lunedì 22 settembre 2014

Una parola al giorno (o quasi): DOLORE

Anno 1187.
La marcia suicida dell’esercito Cristiano verso Tiberiade sta per infrangersi contro l’esercito di Saladino, nei pressi di Hattin.
Fa caldo. Dannatamente caldo. I crociati e le loro cavalcature muoiono di sete.
Due chilometri circa di uomini e armature cotti dal sole e soffocati dal fumo degli incendi appiccati sopra vento dai mussulmani.
L’unica speranza, per sopravvivere, è infrangere il muro dei soldati mussulmani e raggiungere le fonti di Hattin. L’unica acqua a porta di mano.
Ma Saladino questo lo sa molto bene, il suo esercito è disposto in posizione strategica proprio per impedire che i crociati raggiungano l’acqua.

A questo punto, quando tutto sembra perduto, il conte Raimondo III di Tripoli comanda una coraggiosa quanto folle carica di cavalleria per cercare di rompere lo schieramento nemico e aprire la strada all’esercito cristiano.
Raimondo carica…
L’esercito mussulmano si apre, lo fa passare senza colpo ferire e si richiude, impedendogli di tornare indietro.
E' quasi mezzogiorno. 
Il pomeriggio la battaglia si era conclusa con la disfatta dei crociati.

Anno 1187. Hattin.
Il conte Raimondo III di Tripoli ha sete. Una terribile sete che lo sta divorando. Ma non è quello il suo problema. Il suo problema è il dente del giudizio che gli sta facendo a pezzi la mandibola. Come abbia fatto a cariarsi è un mistero, visto che è completamente incluso. Ma Raimondo tutte queste cose non le può sapere. Non ha idea di cosa sia un'ortopantomografia nè sa alcunché sui denti del giudizio. Sa solo che il dolore lo sta facendo impazzire, che è come se qualcuno gli stesse trapanando il cervello. E poi c’è il fumo dei fuochi che i mussulmani hanno accesso, e che il vento spinge contro di loro.
Ogni colpo di tosse rimbomba come una cannonata nella sua testa. Una fitta lancinante che va al dente e dal dente torna indietro, centuplicata, irradiandosi verso l'alto.
Il dolore ormai è tutto ciò che Raimondo percepisce.
Così, quando gli sembra che la mandibola sia ormai destinata a spezzarsi in due, e che l'occhio destro stia per schizzargli fuori dall'orbita, spinto da male oscuro che si trova nella sua bocca, perde il controllo e decide che, invece di morire lì, ucciso dal mal di denti, preferisce farsi ammazzare dai mussulmani. 
Ecco perché ordina la carica.
Quando l’esercito avversario si apre inaspettatamente, davanti a lui, gli sembra impossibile. 
Che sia una visione causata dal dolore?
Solo dopo, quando ormai è passato, e non può più tornare indietro, si rende conto che i mussulmani lo hanno giocato e che, quindi, non morirà in battaglia... il mal di denti continuerà a perseguitarlo.
Qualcuno dei suoi uomini, incredulo, lo guarda mentre galoppa, scosso dai singhiozzi.
Qualcuno dei suoi uomini, pensa che stia piangendo per i compagni rimasti tra le mani dei mussulmani. per la battaglia perduta. per il destino della cristianità...

Quel qualcuno, probabilmente, non ha mai avuto mal di denti.

domenica 14 settembre 2014

Una parola al giorno (o quasi): AMORE

L'amore.

Parliamo d'amore, facciamo l'amore... e pensiamo all'amore.
Anche adesso. Siamo qui, tu, io e l'amore.
In questa stanza. Su questo letto.
I nostri corpi nudi, e l'amore.
I nostri corpi nudi, allacciati, intrecciati, uniti. I nostri corpi, che sull'amore di certo ne sanno più di noi. Anche se tu dici che non è così. Che l'amore è un'altra cosa.
Ma mente lo dici mi stringi più forte e il tuo respiro si fa più affannoso.
L'amore è un'altra cosa... sussurri, ansimando. E intanto i tuoi baci si fanno più selvaggi.
L'amore non c'entra con tutto questo...
E intanto premi il tuo corpo contro il mio. 
E io ti cerco con le mani e con la bocca. E penso che forse sì, hai ragione. Forse esiste un universo, da qualche parte, in cui come dici tu, l'amore è un'altra cosa.
Ma non qui e non adesso.
Qui l'amore siamo noi. E i nostri corpi nudi. E le nostre lingue. E i nostri respiri. E il nostro tutto che si fonde e si sfoca e sbiadisce nella notte...
E se poi fosse vero, quello che dici... perché mi chiederesti di continuare, di non smettere?
E perché io continuerei se non per amore?

Anche perché lo sai, dopo un po' di tutto questo amore... che è davvero tanto, io preferirei giocare con la playstation...

