mercoledì 4 gennaio 2012

Le Facce della Crisi

Girando per la città, nei giorni immediatamente precedenti al Natale e in questi che precedono la befana, ho notato che il flusso compatto di varia umanità è rimasto più o meno invariato rispetto agli anni precedenti. Si tratta sempre e comunque di un numero tale di persone da rendere i marciapiedi zona disagevole e, a tratti, addirittura impervia, stimolando nell'uomo della strada la creatività e la produzione di forme evolute di imprecazioni composte dalla sapiente combinazione di 3, 4 e a volte anche 5 parolacce concatenate.
Ciò sembrerebbe confermare la tesi del nostro illustrissimo ex premier, quando sostiene che la crisi non esiste: una tale massa compatta di persone in cerca di regali deve necessariamente avere soldi da spendere.
Tuttavia, guardando con una certa attenzione le facce di codesta massa, a prima vista indistinta ma, purtuttavia, composta invece da tante singolarità congiunte, si può notare che sì, effettivamente, un 5% di loro sorride beatamente e anche, se vogliamo, con una certa superiorità che fa girare un po' i coglioni, come a voler dire, “sì è natale e me lo posso permettere alla faccia vostra”, ma il restante 95%, vaga con passo strascicato in modalità “pilota automatico” e, soprattutto, ha un'espressione tra lo stupito e lo stordito, come se la manovra finanziaria fosse piombata loro tra capo e collo, lasciandoli ancora semi inconsapevoli, ma non per questo meno doloranti.
In quello sguardo vitreo e ancora parzialmente incredulo c'è tutto il dramma di questo natale di crisi, preludio a questa primavera di crisi, preludio a questa estate di crisi. Entrando, attraverso quegli sguardi, alla prima soglia di pensiero che alberga immediatamente oltre il nervo ottico, possiamo apprezzare un rudimentale esempio di multitasking umano in cui, 5% dell'attenzione è profuso nel mantenimento delle basilari attività motorie, 10% si occupa dello studio comparato delle vetrine, 25% cerca di calcolare prezzi, sconti e quant'altro in base al budget disponibile, 30% cerca di fare proiezioni di bilancio al 10 aprile cercando di ipotizzare per quanto tempo si possa andare avanti a pane e acqua, mentre il rimanente 30% immagina di dar fuoco al parlamento.
Le facce della crisi, sono un po' anche la mia faccia... e penso che me le ricorderò per un bel po'.
Ah buon anno a tutti!

Precisione

Il cazzo NON è uno strumento di precisione...
e questo vale per tutte le sue possibili applicazioni.

mercoledì 14 dicembre 2011

Immortals


Gli americani, si sa, sono una nazione relativamente giovane. Non hanno un passato degno di tale nome e questo gli ha sempre causato una specie di sottile senso di inferiorità che, poiché non amano considerarsi inferiori a qualcuno, si concretizza in una specie di schizofrenia aggressiva. Sarà forse alla base di questo rapporto confuso e contraddittorio col passato che, negli ultimi tempi, i film di ambientazione mitologica, classica, greco-romana o giù di lì gli vengono veramente una chiavica. Troy faceva cacare anche gli stitici (se mi si consente il francesismo), Alexander era raccapricciante con un improbabile quanto grottesco Colin Farrell biondo (biondo!?!? ma come si può? Secondo me questa cosa gli ha stroncato la carriera) e un Oliver Stone che sembrava più interessato alla bisessualità di Alessandro Magno che a tutto il resto. 300 era anche lui una porcheria, ma, se non altro, era fedele al fumetto. Però sono dell'opinione che la storia delle Termopili sia così profondamente drammatica ed epica da non aver bisogno di tutto l'ambaradan di Miller che ha finito per trasformare il film in un banale racconto supereroistico. E, lo so qualcuno ci resterà male, ma anche il Gladiatore era una notevole minchiata, girato bene quanto si vuole, ma con dei buchi di sceneggiatura grandi come il colosseo.
Tuttavia questo “Immortals” è probabilmente il peggio del peggio: un film senza né capo né coda, con un protagonista scialbo dalle motivazioni confuse, uno zeus altrettanto confuso senza motivazioni, e una regia che non aggiunge e non toglie nulla.
La trama? Perché farci del male?
Vabbè, comunque è presto detto: Iperione s'è incazzato come una iena con gli dei per la morte dei propri cari. Divorato dalla sete di vendetta ha radunato un esercito immenso e dà la caccia all'arco di Epiro con cui libererà i Titani dalla loro prigionia. Gli dei lo sanno, ma non intervengono direttamente nelle faccende umane perché... perché... perché?! Non so perché! Ah già perché, come dice Zeus, se loro (gli dei) non hanno fiducia negli uomini, come possono gli uomini avere fiducia negli dei?
Forse se gli dei muovessero il culo, evitando a Iperione di massacrare tutti i poveri elleni che finiscono sulla sua strada, i greci finirebbero per avere tanta, tanta, tanta fiducia in loro... ma poi il film finirebbe nel giro di dieci minuti (e magari!)...
Indi per cui, niente, gli dei stanno a guardare e il villaggio di Teseo, che è il prescelto di Zeus, viene massacrato dai cattivoni e la madre del nostro eroe viene sgozzata dal perfidissimo Iperione, che in questo film sembra essere l'unico a sapere esattamente cosa vuole.
Teseo s'incazza ma al momento questa sua rabbia non si concretizza in niente di che. Anzi, starebbero per sgozzarlo come un agnellino ma Iperione gli risparmia la vita ritenendo che un babbasone di quella taglia possa dare il meglio di sè lavorando nelle miniere di sale. Inutile dire che Teseo in quelle miniere non arriverà mai. Alla prima occasione il nostro prode fugge eroicamente, salva una sacerdotessa vergine dalla prigionia, successivamente la salva anche dalla verginità, trova l'arco, poi lo perde. Mazzate per tutto il film ma un po' a cazzo cane. Gli dei continuano a non far nulla e quell'unica volta che provano a salvare Teseo, Zeus fa quasi una strage.
Quando il pubblico sta cominciando ad assopirsi Teseo raggiunge finalmente le mura del tartaro dove si terrà lo scontro finale.
Approfittando del caos della battaglia Iperione continua a fare un po' quel che gli pare e, dulcis in fundo, libera i Titani. Solo a questo punto Zeus e i suoi scendono in campo giusto in tempo per farsi riempire di botte da un'orda di titani con la bava alla bocca.
Alla fine, rimasto solo, prima di soccombere, Zeus fa franare l'intera montagna su di sé e sui suoi nemici, salvo squagliarsela verso l'Olimpo all'ultimo istante con un volo tipo superman fregando tutti.
Intanto Teseo, che di fatto fino a questo momento non ha combinato un beneamato cazzo, ed anzi, ha agevolato Iperione permettendogli di impossessarsi dell'arco, si sfascia di botte contro il suddetto, lo uccide ma ci lascia le penne anche lui.
Sulla base di questo enorme contributo, gli dei lo premiano con una gloriosa discendenza...
Che altro dire?
Una cosa ci sarebbe, effettivamente. Date le premesse ed i precedenti era lecito aspettarsi una cacata di queste proporzioni, quindi potreste giustamente chiedermi perché abbia deciso di vederlo.
La risposta è una sola: perché sono un idiota.

