli.

I sogni abbandonati germogliano in fretta quando trovano qualcuno disposto a prendersi cura di loro.

Quando il Mondo era giovane e Nuadu ancora un ragazzo, suo fratello, il Signore dei Vermi, decise di giocarsi ai dadi le sorti dell’umanità. E vinse. Nuadu allora chiese al fratello cosa volesse in cambio, per riscattare le sorti degli uomini.

«Perché vuoi rinunciare a qualcosa di tuo, in favore di quegli esseri stupidi?» domandò il Signore dei Vermi. «Con o senza di me, troveranno comunque il modo di edificare la loro infelicità... tieni ciò che è tuo e lasciami la vittoria.»

Nuadu non rispose. Andò a casa, prese la spada di ghiaccio e oro che gli aveva donato la Stella del Nord e si tagliò una mano. Poi tornò indietro e la gettò ai piedi del fratello. Il Signore dei Vermi sorrise senza allegria, la raccolse, e se ne andò lasciandosi dietro il destino degli uomini.

Ma nel vedere Nuadu così mutilato, la Luna ebbe pietà di lui, e gli costruì una mano d’argento finemente intagliato, perfettamente funzionante, che sostituì quella perduta.

Quando il Signore dei Vermi se ne avvide, si infuriò, e dichiarò nullo il patto, ma il giudice supremo, a cui si sottoposero entrambi, non volle emettere alcun verdetto, e da quel momento i due gemelli iniziarono la loro gara senza tempo, l’uno votato alla distruzione, l’altro alla conservazione degli uomini.

Una gara che nessuno dei due potrà mai vincere.

Nuadu dalla mano d’argento pranza ogni giorno seduto ad un ampio tavolo di legno di frassino che gli fu regalato da un Dio abbandonato, senza più fedeli. Il tavolo è rotondo, intagliato da sapienti artigiani che lo hanno ornato di disegni strani e magiche rune, ed il cibo che vi viene poggiato sopra non può mai finire, né può mai andare a male.

Di fronte al tavolo c’è una grande finestra che si apre sull’infinito. Da lì Nuadu può scrutare le nebbie che avviluppano l’universo e coglierne l’essenza più profonda.

Ogni tanto, quando si approssima il tramonto, Nuadu guarda pensieroso il sentiero di ghiaia bianca che porta alla sua dimora, poi si volge verso la sua sposa, che siede vicino al fuoco, dove suona l’arpa di Thurlogh O’Carolan, ed il suo sguardo è triste.

«Che c’è, marito mio?» domanda allora lei, fedele ad un rito che procede immutato da secoli.

«Non viene nessuno» risponde Nuadu «anche oggi nessuno è venuto a riprendere i sogni che custodisco. Eppure io li conservo qui per loro, per preservarli dal male affinché possano ritrovarli... possibile che non capiscano?»

«Abbi pazienza» dice allora la moglie interrompendo la melodia «vedrai che un giorno qualcuno verrà.»

«Non so...» mormora lui guardandosi pensieroso la mano d’argento. «Non viene mai nessuno... mai nessuno...»

E intanto i germogli crescono fino a sfiorare il cielo.