venerdì 5 settembre 2014

ADDIO

Mentre salivano lungo il crinale occidentale della Moher Hill, Fergus fece vagare lo sguardo sulla pianura sottostante, riarsa dal sole: erano quasi due mesi che non pioveva.
Neanche una goccia di maledettissima acqua.
I campi si erano inariditi, i boschi si erano seccati, tutta la terra a sud delle montagne stava agonizzando lentamente… e i suoi abitanti con essa.
Fergus alzò lo sguardo verso l'alto asciugandosi il sudore che gli imperlava la fronte.
Il sole, nel cielo, brillava come al solito: arrogante e indifferente.
Era ancora presto, eppure il caldo afoso si era già disteso sulla regione stringendola nel suo abbraccio soffocante.
Fergus avrebbe dato chissà cosa per un po' d'ombra, ma il pendio era scosceso e privo di vegetazione. Se avesse potuto scegliere, sarebbe salito dall'altro lato. Lì qualche eroico albero resisteva ancora con ostinazione, offrendo un minimo di riparo, ma lo straniero incappucciato aveva troppa fretta e non aveva voluto sentir ragione.
«Se la strada più breve è da ovest, da lì andremo» aveva detto.
Fergus aveva cercato di obiettare, ma alla fine era lui a pagare. Venti pezzi d’argento per raggiungere la vetta della Moher Hill, e altri dieci per scavare una fossa. Trenta pezzi d’argento in tutto.
Per una somma del genere Fergus ne avrebbe scavante venti di buche, e ci avrebbe seppellito i genitori, senza battere ciglio, quindi... adesso gli toccava arrancare sotto il sole, col sudore che gli infradiciava la casacca.
Benché fosse lui a conoscere la strada era l'altro, l'incappucciato, a fare l'andatura. Un'andatura fin troppo veloce per i gusti di Fergus che, dopo un po’, aveva cominciato a pensare ad altro nel tentativo di ignorare quel sole bastardo che gli alitava addosso il suo calore appiccicoso.
In fondo, era solo una mezza giornata di lavoro. Mezza giornata e se ne sarebbe tornato con un bel gruzzolo. Soldi buoni, conio delle isole. Argento di qualità che avrebbe potuto spendere nella locanda del vecchio Forst, bevendo birra gelata, e affondando la barba in mezzo alle tette di Emma Walton.
Non era bellissima Emma. Il vaiolo le aveva preso la giovinezza fin da piccola, facendosi pagare in anticipo e con gli interessi, ma aveva gli occhi azzurri che brillavano come gemme nella notte e quelle tette gigantesche e sode con cui ti lasciava fare un po' di tutto, per il giusto prezzo.
Fergus si asciugò nuovamente il sudore aggiustando la posizione della vanga che portava sulla spalla.
Il terreno secco, sotto i suoi piedi, si lamentava ad ogni passo. Ma oltre quel crinale, oltre quella fossa da scavare, oltre quel sole cattivo, c'era una lunga notte di bevute e di sesso.
A questo doveva pensare.
E con Emma finalmente sotto di lui, tutto sarebbe stato più accettabile, anche quello schifo di vita e il ritorno a Conbor County.
Se n'era andato quando? Due o tre anni prima, per non fare la fine di suo padre.
Se n'era andato con l'arroganza di chi sa già tutto e ha un piano ben preciso per cambiare completamente la propria vita. Se n'era andato con uno zaino pieno di gallette rancide, una borraccia di sidro e tante certezze. Forse troppe…
Del resto, si era detto, tutto era meglio che fare il contadino come suo padre.
Lo vedeva come si ammazzava di fatica, ogni giorno a lottare con quella terra infame che non regalava niente. Ogni sacrosanto giorno a sgobbare come un mulo per cercare di trarne qualcosa di commestibile. A sbuffare sulla zappa, a imprecare per la grandine, o per la siccità, o per i parassiti. Con la schiena spezzata, la pelle bruciata e calli così grossi sulle mani che, in quei rari momenti di umanità, quando il torpore della fatica si ritirava quel tanto perché il vecchio si ricordasse di avere un figlio, azzardando una goffa carezza, Fergus si era sempre sottratto pensando che quelle mani non potevano appartenere a un essere umano, che dovevano essere per forza a un troll.
Io non sarò mai come lui, si era detto, fin da piccolo. Io non la voglio fare questa vita.
Per fare il contadino devi essere o troppo forte o troppo debole. E Fergus non aveva né la rassegnazione del padre, che era in grado di subire dalla vita i calci più duri e spietati, senza neanche formulare un vago pensiero di ribellione. Senza osare immaginare anche solo l'idea di una vita migliore. Né la forza eroica di sua madre, che si era sposata con quell'uomo e gli viveva accanto sostenendolo da chissà quanti anni. Che aveva visto la propria giovinezza dissolversi nel giro di un paio di stagioni, e trasformarsi in una durezza granitica, contro cui tutto si infrangeva, la morte del primogenito per la febbre nera, la perdita della stalla per l'incendio, la perdita della speranza, quando il suo uomo si era progressivamente incurvato sotto la fatica fino a trasformarsi in un'ombra che andava e veniva dai campi, senza più alcuna espressione negli occhi.
Morto dentro, già da chissà quanto, mentre il suo corpo si trascinava avanti, più per abitudine che per volontà.
Tutto questo avrebbe dovuto consumarla dentro. Invece sua madre si svegliava col sorriso ogni mattina. Perché ogni nuovo giorno era un nuovo giorno, regalato dagli dei a chi sapeva credere ancora in loro. E anche se lei aveva poco più di niente, anche quel “poco più di niente” le bastava, perché lei amava la vita per ciò che era, nonostante ogni giorno fosse impastato del sapore acre e amaro della morte.
Fergus non ne era sicuro, ma probabilmente era stato più a causa sua, che non per la debolezza del padre, se aveva deciso di andarsene. Se un giorno si era reso conto che poteva accettare tutto tranne quella inutile e innaturale vitalità della madre.
E comunque, anche se le cose erano andate com'erano andate, non rimpiangeva niente: almeno lui ci aveva provato!
Certo, era partito con altre aspettative.
Aveva dei sogni lui, mica come gli altri falliti del paese, a cui bastava sopravvivere. Lui era uno che il cervello lo sapeva far funzionare.
Stava per succedere qualcosa ad est. L'Elagon e il Lagin si stavano contendendo un pezzo di terra, come cani selvatici con un osso di pollo.
A lui non gliene fregava niente delle complicate beghe dinastiche. L'unica cosa chiara, in fondo, era che sia dall'una che dall'altra parte potevano far valere una linea di successione debole, ma inconfutabile. Avevano gli stessi diritti e nessun desiderio di trovare un compromesso, il che poteva voler dire una sola cosa: guerra. E quando c'è la guerra c'è possibilità di arricchirsi, se si è abbastanza spregiudicati.