domenica 20 novembre 2011

Migrazioni



In principio era Splinder e, se proprio devo essere sincero, non è che mi ci trovassi proprio tanto male qui, almeno per quel che vale il mio “non trovarsi male”...
Perché dovete capire una cosa: io non potrei vivere senza computer e internet, però obiettivamente non ci capisco una mazza. Il mio è un approccio davvero primitivo, apro, scrivo, pubblico, edito, ripubblico, riedito, ripubblico... etc etc.
Il più delle volte non sono realmente consapevole di ciò che sto facendo (ma, del resto, chi lo è veramente?).
Sono un'entità primordiale in lotta simbiontica con una tecnologia che va al di là della sua comprensione, ma di cui è inevitabilmente parte. E anche se questo non è un bene, è un dato di fatto.
In questo Splider ed io avevamo trovato un giusto equilibrio. Lui non pretenedva troppo da me e mi faceva pubblicare quel che dovevo pubblicare in modo rapido ed indolore. Quindi, fosse dipeso da me, io sarei restato, se non altro per pigrizia... e perché sono un animale abitudinario. Sarei rimasto perché partire è un po' morire e per morire c'è sempre tempo... ma, col fatto che forse chiude, forse no, non si sa, ma meglio prevenire che curare e via discorrendo, ho dato il via a questa migrazione nonostante avessi svariatissimi altri cazzi per la testa (mi si perdoni il francesismo).
La migrazione è anche lei un fatto primordiale. La prima regola di sopravvivenza di ogni specie vivente: nel momento in cui mutano le condizioni ambientali (in peggio ovviamente, magari mutassero in meglio almeno una volta) si fanno i bagagli e si va da un'altra parte.
Ora, se io fossi un uccello, tutto sarebbe più semplice. Le migrazioni degli uccelli sono spostamenti che gli animali compiono in modo regolare, periodico, lungo rotte ben precise, ma che, poi, sono sempre seguiti da un ritorno alle zone di partenza.
Nel mio caso la rotta è sconosciuta e dubito sia previsto un ritorno, il che rende tutto molto più precario e faticoso.
Quindi, giusto per concludere questo strano post, il succo di tutta la faccenda è che, al momento, mi girano i coglioni.
Forse tra qualche giorno me ne farò una ragione e vedrò il lato positivo dell'intera faccenda, ma per ora no. Per ora mi sto muovendo come un elefante in un negozio di “template” di porcellana, codici html particolarmente stronzi e NON SO COSA STO FACENDO.

Se mi vedete con un'aria strana tirate dritto, non mi salutate e evitate di guardarmi negli occhi.
Tra qualche giorno sarà tutto passato... forse. O forse no.
Cazzo.