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venerdì 2 maggio 2008

Lo specchio è il mio nemico

Lo specchio è il mio nemico.
Lo specchio è il mio nemico, ma è anche l’unico a essere sincero con me, perché mostra il mio corpo per quello che è, un ammasso inguardabile di carne molle, di grasso e di cellulite.
Lo specchio è il mio nemico, ma almeno dice la verità.
Gli altri mentono tutti. Mente mia madre, quando dice che sono magra. Mente il mio ragazzo, quando dice che gli piaccio da morire e che sono perfetta così… bugiardo, bugiardo! 
Mente il medico, quando cerca di spaventarmi parlando di anoressia e di morte. Perché io lo so che non è vero che sono magra! Io li vedo questi chili di troppo che mi si attaccano addosso e che non se ne vanno, neanche se sto digiuna per una settimana! Io li vedo, e li vede lo specchio, che non può parlare, non può mentire, può solo mostrare il mio corpo in tutta la sua bruttezza.
E io ci provo, ci provo davvero a dimagrire. Ma è questa fame assurda che mi tortura e che mi impedisce di farcela. Perché non sono normale, capite? Non sono come le altre ragazze. Io ho questo, maledetto, assurdo, desiderio di cibo, che mi ossessiona, che mi fa impazzire. Non riesco a farmi bastare un’arancia come pranzo. Non riesco a cenare con un  pompelmo… ci provo, ma poi, la fame ritorna, ingorda, avida… e sono costretta a rosicchiare una galletta integrale, magari alle due di notte. E lo faccio piangendo perché so che quella maledetta galletta diventerà grasso che si attorciglierà sulla mia pancia deformandomi e rendendomi ancora una volta, orridamente gonfia.
Lo specchio, è lui, il mio nemico.
Per questo ieri, quando mi ha restituito quell’immagine raccapricciante di una me stessa che non potevo accettare, gli ho buttato una spazzola contro mandandolo in mille pezzi.
Uno dei suoi frammenti frastagliati, lungo venti, forse trenta centimetri, era affilato e appuntito come il gigantesco artiglio di una tigre. Sembrava fatto apposta per aiutarmi. “Eccolo” ho pensato, “il mio nemico adesso diventerà mio alleato”. Così l’ho preso tra le mani ed ho cominciato a tagliare quei pezzi di carme che non meritavano di far parte di me.  “Questo” mi sono detta, “è l’unico modo per diventare davvero bella… per essere la donna che vorrei”.
E ho tagliato… ma il sangue mi faceva scivolare il pezzo di vetro tra le dita, e non riuscivo a fare dei tagli precisi… così ho cominciato a piangere per il nervosismo. Perché anche questa volta non riuscivo a fare le cose come si deve. Ancora una volta stavo fallendo… stupida, cretina buona a nulla che non sono altro! Ma non era il dolore a farmi piangere. Ho cercato di spiegarlo a mio padre, quando mi ha trovato tutta imbrattata di sangue, a terra, nel bagno. Ho cercato di fargli capire che non faceva male, che stavo bene. Era solo… come farsi la ceretta… ma più a fondo, ma meglio… per estirpare la sozzura dal mio corpo. Solo che, forse avevo sbagliato a scegliere un pezzo di vetro, ecco. Doveva essere quello che non andava! Che come una cretina non avevo preso un coltello o, meglio ancora, un rasoio. Perché allora sì che mi sarebbe venuto bene. Che avrei tagliato con precisione. Ma non faceva male, non piangevo per il dolore…le mie erano solo lacrime di frustrazione.
Ma niente.
Lui non capiva. Come al solito.
Lui, mamma, il mio ragazzo. Non capiscono.
Anche voi che state leggendo, lo so che non capite un cazzo. Che continuate  pensare che sono malata. Che è assurdo che voglia dimagrire ancora, visto che peso appena 40 chili.
Ma cosa ne volete sapere voi?
Chiedetelo allo specchio, e lui vi dirà che ho ragione io. Perché lui è il mio nemico, ma è l’unico che mi capisce…
Eppure, lo specchio non tratta tutti allo stesso modo. Non è sempre così brutale, e non sempre capisco perché lo sia tanto, con me.  Allora ho provato a guardarlo da lontano e mi sono resa conto di una cosa: lo specchio non ha occhi, l'unico modo che ha per vedere le cose è usare quelli di chi gli sta di fronte.
Lo specchio mi vede con i miei occhi, quindi forse... il mio nemico sono... io.


Dedicato a tutte quelle ragazze che si sono perse per strada… e non riescono a capire che la bellezza  non può stabilirla nessuno, tanto meno una bilancia.