Naturalmente Fergus non aveva nessuna voglia di combattere. Non era uno stupido e non inseguiva la gloria.
La gloria va bene per i nobili, che hanno già avuto tutto dalla vita e possono morire nel fango inseguendo qualcosa di completamente inutile.
La gloria è per gente che non ha mai dovuto lottare per sopravvivere.
Lui era un uomo pratico. Gli interessava altro... i soldi, la vita facile, qualche comodità, e le tette di Emma Walton.
Però la guerra offre molte opportunità anche a chi non vuole combattere. Basta avere un po' di intraprendenza… e non avere paura di sporcarsi le mani.
Fergus questa paura non l'aveva mai avuta.
Meglio sporcarsi le mani così, che raccogliendo il letame delle vacche, si diceva.
Così era andato all'est, dove la guerra si stava lentamente insinuando nella testa e nei cuori delle persone, come qualcosa di assolutamente inevitabile. Dove si respirava odore di violenza e di morte e gli sguardi delle persone si erano già induriti di cattiveria e di odio.
Era andato a est per cambiare la propria vita e giocarsi il tutto per tutto con il contrabbando e il mercato nero.
Ma la guerra - che pure tutti aspettavano - era divampata improvvisa, più velocemente di quanto si aspettasse, e lui ci si era ritrovato in mezzo finendo per perdere tutto il carico di provviste che avrebbe dovuto rivendere a peso d'oro.
Se era ancora vivo, probabilmente, lo doveva solo a Owein dei Corvi, che aveva guidato i quattro straccioni della milizia irregolare del Lagin contro il fior fiore dell'esercito dell'Elagon... e aveva vinto, ricacciando indietro le armate nemiche.
A Fergus non importava niente di Owein, del Lagin, dell'Elagon. Tutto quello che gli importava l'aveva perso cercando di guadare lo Shannon in piena. Gli restavano solo la rabbia, una daga corta, e il rimpianto per quello che sarebbe potuto essere, se...
La Guerra era finita com'era iniziata e lui era rimasto con un pugno di mosche. Così aveva fatto quello che poteva. Qualche lavoro sporco ai danni di questo o di quello. Sempre roba su commissione, pagata di nascosto, nell'ombra di qualche bettola, con contrattazioni sotto voce fatte di sguardi furtivi e parole crudeli, prive di compassione.
Ma gli uomini con cui aveva avuto a che fare, laggiù, erano il peggio della feccia sopravvissuta alla guerra. Erano gente che aveva perso la propria umanità sul campo di battaglia, o strisciando lontano da esso in fin di vita.
Fergus non era come loro, anche se per un po' aveva finto di esserlo.
Aveva giocato al loro gioco per disperazione, ma non aveva retto fino in fondo. Evidentemente non aveva perso abbastanza sul fondo melmoso dello Shannon...
E così alla fine era ritornato.
Le parole erano proprio quelle. Gliele aveva dette Emma Walton quando lo aveva visto entrare nella locanda del vecchio Forst.
Lo aveva guardato con quei suoi occhioni grandi e celesti e poi gli aveva detto: «E così sei tornato...»
Lo aveva detto a bassa voce, ma a Fergus era sembrato un urlo. Quindi aveva annuito appena, cercando di ingoiare il fastidio che gli stringeva la gola. Cercando di masticarlo e ingoiarlo, quel fastidio, e spedirlo giù dove avrebbe fatto ancora male, ma dove nessuno avrebbe potuto vederlo.
“E così sei tornato”.
In fondo non si trattava che l'enunciazione di un dato di fatto.
“E così sei tornato”.
Una verità incontrovertibile che pure suonava come un'accusa e una condanna.
Era andato via, solo un paio di anni prima, con le spalle larghe, il torace gonfio, l'aria sprezzante... ed era tornato curvo, impolverato, segnato... sconfitto.
E non ci sarebbe, in fondo, niente di male nella sconfitta. Se hai lottato fino alla fine, la sconfitta è nelle cose della vita.
Ma tutti ricordavano fin troppo chiaramente quello che aveva detto qualche giorno prima di partire. Quando aveva sputato la sua inappellabile sentenza su tutta Conbor County.
E la gente lì, poteva non avere orgoglio, come aveva detto lui, ma aveva senz’altro memoria.
Era per questo motivo che Fergus aveva esitato così tanto, prima di ritornare.
Perché sapeva che avrebbe avuto quegli occhi addosso e perché la sconfitta è nelle cose della vita, è vero, ma è comunque un marchio che ti porti dietro per sempre, e la compassione si vela sempre di biasimo, dopo un po', soprattutto se l'ultimo ricordo che hai lasciato, alle tue spalle, è stato uno sprezzante proclama di superiorità.
Ecco perché si era aggrappato a quel carico con tutte le sue forze, cercando disperatamente di strapparlo al fondale fangoso dello Shannon, rischiando quasi di affogarci, in quell'acqua marrone. Ecco perché... strisciato nei bassifondi di Navan Fort, aveva mentito, rubato, ucciso e fatto tutto il possibile per cercare di recuperare almeno una parte di quanto aveva perso, fino a che non si era dovuto arrendere all'evidenza del proprio fallimento.
Così si era preparato un bel discorso su quanto la vita faccia schifo e si diverta a prendersi gioco delle persone, punendo senza pietà chi cerca di alzare la testa e di trascinarsi fuori dal fango della miseria.
Di come il destino se ne fotta dei sogni e dei desideri degli uomini, e giochi con le loro vite come se fossero pedine di Fidchel. Perché, alla fine, la verità è che i poveracci devono restare poveracci, devono morire nel proprio sudore, spezzandosi la schiena senza neanche provare a cambiare la propria sorte, e se ci provano vanno ricacciati nel fango con la forza.
La vita, Fergus ormai ne era convinto, era solo uno scherzo cattivo… e solo la morte, che incuteva tanto timore, dimostrava in realtà un po' di amore per quelle patetiche creature che tanto si affannavano sulla faccia della terra, rendendo tutti uguali nel suo ultimo abbraccio.
Era un discorso per certi versi anche sensato, costruito con molta attenzione, ma alla fine, in ognuna delle parole che lo componevano, si poteva leggere la verità; e la verità era che aveva fallito e che, per quanto elaborate, le sue parole di scusa non potevano ingannare nessuno.
Fergus se ne era reso conto quando aveva incrociato il carrettiere che portava il grano Conbor County al castello di Waterford.
Amish Reed, così si chiamava il vecchio. Era stato il primo volto familiare incontrato da Fergus sulla via del ritorno.
«Che ci fai qua?» gli aveva chiesto, sputando a terra un grumo di catarro.
Fergus aveva tirato un lungo sospiro e gli aveva sciorinato tutta quella litanìa di scuse così meticolosamente preparate, e mentre lo faceva si era sentito come probabilmente doveva apparire ad Amish: un patetico buffone.