Ad ogni modo adesso sono qui... se son rose fioriranno.

mercoledì 11 maggio 2011

Una parola al giorno (o quasi): GIUSTIZIA

LA BALLATA DI TONINO ESPOSITO


Tonino era un uomo semplice. Normale, mediocre… come tanti altri insomma.
A guardarlo di sfuggita, mentre camminava in mezzo alla gente, non si sarebbe detto che avesse nulla di caratteristico, nulla degno di nota… a guardarlo di sfuggita.
Ma concedendogli anche solo una seconda occhiata, un minimo più attenta della prima, si capiva subito che quell’uomo aveva qualcosa di speciale: infatti Tonino aveva un piano.
Ma andiamo per ordine.
Tonino Esposito era nato il 14 giugno del 1971 a Napoli, quindi, come i più astuti avranno certamente intuito, nel 2011 (l'anno in cui si svolge la nostra storia) stava per compiere 40 anni.
Questo traguardo non mancava di suscitare in lui una certa inquietudine, soprattutto ricordando il giorno in cui suo padre aveva compiuto gli stessi 40 anni, ed aveva riempito di botte la moglie (nonché madre di Tonino) spiegando poi alla polizia che non aveva potuto farne a meno… era il suo compleanno, aveva 40 anni! Si rendevano conto?! 40 anni e non aveva combinato un cazzo nella sua vita! I carabinieri gli avevano giustamente chiesto cosa c’entrasse questo con l’aggressione ai danni della moglie ed il padre di Tonino aveva candidamente risposto che non c’entrava niente, ma con qualcuno doveva pur sfogarsi, no?
Come dargli torto?
Forse era anche per questo che Tonino non si era mai sposato.
Tuttavia pur senza moglie, qualcosa in comune a suo padre Tonino l’aveva: anche lui non aveva combinato un cazzo. E questo era… spiacevole.
Fu così che un giorno non meglio precisato del mese di maggio del 2011, Tonino formulò un piano… e decise di realizzarlo. E, sempre per questo, un altro giorno non meglio precisato di quello stesso maggio, Tonino si recò a casa di Massimo Scardonazzo, noto ai più con il soprannome di O’Palissandro.
Massimo si era guadagnato quel soprannome in circostanze che risultano ancora poco chiare, ma ai fini del nostro racconto tutto ciò è poco importante. Quello che conta è che qualche anno prima, alla Sagra del Peperone ‘mbuttunato di Chiaiano, il padre di Tonino (da poco uscito di prigione) e quello di Massimo (che ci sarebbe finito di lì a poco), avevano litigato per il possesso di una gigantesca soppressata messa in palio da un salumificio di Pianura. Ne era nata una disputa alquanto accesa che si era conclusa solo qualche ora più tardi, al pronto soccorso del Cardarelli di Napoli, con 16 feriti, 2 contusi lievi e 3 fermi di polizia. Nel caos che era seguito all’evento si erano drammaticamente perse le tracce della soppressata che anche successivamente non era stata mai più rinvenuta nonostante le accanite ricerche dei dipendenti del salumificio.
Ma questa è un’altra storia di cui, semmai, parleremo un’altra volta.
Ai fini del nostro racconto, ciò che conta è che in quella circostanza Tonino fece la conoscenza di Massimiliano O’Palissandro, scoprendo, tra le altre cose, che detto Massimiliano era l’orgoglioso proprietario di un crick non sempre usato per lo scopo per cui i crick sono stati notoriamente progettati. E che il suddetto crick veniva custodito all’interno di un autocarro (usato) con rimorchio (usato anche lui).
Quando, quel giorno imprecisato di maggio, Tonino si reco da O’Palissandro, tutti pensarono che la sua visita fosse legata proprio al crick e all’uso improprio che ne era stato fatto alla Sagra del Peperone. Ma non era così: a Tonino non interessava il crick, a Tonino interessava l’autocarro.
Come è facile intuire O’Palissandro non aveva motivi di simpatia nei confronti di Tonino ed anzi, non sarebbe sbagliato affermare che Tonino gli stava proprio sui coglioni e l’avrebbe volentieri gonfiato come una zampogna.
Era lecito aspettarsi che la situazione sarebbe degenerata in una rissa furibonda, ma non andò così.
Non ci è dato di sapere cosa si siano detti i due in quell’intenso incontro di pochi minuti. Fatto sta che poco dopo il loro incontro, Tonino fu visto allontanarsi vivo, vegeto e sorridente: alla guida dell’autocarro di O’Palissadro.
Il punto, vedete, è che Tonino aveva un piano. Un piano ardito, un piano folle… ma anche glorioso, e per quanto rancore potesse avere O’ Palissandro nei confronti del suo rivale, quel piano era di una bellezza così sublime che mai e poi mai si sarebbe perdonato se non vi avesse partecipato, sia pure solo attraverso il proprio autocarro.
Ma ritorniamo al protagonista della nostra storia.
Tonino, dicevamo, aveva un piano.
Ma non solo.
Tonino adesso aveva anche un autocarro con rimorchio della portata massima di 25 tonnellate di carico.
Se c’era qualcosa che Tonino non aveva, a dirla tutta, era la patente. Forse è anche per questo che lungo la strada il nostro eroe si lasciò dietro una distesa di automobili frantumate. Ma le imprese gloriose ed ardite hanno un prezzo da pagare, e non è sempre detto che quel prezzo lo debba pagare chi partecipa all’impresa.
Tonino aveva un piano dunque, l’abbiamo già detto.
Ed aveva un autocarro.
Non aveva la patente… ma aveva una lista. Una lista di nomi.
Ed è qui che arriviamo al piano di cui si è detto.
Il primo nome della lista era l’ingegner Alfonso Maria Bernascordi, della Chimical Stocazzi Veneta.  In carica dal 1997 al 2002 e responsabile dello smaltimento illegale di 3000 tonnellate di rifiuti tossici in Campania. Il secondo nome era il Dott. Artemiso Altobrandi della Spugnarozza Srl, responsabile dello smaltimento di 2000 tonnellate di fanghi conciari (sempre in Campania ovviamente). Il terzo nome era il Dott. Manlio Allumpani,  amministratore delegato del Gruppo Bresciano Solventi e Solventi Spa, responsabile per altre 4000 tonnellate di rifiuti tossici.