Un bacio. Un abbraccio… vi voglio bene.


dario




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martedì 29 aprile 2008

La Straniera d'Inverno (parte 3)


D: Sappiamo che in questi giorni, dopo una lunga pausa, lei e Diana Gabbaldon avete finalmente ripreso a lavorare alla stesura de "La Straniera d’Inverno"
PS: Sì…

D: Avete dunque risolto le note divergenze che l’hanno portata ad afferrare per i capelli la sua collega, in occasione di un noto evento mondano, trascinandola poi tra i tavoli urlando a squarciagola "sei solo una patetica baldracca…"?
PS: in un certo senso. Ed anzi vorrei cogliere l’occasione per scusarmi col pubblico che ha assistito a questo imbarazzante episodio. Sono davvero mortificata per aver perso il controllo in quel modo, ma ero davvero esasperata.

D. Può spiegarci perché?
PS: Vede, scrivere un romanzo pervaso di sentimenti così profondi e viscerali, non è mai facile. E’ come, scavare nel proprio utero, capisce?

D: Non tanto, sa, essendo uomo ne sono alquanto sprovvisto, ma forse le nostre lettrici, capiranno…
PS: Loro capiranno. E… come dicevo, è un’operazione talmente devastante, che può portare a momenti di profondo stress.  E’…un’operazione che non mette a nudo solo la tua anima, ma anche i tuoi desideri più reconditi. Arriva un momento in cui sei sola con te stessa, ti vedi nuda di fronte all’infinito, ed il più delle volte ti accorgi di una nuova smagliatura o di una ruga che il giorno prima non c’era, e ti incazzi come una iena. Come intuirà si tratta di una cosa già di per sé devastante , ma se quest’operazione di "scavo" viene fatta cercando di mediare tra il tuo mondo interiore e quello di un’altra persona, le cose possono complicarsi. All’inizio sembrava che Diana ed Io potessimo narrare un comune "sentire" in una storia omogenea, struggente e meravigliosa, ma poco a poco sono emerse delle differenze, prima solo formali e poi sostanziali, che ci hanno portato a percorrere, per così dire, sentieri diversi, all’interno dello stesso romanzo…

D: E come avete fatto?
PS: E’ proprio questo il punto. Non abbiamo fatto. Abbiamo cominciato logoranti discussioni che non portavano a niente. Io volevo che il "mio" Alexander portasse a termine il percosso iniziato nei romanzi precedenti, diventando devinitivamente L’UOMO per eccellenza. Colui che ogni donna vorrebbe avere nel proprio letto. Lei pretendeva che questo ruolo spettasse al suo MacKeron, cosa impensabile, ovviamente. Alla fine, per cercare di andare avanti, abbiamo provato a dividerci i personaggi… ma ci siamo rese conto che così la vicenda si separava nettamente in due, ognuna di noi  portava avanti la propria storia… era ridicolo, come impaginare insieme due romanzi diversi. Allora abbiamo provato a scrivere a capitoli alternati, solo che quello che io facevo succedere nel primo, lei lo disfaceva nel secondo. Infine abbiamo provato a dividerci i sostantivi, gli aggettivi ed i verbi. Ma il risultato, se possibile è stato anche peggiore… e dava origine ad una prosa senz’altro originale, ma il più delle volte troppo ermetica. Nel frattempo accumulavamo stress. E continuavamo a cambiarci a vicenda le storie… lei faceva dire a Lidia che MacKeron era l’uomo più virile mai incontrato, ed io facevo aggiungere che però Alexander era, se possibile, ancor più bello. Allora lei chiosava con un commento contrario e quella che doveva essere una scena di due righe diventava un capitolo di battibecchi. Così, al Gran Gala del Rosa in Prosa, quando ho detto che per me i fagioli erano un po’ salati, e lei mi ha corretto dicendo che, invece, li trovava gustosissimi, non ci ho visto più, l’ho vista come un suo ennesimo ed intollerabile tentativo di intrusione nel mio territorio e così l’ho afferrata per i capelli…