Così, quando Emma lo aveva guardato con quei suoi occhi celesti, feriti, e gli aveva detto: «sei tornato, alla fine...» Fergus non aveva risposto. Gliene era mancato il coraggio. Si era limitato a incassare la testa tra le spalle e ad andarsi a sedere il più lontano possibile, cercando di mimetizzarsi tra le panche di legno e i tavoli segnati dall’usura.
Lì lo aveva trovato lo straniero incappucciato.
Era un tipo di poche parole quello, uno riservato. Ma anche così, anche se si nascondeva dietro ad un cappuccio e un silenzio fatto di monosillabi, una cosa era chiara: veniva da fuori e sotto la polvere che ricopriva quasi interamente il pesante mantello nascondeva una tunica di tessuto pregiato, una cintura ornata di finiture preziose e modi da gran signore.
Non era difficile immaginare la sua provenienza. Doveva essere un secondo o terzogenito di buona famiglia, forse il bastardo di qualche lord del sud, ben educato, molti soldi, quell’aria di superiorità del cazzo di chi, a casa sua, era abituato a comandare. E aveva un segreto da nascondere.
Non c'era altro motivo per tenere quegli occhi seppelliti nel cappuccio, soprattutto con quel caldo.
Gli occhi di una persona sono tutto, diceva sempre il padre di Fergus.
Tu guarda la gente negli occhi e saprai cosa aspettarti da loro.
Non fidarti di chi non regge il tuo sguardo.
Così diceva suo padre.
A suo padre sarebbero piaciuti gli occhi di Emma, con quel celeste accesso così sincero. Due occhi così belli e profondi che quasi ti facevano dimenticare la pelle rovinata dal vaiolo.
E, ovviamente, lui non avrebbe mai accettato un lavoro offerto da uno che teneva i suoi occhi sempre nascosti nell'ombra di un cappuccio, anche quando, fuori, il caldo ti soffocava e ti stringeva la gola.
Ma suo padre non capiva nulla. Lui non era mai tornato sconfitto, perché non era mai andato da nessuna parte. Era solo un contadino zappaterra, e probabilmente questa siccità lo stava uccidendo come stava uccidendo tutto il paese,
Lui non avrebbe mai accettato quel lavoro... e sarebbe morto.
Fergus sarebbe sopravvissuto ancora una volta, come aveva sempre fatto. Come aveva fatto in mezzo a quella guerra di ricchi bastardi. Come aveva fatto in mezzo alle acque dello Shannon. Come aveva fatto nei sobborghi puzzolenti di Navan Fort, dove aveva mangiato carne di topo e chissà cos’altro pur di non morire di fame.
Fergus era uno che non moriva.
Questo era quello che contava.
Quanto al forestiero, non diceva tutta la verità questo era evidente. Non era il mercante che diceva di essere, e forse portava guai... ma pagava molto bene, e per Fergus era più che sufficiente.
Con quei soldi si sarebbe pagato qualche notte con Emma.
Era sicuro che del buon argento e qualche parolina dolce avrebbero fatto sparire quel broncio e gli ultimi strascichi di rancore dal suo sguardo corrucciato.
Perché ce l’avesse così tanto con lui, poi, restava un mistero, anche se, in realtà, Fergus un’idea se l’era fatta.
Era stato poco prima della sua partenza.
Una sera di quelle fredde e umide… quando la siccità era ancora lontana e inimmaginabile.
La pioggia cadeva da giorni, e i sentieri erano così infangati da sembrare ruscelli di fango.
Tornare a casa con quello schifo di tempo era impensabile. Così Fergus si era rintanato nella locanda del vecchio Forst, aveva ordinato tre o quattro boccali di ippocrasso e aveva fatto sedere Emma sulle ginocchia.
Poi, mentre il vino gli scaldava lo stomaco, aveva lasciato che il contatto del bel corpo tondo e sodo di Emma gli scaldasse l’anima… l’aveva mordicchiata sul collo mentre con le mani esplorava ciò che Emma nascondeva al di sotto della gonna.
Lei un po’ l’aveva lasciato fare, ridendo divertita, un po’ si era ritratta guardandolo con quegli occhi celesti, ben sapendo che Fergus non riusciva a restare indifferente a quello sguardo.
Così avevano mercanteggiato un po’, come al solito, solo che quella notte Fergus era proprio a corto, e gli mancavano dieci pezzi di rame per raggiungere la cifra necessaria.
Dieci monete di rame che facevano la differenza tra un ritorno a casa nel fango, sotto la pioggia, e una notte tra le cosce calde e accoglienti di Emma.
Che scelta aveva?
Così si era messo a fare il cretino, sbaciucchiandola e dicendole parole dolci come il miele a proposito del fatto che lei era speciale e che tra loro due c’era qualcosa di diverso che andava al di là degli affari tra cliente e puttana.
Era il solito copione che si ripeteva.
Fergus diceva le cose che andavano dette, fingendo di essere sincero. E lei lo ascoltava, fingendo di crederci.
Alla fine lo aveva preso per mano, sorridendo, e se l’era portato su in camera, con aria complice.
Emma era meglio di una coperta di lana.
Il suo abbraccio e il suo corpo erano morbidi e accoglienti. Il suo respiro era un soffio caldo e passionale. Le sue labbra erano rosse come il fuoco e dolci come marmellata fresca.
Stringerla a sé, baciarla... possederla, mentre lei si avviluppava a lui con le proprie gambe era rassicurante e inebriante al tempo stesso.
Quella notte si era dilatata, mentre il fuoco del braciere scoppiettava in un angolo della stanza, e lei gli aveva permesso di restare fino all'alba, senza nessun sovrapprezzo.
La mattina dopo Fergus l’aveva salutata con un bacio frettoloso e una pacca sulle natiche. Poi, qualche giorno dopo, era partito per inseguire il miraggio di una nuova vita senza darle alcuna spiegazione.
Qualche volta, nei due anni successivi, Fergus aveva ripensato a Emma e si era chiesto se avesse agito bene nei suoi confronti.
Forse avrebbe dovuto spiegarle che se fosse rimasto sarebbe impazzito e che non era per lei, anzi, lei era l’unico motivo per cui sarebbe potuto restare, solo che... non era abbastanza.
Forse se le avesse parlato sinceramente Emma avrebbe capito.
Ma perché avrebbe dovuto darle delle spiegazioni? In fondo era solo una puttana, no?
Non c’era niente, tra di loro, se non qualche bugia detta per aiutarla ad allargare le gambe.
Qualche bugia detta in modo troppo convinto ma… faceva tutto parte del gioco, e lei lo sapeva. Lei, avrebbe dovuto saperlo, cazzo!
Cosa aveva creduto? Che il giorno dopo lui avrebbe parlato col vecchio Forst chiedendogli la mano della figlia? Che si sarebbe portato a casa la puttana della locanda?
Certo, a pensarci bene, era possibile che le avesse promesso qualcosa del genere, ma era stato il vino a parlare; il vino e la paura di quel freddo così simile alla morte.
Fergus annuì tra sé e sé.