La lista era, ovviamente, incompleta.
Ma era un buon punto di partenza.
E poi c’era il piano, non dimentichiamocelo.
Fu così che durante la notte, l’eroico Tonino, con l’aiuto di pochi altrettanto eroici volontari, caricò tutta la monnezza più nauseabonda che fu in grado di reperire per le strade di Napoli e provincia. Non fu molto difficile… reperirla, s’intende. Caricarla no, invece, fu una smazzata incredibile: ma non si può avere tutto dalla vita e poi… ne valeva la pena.
Tonino caricò, dunque. E poi viaggiò, fino alla regal dimora dell’ingegner Bernascordi, al quale fece omaggio di 5 tonnellate fresche fresche di spazzatura fermentata doc. Fu poi la volta dell’Altobrandi, che aveva una ridente villa sulle colline toscane, con tanto di piscina… a cui Tonino aggiunse approssimativamente 4 tonnellate di pattume assortito. E, infine, fu il turno dell’Allumpani, a cui Tonino elargì generosamente tutto il resto del carico, che finì in parte anche sulla lamborgini e le altre 3 fuoriserie parcheggiate orgogliosamente nel viale.
E mentre Tonino faceva nuovamente rotta verso Napoli, partivano le denunce, ed il passaparola rimbalzava di qua e di là. E il terrore si insinuava nei cuori e nelle menti di chi, a vario titolo, aveva avuto responsabilità nello sversamento selvaggio di rifiuti in Campania.
Alcuni si licenziarono su due piedi e partirono per l’Uzbekistan.
Altri cambiarono nome.
Altri si convertirono e presero i voti (non quelli elettorali, quelli, molti di loro, li avevano presi in precedenza).
Tonino, al suo ritorno, fu accolto da una folla festante e da alcuni rappresentati della legge che, pur con una certa riluttanza, furono costretti a trarlo in arresto.
Tuttavia, lungo il tragitto che portava al commissariato, si persero stranamente le tracce del reo ed ancora oggi si ignora che fine abbia fatto.
Alcuni dicono che viva alle Bahamas accudito e venerato da un gruppo di ragazze avvenenti.
Altri dicono che sia morto eroicamente tentando di portare un ultimo carico ad Arcore.
Ma i più ritengono che sia ritornato a vivere nella sua casetta, proprio lì, a pochi metri dalla discarica di Chiaiano. Ma che, adesso, chissà per quale motivo, non senta più la puzza. O meglio, pare che quella puzza non gli risulti più così intollerabile come avveniva fino a qualche giorno prima.
Ma non è questo il punto.
Il punto è che Tonino aveva un piano e lo ha realizzato, dimostrando a tutti cosa può fare un uomo determinato.
Il giorno dopo, Cosimo Bufarella, orgoglioso proprietario di un Ape Piaggio usato, caricò tutta la spazzatura presente all’angolo tra Via Medina e Piazza Municipio, e partì alla volta della padania nord occidentale. Due giorni dopo, Assuntina Cecere, caricò la station Wagon del marito (che tra l’altro la tradiva con la shampista del coiffeur di fronte) e partì per il Veneto seguita di lì a poco da Gennaro Mazzarella su un SUV rubato. E… come se si fossero messe d’accordo, nei giorni che seguirono, centinaia di persone comuni, galvanizzate dall’esempio di Tonino, partirono verso il nord Italia, ognuna col proprio carico, formando un’orda inarrestabile, al grido di “Per Tonino, e per noi! State attenti, che stiamo arrivando!”
Quindi il punto, se proprio vogliamo trovarne uno, è questo:

State attenti… stanno arrivando.

venerdì 26 febbraio 2010

Quei meravigliosi anni '60

che poi... una cosa la devo dire.
Lo so che l'età media degli italiani tende verso l'alto: siamo un popolo proteso verso l'invecchiamento e, sì sa, quando l'età avanza si tende a vivere nel passato.
La vita era più bella.
La televisione era più bella.
Il cinema era più bello.
Gli uomini erano più affascinanet e le donne di gran classe.
Non c'era l'aids e non c'erano i cellulari.
Tutti erano felici e se non credete a me, basta guardare Happy Days (o Raccontami) per avere conferma dell'inconfutabile esattezza di questa affermazione.
Perfino Sanremo era più bello! Il che è tutto dire.

Tuttavia, pur consapevole di ciò, non posso fare a meno di dire che a me gli anni '60 hanno definitivamente, inevitabilmente ed intollerabilmente rotto il cazzo!

domenica 11 gennaio 2009

BUON ANNO!

NOTA BENE: fatti e riferimenti a persone realmente esistenti non sono del tutto casuali, ma sono sicuramente romanzati e rielaborati secondo l'ispirazione del momento e l'uso  smodato di alcolici...