D: Capisco…
PS: Sono ancora mortificata (lo dice con uno strano sorriso compiaciuto NdR)

D: E com’è stato possibile ricomporre la situazione tra voi due dopo una lite così dura e per di più così "pubblica"?
PS: Beh sa… per questo romanzo ci danno una barca di soldi… alla fine, ti dai un pizzico sulla pancia ed anche se quello che scrivi ti fa schifo, chissenefrega. Del resto, anche i miei romanzi precedenti erano delle boiate…

D. Ma come, e lo scavo nell’utero nuda davanti all’infinito e tutte quelle belle parole di prima?
PS: Ma sì, ma sì, sono cose che si dicono, però la verità è che sempre di un romanzetto rosa si trattava… sa, per gratificare l’immaginario femminile.

D: quindi questa è l’opinione che ha delle sue lettrici?
PS: Non mi fraintenda, io amo le mie lettrici. E… condivido le loro pene. Vede, di questi tempi, già farsi una bella scopata è difficile, si figuri trovare un uomo in grado di farti innamorare… e così, questo tipo di letteratura acquista valore terapeutico… noi donne del secondo millennio abbiamo un’emotività fragile e scompensata che urla per il bisogno di trovare uno sfogo ma che non potendo incanalarsi lungo il giusto percorso, traborda un po’ ovunque creando imbarazzanti pozzanghere. E poiché uomini non ce ne sono, ce li andiamo a trovare nei libri. Forse, l’unica riserva che posso avere, è che bisognerebbe spiegare ad alcune delle mie lettrici più affezionate che pur leggendo il libro anche 50 volte, né Alexander né MacKeron usciranno da quelle pagine (sospira NdR)… perché uomini così non esistono… e noi siamo destinate ad una solitudine fisica e sentimentale... sigh...  meno male che esistono i vibratori…

D: Sì… ehm (colpo di tosse imbarazzato) quindi ritiene che riuscirete a finire questo romanzo entro l’anno?
PS: Se quella cagna la smette di rompere, sì.. del resto (solo adesso noto che sta giocherellando con un ciuffo di capelli NdR) dovrebbe aver capito la lezione…

D. Questi sono della Gabaldon?
PS: Un souvenir…

D: Bene allora, signora Simonns… è stato un vero piacere.
PS: Anche per me… torni quando vuole, a proposito…

D: Sì?
PS: Intervisterà anche la cagna?

D: Ehm… non so, sa dipende dal direttore del giornale, cioè… ecco…
PS: non si preoccupi, era solo una domanda così… le posso offrire un tè?

Nota dell’editore: il presente articolo viene pubblicato in memoria del suo autore Rick Tuck, stranamente scomparso subito dopo aver registrato quest’intervista.



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mercoledì 23 aprile 2008

UCCELLI

 (si consiglia la lettura ad un pubblico adulto vm18)