Glielo avrebbe spiegato, quella sera stessa, con i soldi d’argento del forestiero. L’avrebbe pagata il doppio, se necessario, e si sarebbe fatto perdonare.
Intanto l’incappucciato aveva affrettato il passo.
Ormai, a poche centinaia di metri dalla cima della collina non era più possibile sbagliare strada e quindi, non avendo più bisogno di aspettare le indicazioni di Fergus per procedere, si era fatto prendere dalla foga.
Per Lugh! Ma non lo sente il caldo? Si domandava Fergus arrancandogli dietro.
Quando arrivarono in cima alla Moher Hill, lo straniero si fermò improvvisamente, come se di colpo le energie che lo avevano sostenuto durante la salita fossero venute meno.
Fergus gli si affiancò. Fece scivolare giù la pala, dando un po' di sollievo alla spalla che l'aveva sostenuta fino a quel momento e lo guardò.
«Dove dobbiamo scavare?»
«Non lo so» rispose l'incappucciato.
Fergus lo guardò incredulo.
«Che vuol dire?»
«Vuol dire che non lo so» ribadì l'altro.
Fergus provò una sorta di rabbia sorda e pulsante che si concretizzò nel desiderio di spaccargli la faccia con il badile. Tuttavia il desiderio restò tale senza trasformarsi a sua volta in azione. Fergus rimase lì, con le mani serrate sull'asta di legno, in attesa di una spiegazione.
«Ci dev'essere della terra smossa, da qualche parte qui intorno» spiegò il forestiero. «E’ lì che dobbiamo scavare...»
«Della terra smossa...» ripeté Fergus a mezza voce, cercando di dare un senso a quelle parole.
«Proprio così, della terra smossa. E prima la troviamo, prima scaviamo e prima avrai i tuoi soldi» tagliò corto il forestiero avviandosi. «Quindi togliti quell'espressione da idiota dalla faccia e datti una mossa...»
Fergus ingoiò la rabbia e gli andò dietro.
Una caccia al tesoro, pensò, mi ha portato sulla cima della Moher Hill per farmi fare una stramaledettissima caccia al tesoro, sotto al sole...
Ecco perché non era voluto venire al tramonto, col fresco. Cercare la terra smossa alla luce delle torce avrebbe avuto senso quanto cercare di prosciugare le acque dello Shannon a sorsate. Cosa che Fergus aveva quasi cercato di fare, senza molto successo.
Quando finalmente trovarono il loro obiettivo, il forestiero si fermò un'altra volta, immobile, con lo sguardo - se ce n'era uno al di sotto di quel cappuccio - puntato su quella ondulazione del terreno, quasi ne avesse paura.
Fergus si chiese cosa fosse seppellito lì.
Cosa aveva spinto quello strano uomo a inerpicarsi sotto al sole e a offrirgli ben trenta monete d'argento per scavare una fossa?
Che poteva esserci di così importante, su quella collina dimenticata da Dio e dagli uomini?
Dei soldi? Il bottino di qualche rapina? Un vecchio tesoro dei predoni del Nord o, addirittura, qualche cimelio degli elfi, che erano vissuti lì cinquecento anni prima?
Un'arma? Una spada dall'elsa finemente intarsiata e dalla lama incisa con i caratteri runici del potere?
Fergus aveva fantasticato molto sul contenuto di quella fossa e su come si sarebbe comportato una volta disseppellito l'oggetto misterioso.
Erano soli, lì in mezzo al nulla.
Nessuno sapeva di loro.
Nessuno sapeva di lui.
Una volta dissotterrato il tesoro, la fossa sarebbe stata già lì, pronta ad accogliere il suo nuovo occupante, e lui sarebbe tornato alla locanda ricco.
Fergus si umettò le labbra pensieroso, saggiando con la mano l’impugnatura della daga che gli pendeva lungo il fianco destro.
Non era un acciaio pregiato, ma sarebbe comunque stato più che sufficiente per uccidere lo straniero… a meno che non indossasse una mezza cotta di maglia al di sotto del mantello e della tunica. Era questo l'interrogativo: lo straniero era un guerriero?
Sarebbe morto in silenzio o avrebbe lottato?
Fergus non era un combattente, era un vigliacco. Non aveva problemi a uccidere qualcuno se ne valeva la pena, ma doveva trattarsi di un colpo facile, veloce e sicuro, perché la presa sulla daga, già lo sapeva, non sarebbe stata salda. E se non avesse avuto successo al primo colpo sarebbe stato lui a morire e quella fossa già pronta, in mezzo alla desolazione della Moher Hill, sarebbe diventata la sua tomba.
Trenta monete d’argento sicure, o la possibilità di un intero tesoro?
Era questo il dilemma.
Se lì sotto ci fosse stato qualcosa di davvero prezioso avrebbe dovuto rischiare. Non aveva scelta.
E una volta ucciso lo straniero, allora forse sì, forse avrebbe potuto perfino mantenere le promesse fatte a Emma Walton.
Perché la verità era che, in tutta la sua vita tormentata e rancorosa, in tutti quei momenti passati a sputare sentenze su suo padre e a immaginare di fuggire da quel letamaio, gli unici momenti di pace, gli unici sprazzi di un qualcosa che, sì, forse avrebbe potuto definire aliti di felicità, li aveva passati nell'accogliente abbraccio di Emma.
Era una puttana, è vero. Del resto lui era un bastardo, bugiardo, ladro e assassino. Non poteva certo permettersi il lusso di giudicarla, ma forse, chi lo sa? Avrebbe potuto amarla...
Forse.
Se l'altro non avesse indossato una mezza cotta di maglia...
Dal passo e dall'andatura che avevano tenuto, lungo tutto il cammino, Fergus avrebbe detto di no.
Era difficile con quel caldo, mantenere un'andatura così spedita.
Ma chi poteva dirlo con certezza?
Alcuni nobili ci passavano la vita con la cotta di maglia addosso, alla fine diventava quasi come una seconda pelle. Alcune maglie erano costituite da anelli così piccoli e così finemente intrecciati da risultare sottili quasi come il tessuto che le ricopriva.
Fu così che Fergus cominciò a scavare con uno stato d’animo incerto.
Non sapeva cosa augurarsi e questa incertezza lo faceva sudare ancor più del caldo.
Poteva essere l’occasione della sua vita… o della sua morte. In entrambi i casi si sarebbe sistemato per sempre.
Forse, tutto sommato, pensò, è meglio che non ci sia niente lì sotto.
Avrò altre occasioni meno rischiose, prima o poi. E comunque, ho abbastanza soldi per comprarmi il perdono di Emma e i suoi baci, per almeno qualche notte…
Alla fine, gira e rigira, il pensiero tornava sempre a lei, a Emma.
Questo era un fatto che cominciava a metterlo a disagio.
Era come se, alla fine, una parte delle bugie che le aveva sussurrato a letto fossero più vere di quanto lui stesso non volesse ammettere.
Non si è mai davvero bugiardi quando si è ubriachi, dicevano i vecchi del villaggio.
Fergus aveva cominciato a capirlo quando le acque dello Shannon si erano richiuse su di lui, togliendogli con gelida cattiveria l'aria dai polmoni e tirandolo giù, verso quel fondo melmoso.
In quel preciso momento, mentre pensava di morire, Fergus avrebbe potuto pensare a qualsiasi cosa. A come aveva umiliato suo padre, prima di andare via, o al sorriso stanco e rassegnato di sua madre, cristallizzato in una smorfia priva di stupore. Al primo uomo che aveva visto morire, impiccato, quando aveva solo tre anni, che forse lo stava aspettando, con quel collo spezzato e storto, dall’altra parte, per fargli da guida o semplicemente per deriderlo. O alla prima donna che gli aveva fatto vedere il proprio fiore e gli aveva insegnato a coglierlo, alla festa di Beltaine.
Avrebbe potuto pensare a suo fratello, portato via dalla febbre nera a cinque anni, o al cucciolo di cane che aveva cresciuto di nascosto, dividendo con lui le scarse provviste di casa, fino a quando, una sera, lo aveva trovato mezzo sbranato da una banshee…
Ma l’unica cosa che gli era venuta in mente erano stati gli occhi celesti di Emma Walton, che non avrebbero pianto la sua morte, perché non avrebbe mai saputo che fine aveva fatto.
E alla fine, probabilmente, anche se non lo voleva ammettere, era questo il motivo per cui era ritornato a Conbor County, tra tanti posti, proprio lì, dove tutti avrebbero saputo del suo fallimento. Per rivedere quegli occhi.
La pala urtò qualcosa di duro, immediatamente al di sotto dello strato di terriccio.
«C’è qualcosa…» disse Fergus guardando interrogativamente l’altro.
L’incappucciato lo scostò bruscamente e si inginocchiò ad esaminare le assi di legno appena al di sotto del terreno.
Le toccò, con cautela, quasi con cura, esaminandole con attenzione. Poi si tirò su annuendo.
«E’ questa» disse, «continua ma fai piano».
Fergus continuò a scavare portando alla luce una cassa di legno lunga quasi un metro e settanta.
Una cassa simile ad una… bara?
Su ordine dello straniero scavò tutt’intorno, in modo che l’intera superficie superiore fosse libera. A quel punto, l’incappucciato prese un pugnale e cominciò a scostare le assi che la chiudevano.
Fergus trattenne il respiro in attesa di scoprire il mistero che si celava in quella fossa, scavata sulla cima della Moher Hill.
La mano si strinse istintivamente sull’impugnatura della daga… poi, le assi vennero via e l’incappucciato trasse un profondo respiro strozzato, indietreggiando, quasi l’avessero colpito.
All’interno della cassa c’era una donna.
Era vestita con una tunica bianca, di cotone semplice, privo di qualsiasi ricamo. Aveva capelli biondi lunghi che incorniciavano il volto più bello che Fergus avesse mai visto.
Gli occhi erano chiusi, le labbra, dal colore violaceo, atteggiate in un’espressione di serena rassegnazione.
Una bellezza nobile e tragica che la morte, pur con tutta la sua prepotente violenza, non aveva osato scalfire, limitandosi a cristallizzarla in un’immagine immobile e struggente, per l’eternità.
«Chi…?» balbettò Fergus confuso allentando la presa sulla daga.
«Si chiamava Eleanor ed era la moglie del Duca di Sandish» disse l’incappucciato.
«Com’è morta?» domandò ancora Fergus, incapace di distogliere lo sguardo dalla donna.
«E’ morta d’amore…» rispose lo straniero con la voce velata di un’asprezza nuova, diversa dal solito. «Amore per l’uomo sbagliato…»
Fergus guardò il suo interlocutore sempre più confuso.
«Un miserabile, un uomo da niente… un patetico pagliaccio vigliacco e bugiardo…» nella sua voce adesso c’era una nota di vibrante disprezzo, «le aveva promesso di amarla per sempre… e che non l’avrebbe mai abbandonata. Ma quando il Duca ha scoperto il tradimento ha avuto paura ed è scappato…» continuò l’incappucciato, che adesso non stava più parlando con Fergus, ma rivolgeva le sue parole al vento, alla bara, alla donna che aveva amato e, forse, a sé stesso.
«Il Duca non poteva accettare il tradimento, così l’ha condannata a morte, per impiccagione, in pubblico… e quella nullità dell’uomo che diceva di amarla non ha avuto neanche il coraggio di avvicinarsi a quella piazza, per dirle addio almeno con lo sguardo. Ha avuto paura di cercare i suoi occhi spaventati un’ultima volta… ha avuto paura di essere catturato e di fare la sua stessa fine e quindi è rimasto nascosto, nell'ombra, come un topo. Così lei è morta sola, tradita, anche nella morte, da quel misero omuncolo che le aveva giurato amore eterno…»
Fergus annuì. Adesso capiva tutto.
«Poi…» continuò l’incappucciato, «il Duca ha ordinato che fosse seppellita lontano dai suoi possedimenti, in un posto sconosciuto a tutti, perché nessuno potesse piangerla.
In realtà avrebbe voluto darla in pasto alle banshee, ma era pur sempre sua moglie, era una nobile. Non ha potuto rifiutarle i riti sacri e l’imbalsamazione, quindi l’ha fatta nascondere a tutti… e a me.
Ho dovuto corrompere un po’ di persone, ma alla fine ho scoperto il nome della collina e sono venuto qui per… fare quello che non ho avuto il coraggio di fare in quella piazza: dirle addio…»
Fergus sentì come una morsa al petto. Un misto di dolore e pietà per quella giovane donna e per il suo amante. E per suo padre e sua madre, costretti a vivere quella vita di stenti, e per Emma, che aveva ingannato con quelle sue parole zuccherose.
In quel momento sentì sulle proprie spalle il peso dell’intero universo, che schiacciava verso il basso, senza pietà. Così si inginocchiò e mormorò le parole di una vecchia preghiera.
L’incappucciato era immobile, come una statua di dolore.
Poi una goccia cadde ai suoi piedi. Una lacrima, scivolata dal suo volto nascosto.
Lo straniero stava piangendo.
Fergus lo guardò incerto.
L’altro mise mano alla cintura e gli buttò il sacchetto con le monete.
«Adesso vattene…» disse con voce rotta. «Lasciami col mio amore, lasciami solo…»
Fergus annuì. Indietreggiò, continuando a guardare lo straniero, infine si voltò e si avviò con passo strascicato lungo il crinale.
E mentre Fergus si allontanava, l’incappucciato cominciò a seppellire la donna amata, per dirle addio, a modo suo, sulla cima desolata della Moher Hill.
Fergus infilò il sacchetto di monete al sicuro, all’interno della tunica. Erano solo trenta monete d’argento, ma forse bastavano per riscattare Emma da suo padre e sposarla.
E poi, chissà? Un lavoro da qualche parte lo avrebbe trovato.
Mentre questo pensiero gli attraversava la mente, sentì i piedi farsi più leggeri e accelerò il passo.
Era come se, dopo quelli che sembravano mille anni, qualcuno avesse sollevato l’enorme peso che gli gravava sulle spalle e sul petto.
Poi… mentre accelerava il passo, una lacrima cadde dall'alto, proprio davanti a lui. E poi un’altra ancora…
Si guardò intorno stupito, poi alzò lo sguardo verso il cielo…