Ci ho messo 5 ore per scegliere il vestito.
Prima ero troppo sexy, sembrava volessi riconquistarlo, poi ero troppo casual, sembrava mi fossi lasciata andare fino a perdere gli ultimi rimasugli di femminilità. Ho provato varie formule, per così dire, intermedie e facevo schifo perché non ero né carne né pesce... alla fine ho recuperato il vestitino iniziale anche perché, cazzo, è pur sempre un veglione di capodanno; ma ho sostituito le calze e le scarpe da escort di lusso con qualcosa di più sobrio e, pur se con un minimo di rimpianto, ho rinunciato al push up, che faceva sempre la sua porca figura.
Trucco... poco e sapiente, più per occultare le magagne che per evidenziare qualcosa. Non che ci sia tanto da evidenziare poi... anche se, devo dire, i miei occhi sono pur sempre di un verde stupendo.
Mi guardo allo specchio e vorrei rifare tutto daccapo, ma ormai è tardi: non mi va di arrivare per ultima, qualcuno potrebbe pensare che voglio mettermi in mostra.
Comunque sono già completamente spossata e non sono ancora neanche uscita di casa. Perché ci vado? Mi chiedo poi. E non sono l'unica a chiederselo... me l'ha chiesto anche mia madre. Non ho saputo cosa dirle, ovviamente, quindi mi sono limitata a scappare nell'altra stanza farfugliando “devo andare e basta!”
Che poi è la verità. Devo andare e basta... è una questione di principio... e di solitudine.
Cioè... io avevo cinque semplicissimi punti fermi nella mia vita: Giovanni, il mio ragazzo. E i fantastici quattro: Clelia, Alberto, Leo e Angela, i miei amici storici, quelli con cui ho condiviso 5 anni di forum (lo so, lo so non dite niente è terribile ma è così, gli amici li ho raccattati in un forum) e di vita e di parole e di fissazioni, di concerti, di libri... i miei amici insomma. Quelli di cui, tanto per essere precisi, Giovanni era anche un po' geloso, e che considerava mezzi sfigati (sempre per la faccenda del forum è ovvio)... uso il passato perché poi, quando mi ha lasciato non è stato più geloso ed i miei amici hanno smesso di essere sfigati e sono diventati anche i suoi amici.
Mai capito perché.
Voglio dire, lui ce li aveva i suoi amici, no? Ed anche tanti, mica come me che sono sociopatica e ne ho solo 4. Lui ne aveva dozzine di amici quindi, mi chiedo, che bisogno aveva di prendersi anche i miei? Pura ingordigia? Boh?
E comunque, all'inizio, visto che sono poetica e cretina, mi sono detta che non era necessariamente una cosa brutta, anzi... che Giovanni, in pratica, pur scegliendo di lasciarmi, aveva voluto mantenere un legame intatto tra me e lui, attraverso gli amici comuni, che era un suo modo per dirmi che anche se non mi amava più, non voleva perdermi per sempre. Un gesto di dolce sensibilità, in pratica. Sì... sensibilità 'sticazzi!
Nella sostanza, questo non perdersi si è concretizzato in Giovanni che ha cominciato a comparire ai vari compleanni e alle uscite di gruppo con i miei amici con una frequenza allarmante. Sempre lì, puntualissimo, mai che dovesse mancare una volta, eh?! Con quella sua aria finta imbarazzata di chi c'è quasi per caso, e che, sempre guarda caso, non è solo... perché Giovanni, chi l'avrebbe detto, ha trovato quasi subito la sua vera anima gemella, mentre io sono ancora sola.
Però, come dice giustamente Clelia, sono pure io che mi ci fisso su queste cose. E che diamine! La vita continua, va avanti, si cresce, ci si evolve, mica posso stare sempre lì a rimuginare sul fatto che per tutti i 7 anni in cui siamo stati insieme, Giovanni ha sempre detto di non sentirsi pronto per “le cose serie” e che una convivenza non era assolutamente proponibile... ma due mesi dopo avermi lasciato è andato per l'appunto a convivere con quella grandissima troia della sua nuova ragazza che, per carità, non mi ha fatto niente, ma la odio lo stesso con tutte le mie forze non fosse altro per il fatto che si chiama Sabrina, proprio come la protagonista del mio film preferito e che quindi mi ha tolto anche il piacere di rivedermelo da sola sul divano perché, ogni volta che sento nominare quel nome, mi si torce lo stomaco.
E poi, dice sempre Clelia, sono anche passati quasi due anni ormai. Basta vivere nel passato.
Ecco perchè devo andarci, a questo dannato capodanno.
Perchè ho finalmente voltato pagina e posso festeggiare l'hanno nuovo serenamente, anche se ci sono Giovanni e Sabrina. E anche perché l'unico invito per capodanno me l'ha fatto Clelia, bontà sua.
Dopo aver invitato Giovanni e Sabrina s'intende...
Me la ricordo la telefonata, è andata più o meno così: ciao Fiorella sono Clelia... come stai, bla bla, sì anche io e poi bla bla... sì per capodanno stavamo organizzando da me, bla bla bla, ma naturalmente tu sei dei nostri, no?
Ed io: ma certo che sono dei vostri, bla bla, è una tradizione ormai... come fareste senza il mio zampone con lenticchie, bla bla...
E Clelia assume quel tono particolare, quello venato dell'imbarazzo tipico di quelle persone che stanno per darti una tranvata. Una specie di preallarme, in modo che tu lo sappia che sta per arrivarti qualcosa di spiacevole addosso prima ancora che le parole formino il concetto temuto. E mi fa: ah! A proposito... mica è un problema se viene anche Giovanni vero? Perché gliel'abbiamo già detto.
Ed io pronta: no ma che problema c'è? Ed intanto mi domando che me lo si chiede a fare, adesso. Se c'era il dubbio che potesse crearmi problemi, perché non chiedermelo prima? Se sono la tua amichetta del cuore, scusa, prima inviti me, mi chiedi se è tutto ok, e poi lo dici a lui! Non così, al contrario, perché suona tanto come un se ti rode chissenefotte, stai a casa perché a noi interessa più che venga Giovanni, anche se ha ricevuto inviti al altri 15 veglioni...
Ma forse sono io che sono fatta male e che penso in modo contorto. Anzi sarà sicuramente così.
E così eccomi pronta, carica delle migliori intenzioni per far sì che sia una serata divertente e, soprattutto, priva di tensioni e vecchi rancori che possano venire a galla ed inquinare il cenone.


Il primo momento di vero panico arriva nell'ascensore.
Sono lì con un enorme vassoio di cotechino e lenticchie che oscilla pericolosamente (anche perché sui tacchi non ci so camminare) ed armeggio goffamente con la porta e col pulsante del piano, rischiando di far finire tutto a terra. Lo vedo, ovviamente, come un presagio. Ma me ne frego perchè ho attraversato mezza città da sola per esserci. Gli altri anni s'era sempre offerto qualcuno di venire a prendermi, quest'anno stranamente erano tutti incasinati... che sia un altro presagio, o solo l'accenno di un sommesso disinteresse, chissà?
Ma ora sono qui. Ho preso anche la metro vincendo ogni remora claustrofobica, visto? Sto superando le mie paure, posso superare anche Giovanni e la sua fidanzata! Posso iniziare il nuovo anno liberandomi delle vecchie zavorre e spiccare il volo verso un 2009 da sogno... sì sì, ne sono sicura e quindi, pigio il pulsante del piano col gomito.
Ormai non si torna indietro.


Per i primi venti minuti della serata, riesco davvero a crederci che sarà così. Mi sento quasi leggera. Ad un certo punto mi convinco addirittura che i miei quattro amici del cuore siano esattamente gli stessi di qualche anno fa, e che sia stata io, sprofondata nella mia crisi di autocommiserazione rosicatoria, ad aver voluto ostinatamente vedere i segnali del loro disinteresse in una serie di inezie che avevano, nella realtà, tutt'altre giustificazioni.
Quasi quasi sarei tentata di rimproverarmi da sola per avere permesso alle mie paranoie di rovinare il bel rapporto che avevo con loro. Ed intanto bevo distrattamente del vino rosso, anche per darmi un tono, visto che non mi parla nessuno.
Poi arriva Giovanni e comincio a pensare che, alla fin fine, venire lì non sia stata poi questa grande idea.
Perché, quando ce l'ho vicino, mi viene spontaneo di toccarlo, capite?
Non che sia questa bellezza irresistibile, intendiamoci. Giovanni è un tipo passabile, tutto lì.
Ma è stato il mio tipo passabile per sette anni! Era il mio Giovanni, quello che sfioravo con la mano, e col quale scambiavo occhiate complici quando arrivava uno vestito come il tipo che adesso sta armeggiando con lo stereo, che sembra uscito da Miami Vice con con quella giacca rosa inguardabile. Per non parlare delle basette, ma chi gliel'ha progettate un architetto ubriaco o un geometra pentito? Ecco, uno così è il classico tipo da mezzo sorriso ammiccante e sguardo complice scambiato di sottecchi con Giovanni, che non sarà bellissimo, ma ha sempre saputo vestirsi con gusto. E non c'era neanche bisogno di parlare su queste cose, ci capivamo al volo, quando ancora potevo ammiccare guardandolo negli occhi...
Adesso non posso più, e mi bevo un altro bicchiere di vino, porca zozza!
Ogni tanto mi sembra che Alberto guardi verso di me con aria preoccupata e non mi è ben chiaro se la sua preoccupazione sia per quanto sto bevendo o per la presenza di Giovanni... vorrei chiederglielo, ma ho come l'impressione che la prenderebbe come una domanda provocatoria. Alberto nell'ultimo periodo è diventato molto sensibile e quasi tutto quel che faccio o dico lo prende come provocatorio, altrimenti non mi avrebbe rinfacciato di essermi chiusa e di aver respinto la sua amicizia...
Insomma. Stavo male, ero sola e non volevo attaccare il pippone della sfigata abbandonata... o meglio, volevo disperatamente attaccare il pippone della sfigata abbandonata, ma aspettavo almeno un minimo segnale da parte sua prima di iniziare, Chessò, qualcosa di banalissimo tipo una telefonata per chiedermi: come stai?
A quel punto, hai voglia... l'avrei sommerso di chiacchiere piagnucolose per almeno un paio di mesi. Ma visto che lui quella telefonata non me l'ha mai fatta, mi sono tenuta dentro tutto quel mare agitato di malessere nauseante senza rendermi conto che stavo mancando di sensibilità nei suoi confronti... e lui giustamente s'è offeso, eccheccazzo, lo capisco, poverino.
Vabbè dai, ma la serata poteva andare anche peggio. Sto reggendo bene la botta, mi sembra. Così dimostro anche ad Angela che i suoi timori erano infondati quando ha buttato giù casualmente quel: “che poi se non te la dovessi sentire di passare il capodanno con noi, ci può stare... nessuno ti rimproverebbe per questo...”. Carina a preoccuparsi così tanto per me, l'ho sempre detto che è la più sensibile del gruppo. Ma no, ce la faccio benissimo, vedi? Mi sto divertendo alla grande mentre conto le mattonelle che vanno dalla finestra al muro di fronte.
Poi, lo stronzo con la giacca rosa, perchè può essere solo uno stronzo, è evidente, mette “Ma quanto tempo e ancora” di Biagio Antonacci. Io mi volto a guardarlo come se mi avesse schiaffeggiato, lui sorride come un ebete perché tanto non ha capito un cazzo, ed annuisce soddisfatto della scelta musicale, ignorando il fatto che avrei voglia di fargli ingoiare lo stereo con tutte le casse.
Giovanni si sta servendo al tavolo del buffet ed, inevitabilmente, incrociamo gli sguardi.
A questo punto devo parlargli per forza, mi pare logico.
Mica posso fare la parte di quella che c'ha ancora delle cose in sospeso... dei sentimenti insoluti!
Io sto bene, è bene che sia chiaro a tutti.
Così barcollo verso di lui.
Ciao... dico stando attentissima all'intonazione, che in questi casi è tutto.
Ciao risponde lui con un'intonazione del cazzo.
Bella serata no? Faccio io cercando di non guardarlo troppo.
Già, fa lui bevendo l'aranciata sul cotechino, ma si può?!
E poiché lo sguardo lo sto facendo vagare, per non sembrare che voglio chissà che, lo sguardo si posa sulla sua mano e sulla fedina – un po' grossa per verità, cioè vuoi farti la fedina, va bene, ma un minimo di buon gusto, no? - che lui ha messo al dito.
Uh hai fatto la fedina, dico con sincera sorpresa, che bellina, eh... ma state davvero bene insieme, pensate di sposarvi prima o poi?
Lui barcolla. Mi fa anche spaventare un po' e penso “ 'cazzo avrò detto mai? Ho fatto una gaffe? Vuoi vedere che ho fatto una gaffe?! Mio dio ti prego, fa che non abbia fatto una gaffe!!!
Anche Clelia si sta avvicinando perché lei un po' ce l'ha quest'istinto, cioè, se ne accorge quando le cose stanno per andare davvero di merda.
Ed io intanto, prendo un piatto e comincio a metterci del cotechino con le lenticchie, tanto per fare qualcosa e non starmene lì con le mani in mano come un'idiota.
E finalmente, dopo mezzo secolo, Giovanni parla.
Meglio se stava zitto, però, perché dice qualcosa che suona più o meno come: no è che, cioè, non è una fedina quella...
A quel punto io, invece di lasciar cadere la conversazione ed andarmene, metto altre due fette di cotechino nel piatto e glielo chiedo, imbecille che non sono altro, invece di cucirmi la bocca, glielo chiedo, ebete rincoglionita, anche se lo so che non dovrei farlo, che dovrei tenere la boccaccia chiusa come una saracinesca saldata al pavimento, la apro invece per dire: ah! E che cos'è?!
Lui guarda ovunque. Dal soffitto al pavimento, dall'alpi alle piramidi e con tono molto basso questo devo concederglielo, sussurra che è una fede.
Io non parlo. Ma lui quel silenzio deve scambiarlo per il desiderio di approfondire perchè aggiunge che sì, è stata una cosa fatta un po' in sordina, seguendo un impulso, quindi non l'ha detto quasi a nessuno, neanche a Marcello.
Marcello è il suo migliore amico.
Caspita! Dico io. E dovrei andarmene, lo so! Non sto bene, questa cosa del matrimonio non me l'aspettavo e mi ha scombussolato, ma non sono sicurissima delle gambe, quindi resto ad aggiungere una mestolata di lenticchie ed a chiedere: e chi c'era?
Solo Clelia, Alberto, Leo ed Angela.
Lo guardo, proprio negli occhi questa volta: “Ma chi, i miei Clelia, Alberto, Leo ed Angela?
Lo dico con una certa enfasi in modo che si capisca che quel “miei” è molto possessivo, perché non ci siano fraintendimenti insomma.
Lui balbetta qualcosa del tipo, erano gli unici a cui si è sentito di dirlo... poi va via dando origine alla più drammatica ritirata dopo quella di Russia. Solo che lì Napoleone s'era giocato un impero, qui c'è roba molto meno importante in ballo.
Lui va, e Clelia mi si affianca con aria, come dire, preoccupata e colpevole.
No sai... dice, noi aspettavamo l'occasione giusta per dirtelo...
Che carini! Loro si preoccupavano per me, ecco perché sono andati al matrimonio del mio ex senza dirmi niente, per non ferirmi! Ovvio, no?
Sapevo che erano ancora i miei amici del cuore.
Ma no figurati... è tutto a posto. Le rispondo ingollando una forchettata gigantesca di lenticchie in modo che sia chiaro che se non dico nient'altro è perché sono una persona educata e non parlo a bocca piena, non perché non ho niente da dire.
Vado in un angolo, dalla parte opposta a quella di Giovanni, che intanto sta dicendo qualcosa ad Alberto e tra tutti e due, bisogna dirlo, stanno facendo un gran gesticolare, ma a me non importa io ho altro a cui pensare. Abbasso lo sguardo sul mio piatto, e mi rendo conto che tra una cosa e l'altra, mentre cercavo di non svenire, c'ho messo dentro cotechino e lenticchie per un reggimento di alpini.
Ma tanto meglio. Così posso passare tutto il tempo che mi separa dalla mezzanotte a mangiare, senza essere costretta a parlare di niente con nessuno.
Mangio anche con una certa voracità... mentre il cervello è così sovraccarico di pensieri da cessare quasi ogni attività. Cioè i miei amici, i MIEI amici, sono andati al matrimonio del MIO Giovanni, che però si stava sposando con un'altra e poi, loro, non mi hanno detto niente, e... Gesù, che capodanno di merda!
Mi verrebbe anche da piangere, ma poi che figura farei? Non posso mica crollare così, davanti a tutti. E quindi ingollo cotechino e lenticchie che, se non altro, dovrebbero portare soldi. Visto mai che gennaio iniziasse con una bella proposta di lavoro?
Mastico poco, ingoio molto.
E che sarà mai? Cioè, in questa stramaledetta serata ho mandato giù ben altro. Il cotechino al confronto non è nulla.
Mangio e un po' piango mi sa. Perché con tutta la buona volontà, nonostante tutti i miei buoni propositi, non ce la faccio a restare impassibile. Non ce la faccio! Porca miseria, è inutile che mi lanciate quelle occhiate allarmate, vorrei vedere voi al mio posto, cazzoni che non siete altro. Che poi... ci voleva quest'arco di scienza per immaginare che la cosa sarebbe venuta fuori, non era meglio venirmi a trovare a casa, qualche giorno prima? È vero che non abito vicino, ma sono io quella che sta a piedi, voi la macchina ce l'avete tutti e quattro!
Comunque, non lo so se ce la faccio a fare la mezzanotte, quasi quasi chiamo un taxi...
Mentre sto andando dentro, verso il cappotto... intercetto Alberto e Clelia.
Senti Fiorella... lo sappiamo come stai...
Eh no scusate, voi non sapete un cazzo! Penso, ma reputo più dignitoso dire che sto bene.
Noi, volevamo dirtelo, davvero, ma abbiamo pensato che non eri ancora pronta... e, diciamo la verità per te era meglio non sapere, non l'avresti mai digerita 'sta cosa.
No è vero, non l'avrei digerita. Come non digerirò mai il cotechino e le lenticchie che ho forsennatamente ingoiato poco fa, tant'è che, senza una parola, mi protendo improvvisamente in avanti e vomito tutto sui piedi di Alberto.
Lui non ha neanche il tempo di scansarsi, si limita a guardarmi inorridito. Probabilmente, più tardi, avrà modo di attribuire anche questo alla mia mancanza di sensibilità.
Molto più tardi, però, perché ce ne vorrà per pulire quelle scarpe.
Mi asciugo la bocca con un tovagliolo e chiedo scusa, a tutti.
Clelia vorrebbe dire qualcosa lo so. E se sta zitta non è per cattiveria o per disinteresse, è che proprio non sa cosa dire, ma almeno il suo sguardo sembra sinceramente dispiaciuto e forse ha cominciato a rendersi conto di quanto è stata stronza.
A me, comunque, non importa. Voglio andare a casa.
Ma dove vai guarda che qui tra poco sparano...
Effettivamente è quasi mezzanotte. Ma tant'è... se fossi nata nella striscia di Gaza correrei questo rischio tutti i giorni, non solo a capodanno, quindi vado...
Mentre mi avvio a piedi, verso casa, cominciano a sparare. Ci sarebbe quasi da aver paura, ma non me ne fotte proprio. Sparino pure, anzi, sparo anch'io, c'ho qui in tasca un bellissimo petardo che avevo portato per l'occasione...
Davanti a me c'è un'auto eroicamente parcheggiata in aperta sfida alla follia dinamitarda dei festeggiamenti.
La riconoscerei dovunque perché è quella in cui ho fatto l'amore per l'ultima volta con Giovanni. Mi chiedo se ci scopi anche con la mogliettina, o se loro due lo facciano solo a casa e in albergo. Magari lei, che è così perbenino, certe cose in macchina non le fa.
Che le faccia o no, quella è l'auto in cui ho fatto le mie performance migliori, e se proprio non posso riprendermi Giovanni... cavolo, è capodanno no?
Prendo un sasso, sfondo il finestrino, accendo il petardo, lo butto dentro... e vaffanculo!
Mentre mi allontano vedo che la tappezzeria del sedile ha preso fuoco.
Peccato, Giovanni l'adorava quell'auto, però, ormai aveva più di sette anni, e che cavolo, così avrà un motivo in più per cominciare l'anno rinnovandosi.
Io di certo dovrò farlo...