Il suo cazzo aveva uno strano sapore.
Ci pensava ogni volta che scopavano, ma poi si faceva prendere dalle varie cose - e c’è da dire che in questo Peter era molto bravo - e la storia del sapore passava in secondo piano. L’importante era soprattutto superare l’impatto iniziale. Anche perché poi, a furia di succhiarlo, era un po’ come se quel sapore si diluisse… per fortuna.
La cosa peggiore, probabilmente, era l’attesa.
Prima che finissero a letto, ogni volta, Susan continuava a vivere con una parte del suo essere in tensione, in attesa di quel momento. Domandandosi per tutto il tempo se e quando Peter le avrebbe chiesto di prenderlo in bocca.
Tutto questo, inutile dirlo, le toglieva parte del piacere, ma non sapeva come risolvere la questione, e si chiedeva se il problema fosse suo oppure di Peter. Anche perché non è che Susan ne avesse provati molti… di uomini.  Era ancora molto giovane, e Peter era la prima storia importante. Il primo che avesse succhiato.
No, cioè, ce n’erano stati altri due, prima, ma nel primo caso era ubriaca e non ricordava niente. Nel secondo, aveva una mentina in bocca e questo, in qualche modo, aveva falsato l’intera faccenda. Non c’era modo di sapere se anche gli altri due avessero lo stesso sapore orribile e non era uno di quegli argomenti che tiri facilmente in ballo con le amiche.
Aveva pensato di buttarla lì, casualmente, durante il the delle cinque… "A proposito, ma i cazzi hanno tutti lo stesso sapore?"
Ma poi, ogni volta, si rendeva conto che non poteva. Immaginava la faccia scandalizzata di Lizzy. O, peggio ancora, quella di Margie, prima velata di un rossore diffuso, mentre il liquido appena sorseggiato le andava di traverso, e poi contorta nell’atto di spruzzare il the sul tavolo, momentaneamente trasformata in una specie di fontana. No, non poteva prorio.
Era necessario trovare un’altra soluzione. Ma cosa? Provarne un altro era fuori discussione. lei amava Peter, non poteva succhiare quello di un altro, foss’anche col solo intento di effettuare una ricerca comparata sui sapori dei membri maschili e quindi senza alcun fine godereccio.
Ripensando alla storia della mentina, aveva allora provato a suggerire a Peter variazioni sul tema, con nutella, panna… l’aveva buttata sul bisogno di trasgressione per non dovergli rivelare che il suo cazzo aveva un sapore schifoso. Ma da quel punto di vista, manco a farlo apposta, Peter aveva scoperto di essere un tradizionalista. Gli piaceva la lingua di lei al naturale… ed ogni volta, Susan, ritornava a casa con quel po’ di insoddisfazione e quello strano sapore in bocca.
Poi, un giorno, tutto le fu chiaro.
La rivelazione arrivò nel modo più imprevisto: in campagna, durante uno dei soliti weekend a casa di zio Gerard.
Susan odiava le gite in campagna, odiava la natura col suo aspetto oltraggiosamente sano e, soprattutto, odiava lo zio Gerard ed il suo modo fastidioso di ridere per ogni fesseria. Il suo vocine rimbombante, nel silenzio della campagna, poteva arrivare a chilometri di distanza.
Un’esperienza devastante per una come lei, che amava le cose sussurrate, i mezzi toni tendenti al grigio, e le cornici di cemento a limitare l’invadenza del cielo troppo azzurro.
Eppure, in quell’occasione, l’insopportabile weekend si rivelò determinante, perché le consentì di capire.
perniciTutto successe a causa della passione di zio Gerard per la caccia.
Lui ne era un vero cultore. Pernici in genere, ma anche fagiani se capitava. Lui diceva che un giorno sarebbe andato in africa a cacciare leoni. Lo diceva convinto, ma non ci credeva nessuno e nessuno si sentiva di spiegargli che avrebbe dovuto decidersi un secolo prima, perché ormai, ameno di non trasformarsi in un bracconiere, non avrebbe mai potuto sparare al re della foresta. Lui lo diceva, generalmente alla seconda bottiglia di vino, e fondamentalmente nessuno lo cacava che, come tutti avevano scoperto, era il miglior modo per far funzionare queste riunioni familiari: ignorandosi.
Comunque, tra le tante fissazioni di zio Gerard, c’era quella che la cacciagione va frollata. Lui si riteneva il massimo esperto del gruppo, ma non capiva un accidente e frollava tutte le prede allo stesso modo. 5 -6 giorni. Che per un fagiano va benissimo, ma per una pernice no! E quell’estate, in particolare, faceva davvero caldo. Non sembrava neanche di stare nello Yorkshire, sembrava di stare in tunisia, tanto era caldo.
E zio Gerard aveva cacciato pernci, manco a farlo apposta.
Pernici appese alla veranda come macabri trofei, in attesa della giusta frollatura.
Non era stato facile fingere allegra normalità se, ogni volta che si usciva sul patio, si doveva fronteggiare quell’improvvisato patibolo avicolo e far finta di niente.
Comunque, fu quella sera, a cena, che arrivò la rivelazione.
Pernici troppo frollate e poco cotte.
Già l’aspetto era quello che era, ma quando Susan mise in bocca la prima forchettata, sentì subito un inconfondibile sapore di marcio con il  retrogusto dolceamaro della carne ormai prossima alla decomposizione.
Fu più forte di lei: sputò subito tutto nel piatto e saltò in piedi esclamando: "Cristo… il cazzo di Peter!"




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domenica 20 aprile 2008

Conversazioni teologiche

- sai a cosa stavo pensando?
- no dimmi.


- al big bang...
- e...?


- secondo me il big bang è stato il primo orgasmo di dio.
- cosa?


- sì, pensaci... lui ha esploso nel vuoto questo suo immenso, primo, violento orgasmo e... ha creato ogni cosa. Poetico no?
- non saprei... voglio dire, e cosa stava facendo, si stava masturbando o cosa?


- ma che importanza vuoi che abbia? Lui era dio, poteva fare quel che gli pare...
- e quindi noi cosa saremmo? Il frutto di una mistica sega divina?


- non stare lì a farti troppe domande, dimmi solo cosa ne pensi.
- beh, penso che questa è una delle poche occasioni in cui sono contento di essere ateo...

Preghiera

Ho pensato ad una nuova preghiera per te, dio, ascoltala e dimmi se ti piace:

dio, ti prego, fingi di esistere.

Fingi di esserci quando sarò così terribilmente fottuto di paura al pensiero di morire, un giorno, che non riuscirò a chiudere gli occhi per dormire. Quando l’idea di scomparire nel nulla mi farà torcere lo stomaco ed avrò bisogno di credere che ci sia qualcosa, dopo la morte… qualsiasi cosa, per non restare lì, immobile, paralizzato dal terrore.

Fingi di esserci, dio, quando i miei sensi di colpa saranno diventati insopportabili e proverò così tanto schifo di me stesso, da aver bisogno di credere che ci sia davvero qualcuno che abbia il potere e la voglia di assolvermi dai miei peccati, perché io da solo non ce la faccio,

Fingi di esserci, dio, quando guardandomi intorno mi sembrerà che niente di questa stupida vita abbia un senso ed avrò bisogno di credere che da qualche parte ci sia qualcuno in grado di darlo un senso, alle guerre, alle malattie, alle morti ed anche agli amori sì, perché in certi momenti non riesco a capire a che cazzo serva amare, se poi tutta questa meraviglia di sentimenti, di palpiti e di emozioni deve sciogliersi nel tempo e scomparire… per sempre.

Fingi di esserci, dio, quando l’idea che tutto debba scomparire senza lasciare tracce, mi farà incazzare davvero. Quando il pensiero che tutti gli sforzi, tutto il sudore tutta la fatica, ma anche tutte le gioie, tutte le risate, tutti i sospiri… siano destinati ad esistere solo per un attimo, per poi scomparire, tanto da farmi dire, tra me e me: “ma chi cazzo me lo fa fare?”

Fingi di esserci, cazzo! Fingi di essere lì, accanto a me, dio, quando dovrò guardare i miei figli negli occhi e rispondere alle loro domande sulla vita e sulla morte. Perché loro sono solo bambini, dio, lo capisci? Loro ci credono ancora che la vita possa avere un senso. Ed io che posso rispondergli se tu non fingi di esserci, almeno per un momento? Che posso dire a quegli occhioni pieni  di speranza, se non che… qualcosa c’è… qualcosa di vago, di mistico di meraviglioso, che ci attende oltre l’infinito? Cercando di dare alle mie parole un suono convinto anche se, in realtà, so benissimo che sto mentendo.

Fingi di esserci, dio, e se lo farai bene, se saprai raccontarla questa menzogna in modo credibile, allora, forse, io riuscirò a fingere di crederci…