Stava piovendo.  

domenica 31 agosto 2014

INCIPIT

Breve spiegazione.
Come ho già scritto qua e là su facebook, in questo periodo ci sono cinque diverse storie (vale a dire cinque potenziali romanzi) che mi frullano per la testa.
Il problema è che non riesco a decidere su quale dei cinque concentrare le mie energie. Avrei quindi pensato di chiedere la vostra gentile collaborazione, postando qui i cinque INCIPIT più o meno estesi e chiedendovi di esprimere una preferenza.

Grazie ancora...
Dario

INCIPIT n°1
L'Artiglio Dimenticato
(genere epic/low fantasy)


Prologo: anno 1000 della terza era

L'arena era gremita di gente.
Gli uomini del Lagin e dell'Elagon erano accorsi per assistere al duello e ora occupavano disordinatamente gli spalti e l'area erbosa tutt'intorno all'arena, aspettando con impazienza l'ingresso dei due campioni.
Sul lato settentrionale erano stati elevati i Palchi Reali per il Re dell'Elagon e la sua corte. Mahan dalle Cento Braccia, il Gran Maestro dell'Ordine di Lynn Cerrig sedeva alla destra del monarca, mentre il suo Gran Consigliere, Drystan del Drago Rampante occupava il palco inferiore con una rappresentanza dei Leoni Rossi.
Esattamente di fronte a loro, sul lato opposto dell'arena, una struttura analoga ospitava il Re del Lagin, il suo seguito e i rappresentanti del Sentiero d'Acciaio.
Il sole era sorto da tre ore e da tre ore lottava per aprirsi un varco tra la pesante coltre di nubi che annunciava l'approssimarsi del temporale. Ma neanche la più spaventosa delle tempeste avrebbe potuto fermare il “Giudizio delle Spade”.
Finalmente, dopo quasi 20 anni di attesa, lo scontro tra due campioni avrebbe stabilito una volta e per sempre le sorti del Principato d'Aquitaiòn.
Dal suo comodo scranno Drystan lasciò che lo sguardo vagasse senza una meta precisa, com'era sua abitudine fare prima di un duello, per allentare la tensione, anche se, questa volta, non sarebbe toccato a lui scendere in campo. Sorrise mestamente di sé stesso, pensando che certe abitudini sono dure da perdere, poi sospirò profondamente e cercò di assaporare l'atmosfera circostante, senza pensare a nient'altro.
Anche se era praticamente certo dell'esito, una parte di lui avvertiva la stessa strisciante tensione e la pulsante eccitazione delle centinaia di persone che erano accorse da tutta la regione per assistere al giudizio.
Vent'anni di guerre. Vent'anni di complicati giochi politici, trattative segrete, alleanze, tradimenti e ancora guerre, sanguinose, spietate... come solo le guerre possono essere. Adesso, finalmente, in base ad un accordo stipulato sull'onda della paura che, una terza guerra, più terribile di quelle che l’avevano preceduta potesse consegnare entrambe le nazioni ai barbari orientali, un unico duello avrebbe posto fine ad ogni controversia, per sempre.
Il principato sarà nostro, pensò Drystan, e tutto quello che abbiamo sacrificato a questo insensato conflitto avrà un senso...
L'annessione non gli avrebbe certo restituito l'uso del braccio, o tutti i fratelli morti in battaglia. Non avrebbe cancellato il tradimento di Owein, né la battaglia del passo di Brug. Di questo Drystan era ben consapevole. Ma, almeno, avrebbe reso tutto più... accettabile.
O per lo meno, questo era quello che sperava.
Finalmente, il Gran Cerimoniere, diede l'ordine di suonare le cornamuse. Il cancello settentrionale venne aperto, e il Campione di Lynn Cerrig entrò nell'arena.
Gwern dalle ali d'argento varcò la soglia a piedi, con passo deciso, a capo scoperto, come voleva la tradizione, accompagnato da uno scudiero e dal suo serjeant. Si fermò al centro dell'arena, e porse lo scudo ai due uomini che lo assistevano che lo sollevarono in alto, perché tutti potessero vederne lo stemma: un’aquila argentata in campo celeste.
Poi il cavaliere si spogliò del mantello rosso, che fu preso in consegna dal suo serjeant e restò solo ad attendere il suo avversario, con la sottile cotta di maglia argentata che scintillava al sole, stretta in vita da una fascia di seta scarlatta.
Ad un altro cenno del Gran Cerimoniere le cornamuse squillarono nuovamente, e fu aperto il cancello meridionale.
Entrò l'uomo del Lagin, da solo, accompagnato da un sommesso mormorio di sorpresa. Non indossava il mantello bianco simbolo e vanto dei seguaci del Sentiero d'Acciaio, ma era abbigliato di nero, con una tunica dall’ampio cappuccio che gli copriva il volto. E quando sollevò lo scudo, tutti poterono vedere il suo blasone, che era composto dal profilo di due corvi che si fronteggiavano.
Drystan, dal suo palco, ebbe un sussulto, e mentre la sua mano sinistra si serrava convulsamente intorno al polso destro, mormorò una sola parola, a bassa voce: Owein!


INCIPIT n°2
Mitologia di Harlan
Storie di minatori del Kentucky
uomini, donne e varia umanità
(genere indefinibile: drammatico, umoristico, surreale)

Where the sun comes up about ten in the morning
And the sun goes down about three in the day
And you fill your cup with whatever bitter brew you're drinking
And you spend your life digging coal from the bottom of your grave
In the deep dark hills of eastern Kentucky
That's the place where I trace my bloodline
And it's there I read on a hillside gravestone
You will never leave Harlan alive
(song by scott, darrell)

La prima cosa che ricordo, di quando arrivai ad Harlan, sono le montagne decapitate.
Me ne avevano parlato certo, e avevo visto qualche foto ingiallita, ma lì dal vivo, era tutta un’altra cosa… ed erano uno spettacolo così assurdo, così impensabile, che restai imbambolato a fissarle senza riuscire a capire.
Un vecchio dalla faccia scavata come un canyon, nel vedere quella mia espressione confusa, sorrise e mi disse: “So cosa stai pensando ragazzo, è come se l’immensa mano di Dio, reggendo un coltello, le avesse scalpate per prendersi un trofeo da portare lassù in cielo o giù all’inferno, a seconda di dove viva quel dannato. Solo che non è stato dio a decapitare quei monti…” aggiunse con ghigno sdentato, “ma le compagnie minerarie e il loro trofeo non sono le cime delle colline, ma il carbone. Mentre il prezzo…” fece una lunga pausa, “beh quello siamo noi…” .
Fu così che imparai che se nasci ad Harlan hai una sola possibilità per sopravvivere: fare il minatore. In ogni famiglia di Harlan ce n’è o ce n’è stato uno. Ogni famiglia ha pagato col sangue quel carbone.
La seconda cosa che mi colpì, quando arrivai ad Harlan… fu lo sguardo delle persone: quelli che vivono ad Harlan hanno lo sguardo spento di chi non crede più nel futuro, eppure, in quello sguardo senza speranza, c’è la luce determinata di chi ha deciso che scaverà con le unghie e con i denti in quelle fottute miniere, e sputerà sangue e tossirà carbone, ma resterà aggrappato a quella vita, per quanto possa essere una vita di merda, fino a che sarà in grado di respirare.
È gente dura quella. Gente che ha imparato cosa vuol dire strisciare nelle viscere della terra e risalire con la pelle impastata di sudore e polvere di carbone… col respiro che è quasi un rantolo e gli occhi che bruciano. Con le braccia e le gambe così stanche che hai appena la forza di darti una sciacquata e cadere sul letto per poi ricominciare tutto daccapo, il giorno dopo.
Ma cazzo, quella è la loro vita e loro ci restano aggrappati, giorno dopo giorno, fino a che da quel letto non si alzano più.
La terza cosa che non dimenticherò mai più, di quando arrivai ad Harlan… è il cimitero dei minatori. E come se quella stessa mano gigantesca di Dio, dopo aver decapitato le montagne, avesse deciso di restituire in qualche modo al mondo, ciò di cui l’aveva privato. E quegli alberi che adesso non crescono più sulle colline… sono diventati una distesa di croci e di lapidi, alla periferia di Harlan.
“Ce ne dovrebbero essere molte di più” mi disse un uomo, notando la mia espressione, “ma una delle concessioni che ci fa, questa vita, è che in molti abbiamo il privilegio di scavarci la fossa con le nostre mani. In fondo è proprio quello che facciamo mentre estraiamo il carbone… ci seppelliamo, giorno dopo giorno, un po’ più a fondo”.
Poi cominciò a ridere. Una risata profonda, rauca… che sembrava rimbombare come i rintocchi di una campana che suona a lutto. Una risata che ancora sento nelle mie orecchie.
All'inizio la mia intenzione era stata quella di attraversare Harlan, gettare un rapido sguardo al Saloon di Leroy Brown, di cui mi aveva parlato un tipo giù al sud, e riprendere il mio viaggio verso Cincinnati.
La mia macchina, invece, la pensava diversamente e aveva esalato il suo ultimo respiro proprio dalle parti del cimitero. Non si poteva dire che mancasse di coerenza.
Era esploso un cilindro, o qualcosa del genere. Non avevo capito molto dai farfugliamenti confusi di Big John, l'unico meccanico aperto di sabato sera. Fatto sta che il pezzo di ricambio mancava e doveva farselo spedire da Louisville, ma il corriere, strada facendo, andò a sbattere contro il grosso sedere di una mucca, stranamente ferma in mezzo alla statale, e quindi le cose si protrassero più di quanto fosse previsto.
Dovevo restare ad Harlan non più di mezza giornata... ci restai sei mesi. Passati quasi tutti nel Saloon di Leroy Brown, a parlare con persone di tutti i tipi... ad ascoltare le loro incredibili storie.
Sei mesi più tardi, io che potevo, lasciai Harlan.
 Ma qualcosa di me è rimasta lì, insieme a quegli uomini. E qualcosa di loro è venuta con me…  

INCIPIT n°3
Il Re Senza Nome
(genere dark/urban fantasy)

Come ogni notte Andrea stava camminando sopra le nebbie del nulla.
Succedeva sempre così, appena chiudeva gli occhi il sonno calava rapido come un uccello predatore, e con esso le allucinazioni.
Andrea non sapeva da dove venissero le cose che il sonno portava con sé. Sapeva solo che erano inevitabili e come tali aveva imparato ad accettarle, anche se non gli piacevano neanche un po'.
La nebbia era appiccicosa e prepotente. Gli veniva addosso, gli si avvolgeva intorno ai piedi e lo seguiva... come un cucciolo invadente e noioso. Sempre dietro, sempre lì... a sussurrare parole senza senso. Ossessiva.
E non c'era niente da fare, non c'era modo di liberarsene se non prendendola e dandole una forma... una qualsiasi forma che non fosse più quel viluppo indistinto di nulla.
Così, col tempo, Andrea era diventato molto bravo a impastare la nebbia. Quello che, all'inizio, era nato come necessità. Come l'unico modo per disfarsi di quella presenza fastidiosa, si era trasformato quasi in un gioco. Era un po' come avere una collezione personale di costruzioni dalle potenzialità illimitate. Bastava muovere le mani... gesticolare nella nebbia, che si avviluppava intorno alle dita e poi scorreva via in vortici solo apparentemente caotici che, dopo un po', esaurivano il loro movimento cristallizzandosi in qualcosa. Qualcosa che prima non c’era. Solo che non sempre quel qualcosa era qualcosa di bello.
Per esempio quella notte, le cose non stavano andando per niente bene.
Andrea aveva appena plasmato una brughiera scura... butterata di alberi dalla sagoma scheletrica che protendevano verso l'alto i loro profili contorti. E più in là, un bosco che brulicava di creature davvero poco amichevoli.
Le creature avevano occhi scavati e lattiginosi, senza pupille. Probabilmente non vedevano nulla né al buio né alla luce... ma avevano un buon olfatto e Andrea profumava di pulito.
«Nebbia di merda!» sbottò Andrea vedendo che il branco si avventava verso di lui.
Poi cominciò a correre.
Andrea era molto bravo a correre. Gliel'avevano detto anche a scuola: «sei molto veloce, perché non entri nella squadra di atletica?»
Ma a lui non interessava far parte di una squadra. Quindi non aveva accettato, suscitando la delusione dell’insegnate di Educazione Fisica, che si era sentita quasi tradita dal suo rifiuto.
Il fatto è che a lui piaceva correre perché quando correva si sentiva vivo... e libero. Gli piaceva quella sensazione, di poter arrivare dappertutto... come se la vita fosse il tracciato da percorrere. Un tracciato lineare, senza sbagli, senza decisioni difficili da prendere. Vai avanti, e arriverai al tuo traguardo.
La vita non era così, ovviamente. Ma quando correva poteva illudersi, per qualche attimo, che lo fosse. E questo lo faceva stare bene.
Non era interessato alle gare o alle medaglie. Quindi aveva continuato a correre da solo e, quasi senza accorgersene, era diventato molto veloce... ma non abbastanza.
Le cose dietro di lui erano molto più veloci e cattive.
Le cose lo volevano.
Andrea non sapeva bene se quelle cose dovevano a lui la propria esistenza, o se aveva semplicemente aperto una porta che le aveva portate fino a lì, attraverso la nebbia, e tutto sommato non gli importava neanche tanto. Come non importava a loro, del resto.
Sapeva però che era meglio non farsi raggiungere.
Ce la posso fare, pensò confusamente mentre correva a più non posso, sono io che ho dato forma a questo posto, e quindi posso trovare l'uscita, prima che mi raggiungano!
Le cose, dietro di lui, emisero dei suoni gorgoglianti. Un misto tra il latrato di un cane e il ruggito di una tigre. