domenica 5 luglio 2015

Una parola al giorno (o quasi): DISORDINE

Le ditte che producono borse, borselli e zaini li progettano con un numero straordinario di tasche, sottotasche e taschine. Con la zip, a strappo, con le ciappette… anfratti dentro gli anfratti per ospitare qualsiasi cosa, per prevedere anche la necessità più imprevedibile e soddisfare, così, ogni esigenza. 
Comprensibilmente, più è elevato il numero di tasche, più la borsa è di valore.
Tutti, ma proprio tutti, si convincono che avere tantissime tasche sia una necessità primaria irrinunciabile per avere tutto sotto controllo.
Senza un numero sufficiente di tasche, opportunamente disposte, la nostra vita professionale (ma anche quella privata) sarà destinata a fallire miseramente.
Ecco… NON E’ COSI’.
Il più delle volte, quello che cerchiamo invano, è finito nell’unica tasca in cui non abbiamo guardato perché, probabilmente, non ci ricordavamo neanche della sua esistenza né, tantomeno, della sua ubicazione.

Le borse, ora che ci penso, sono un po’ come la vita…

mercoledì 1 luglio 2015

Una parola al giorno (o quasi): OSTINAZIONE

Corridoio della Rai di Napoli. Ci sono tre finestre aperte e una chiusa. 
Una vespa tenta disperatamente di uscire dall'unica finestra chiusa. 
Prova e riprova con la tenacia propria degli insetti che, quel vetro, non riescono neanche a concepirlo. 
Ad ogni rumorosissimo urto la vespa risponde con un ronzio ostinato, quasi rabbioso, e si proietta nuovamente in avanti solo per andare a sbattere violentemente un'altra volta, e ancora... e ancora.
Ecco... certe persone sono come quella vespa.

sabato 28 marzo 2015

Una parola al giorno (o quasi): BELLEZZA (2)





La bellezza fa uno strano effetto agli uomini.
Quando ci troviamo al suo cospetto, ne siamo inevitabilmente soggiogati, perché è qualcosa che non lascia mai nessuno indifferente.
La bellezza è un dono che riscalda la nostra anima e disperde il grigiore della vita, dandoci la forza e la voglia di andare avanti.
E’ qualcosa di immenso. Come il concetto di Dio.
Forse la bellezza è proprio questo, un riflesso che ci parla di Dio. O un suo dono, lasciato cadere con misericordia per rischiarare il nostro cammino.
Forse è proprio per questa convinzione che, in qualche modo, ci convinciamo che la bellezza sia anche forte.
Invincibile, infrangibile… invulnerabile.
Mentre, a ben riflettere, dovremmo renderci conto che ciò che la rende così speciale la è proprio la sua fragilità.
E noi dovremmo proteggerla, sempre. E averne cura, con dedizione, con pazienza, con amore.
Invece, troppo spesso, ci limitiamo a contemplarla, egoisticamente dandola per scontata.
Non solo non la proteggiamo, ma le facciamo deliberatamente del male, convinti come siamo che per il solo privilegio di essere così sfacciatamente “bella”, possa sopportare qualsiasi cosa.

E così commettiamo uno dei più atroci crimini che l’essere umano possa commettere…

domenica 11 gennaio 2015

Una parola al giorno o quasi: DESTINO

Tra la fine dell'VIII e l'XI secolo, orde di feroci predoni assetati di sangue si riversarono sulle coste della Francia e della Gran Bretagna seminando morte e distruzione. Si trattava di guerrieri spietati e audaci marinai che si abbattevano sul nemico con una forza inarrestabile tanto che ancor oggi viene ricordata la preghiera: "Proteggici Signore, dalla furia degli uomini del Nord".

Questi sanguinari predatori erano i Vichinghi.
Ma cosa li spingeva?
Il famoso storico e antropologo Norvegese Svel Egil Lurdbrasson ha così sintetizzato l'intera questione:

"Il destino di un popolo, a volte risiede in particolari spesso apparentemente innocui. Qualcuno potrebbe dire che i miei antenati erano un popolo violento, che avevano l'istinto del predatore, che erano forti e in quanto tali, facevano valere la legge del più forte su popoli che non erano in grado di difendersi.
La risposta è molto più semplice e risiede nella natura stessa delle abitazioni vichinghe.
Com'è noto i miei avi risiedevano nelle famose  “case lunghe”. Queste abitazioni erano costituite da un’unica stanza, priva di finestre. Il capofamiglia dormiva in un letto vero e proprio, gli altri invece su dei ripiani di legno rialzati e disposti tutt’attorno.
Il focolare per cucinare i cibi era nel centro della casa. Il fumo usciva, solo in parte,m da una piccola apertura nel tetto, ma in buona parte restava nell'ambiente. La luce, molto scarsa, entrava dalle porte, presenti sia sul lato lungo che sul lato corto, ma poiché faceva un freddo boia, l'intera struttura era o leggermente seminterrata o circondata da  terrapieni per offrire riparo dal vento.  Alle pareti erano appese le armi e degli arazzi su cui erano rappresentate le imprese dei guerrieri famosi. Il pavimento di terra era ricoperto di canne e erba.
La casa non aveva praticamente mobili. Su un lato, al centro stava una sedia speciale dove poteva accomodarsi solo il capofamiglia. Gli altri si sedevano su semplici panche o su ripiani in legno, spesso coperti di pelliccia. Spesso anche gli animali (domestici e non) venivano ospitati al suo interno anche perché contribuivano a mantenere caldo l'ambiente.
Come si evince da questa descrizione gli inverni erano immensamente lunghi e puzzolenti... dopo vari mesi chiusi in casa a respirare fumo e scorregge, al buio… con l’arrivo della primavera il  guerriero vichingo era finalmente libero di uscire all’aria aperta, ma era anche terribilmente incazzato e con qualcuno doveva pur sfogarsi, no?"


mercoledì 24 dicembre 2014

Una parla al giorno: NATALE

Sono ventisei anni 2 mesi e 15 giorni che gli do la caccia e, finalmente, l’ho trovato.
Quando ormai non ci speravo più, quando credevo che non ce l’avrei mai fatta e stavo per rinunciare, un tipo, in un bar di Città del Messico, mi ha dato la dritta giusta ed ora, 36 ore dopo, eccomi qui che cammino lungo la spiaggia verso un  vecchio bar dalla tettoia in legno marcito che puzza di salsedine.
E lui è lì.
Mi guarda da lontano e sorride. Il sorriso stanco di chi è consapevole che è stato beccato. Il sorriso rassegnato di chi non ha più la forza di scappare e si lascerà prendere perché, in fondo, lo sapeva che prima o poi questo momento sarebbe arrivato.
Anch’io gli sorrido, e il mio sorriso è altrettanto stanco e rassegnato perché, anche se gli ho dato la caccia per tanto tempo, forse, dentro di me, speravo che questo momento e questo confronto non sarebbero mai arrivati.
Mi avvicino e lo osservo con maggior attenzione. Mi basta guardarlo negli occhi per capire che è proprio lui. Certo,  è dimagrito moltissimo dall’ultima volta che l’ho visto… e il volto è sfatto, consumato. Ha tagliato la barba e si è tinto i capelli, ma è lui, che il diavolo se lo porti! E’ proprio lui!
-         E così mi hai trovato – dice mandando giù della tequila.
-         Già – gli faccio io sedendomi davanti a lui.
Lui mi serve in un bicchiere non troppo pulito. Io lo guardo, mando giù un sorso, poi lo guardo di nuovo.
-         Quindi? Che sei venuto a fare? –
A dire il vero non lo so neanch’io perché sono lì, dopo tutto questo tempo.
-         Volevo guardarti in faccia, immagino…  –
Annuisce solennemente, ma non dice niente e tiene lo sguardo basso, fisso sul sudicio bancone del bar, come se gli mancasse il coraggio di affrontarmi.
-         E volevo, sentire dalle tua labbra che cosa avresti detto per giustificarti… - continuo.
-         E sentiamo… perché dovrei giustificarmi? –
-         Andiamo! Sei andato via, all’improvviso, come un ladro! –
-         E allora? –
-   E allora noi avevamo bisogno di te… cazzo! E tu te ne sei andato come se niente fosse, senza una parola, senza… senza un motivo… - la voce mi si spezza per l’emozione.
Lui finisce la bottiglia con una smorfia di compiaciuto disgusto, poi sospira stancamente mentre ne apre una nuova.
-         Anche se avessi cercato di spiegare, tu non avresti capito… -
-         Che ne sai? –
-         Lo so e basta –.
-         Potevi provare… -
-         Hai ragione potevo, ma non ne ho avuto il coraggio – .
Sorrido scuotendo il capo. Lascio i soldi per la tequila e mi alzo per andarmene. È stato un errore. Tutta questa maledetta storia è stata solo uno sbaglio.
-         Se proprio lo vuoi sapere, è stato per colpa di quelle lettere… - dice lui fermandomi dopo pochi passi. – Lettere a cui non sapevo cosa rispondere –.
-         Che vuol dire? Non c’era niente da rispondere… bastava solo esserci, no? –
-         Tu non capisci. Erano così, piene… di speranza in un mondo che non esiste… erano le lettere di chi crede ancora nelle favole! –
Quest’ultima parola la pronuncia quasi come se fosse una parolaccia.
-         Perché che male c’è nel credere alle favole? – gli chiedo.
-  Non c’è niente di male… ma io non sopportavo più di assecondare questa menzogna –.
-         Ma di quale menzogna parli? Tu esisti davvero… o almeno esistevi, prima di andartene via… -
-         Quelle maledette fottutissime lettere del cazzo! Tu non le hai lette! – continua come se non mi avesse quasi ascoltato - Babbo Natale, quest’anno sono stato buono e vorrei tanto un trenino elettrico… Babbo Natale mi piacerebbe moltissimo ricevere la nuova bambola che fa la pipì… Babbo Natale qui, Babbo Natale lì… ognuno con un’aspettativa diversa. Tutti a chiedermi qualcosa, e finché si trattava di regali, tanto quanto, potevo anche continuare a fare quello che ho sempre fatto… ma quando ti arriva la lettere di un bambino che chiede un lavoro per il padre, o uno che vorrebbe che facessi finire per sempre la guerra nel Darfur, o che trasformassi le mine antiuomo in fiorellini… trasformare le mine in fiori?! Ma ti rendi conto?! –
Lo guardo interdetto.
-         Io… non ce la facevo più a farmi carico di tutte quelle aspettative… e per di più da solo, perché nessuno di voi, mai, ha cercato di darmi una mano a far sì che questa cosa che chiamiamo Natale acquistasse un… senso… –
-         Nessuno ha mai preteso che tu cambiassi il mondo… bastava che rendessi un po’ speciale un solo giorno dell’anno. Solo questo… -
-         E a che serve fare finta che il Natale sia davvero un giorno magico quando il giorno dopo, tutto tornerà come prima? E poi… magico un cazzo! La gente continua a morire di fame anche a Natale, cosa credi? E non c’è niente che nessuno possa fare, nemmeno Babbo Natale! –
-         Ed hai preferito scappare! –
-         Ho preferito scappare, sì… -
-         Lasciandoci senza il Natale… -
Fa un gesto con la mano, che non vuol dire niente e vuol dire tutto.
-         Cazzo vuoi che ti dica… - farfuglia – forse il Natale non è mai esistito –
-         Forse sì, - ammetto, - ma era bello crederci… -
Poi me ne vado, lasciandolo lì, a bere e autocommiserarsi rimpiangendo il passato e ciò che avrebbe potuto essere. L’orologio segna la mezzanotte e solo adesso, guardando il datario, mi rendo conto che è proprio il 24 dicembre, ci sarebbe da ridere, ma non riesco a trovarlo divertente…
-         A proposito – gli faccio – Buon Natale –.
Lui mi guarda, beve e non dice niente… fottuto Babbo Natale del cazzo!

domenica 21 dicembre 2014

Una parola al giorno: COMUNICAZIONE

Questi ragazzi di oggi non parlano più tra di loro. Stanno lì a digitare messaggi sui loro smartphone, ma non si parlano. 
La verità è che il progresso ha ucciso il piacere di comunicare...
Ma cazzo, invece di stare lì a far lavorare nel modo sbagliato i vostri pollici opponibili, sollevate il telefono e par-la-te!

Per esempio fammi vedere che stai digitando:
"nn e possibile k non ti piace justin lui e strafigo io ciò tt i suoi dischi ce lo anche tatuato addosso. Quindi nn esiste, doma vieni con me al concerto, cpt?"


Ok...
Forse il progresso ha ucciso anche il piacere di scrivere...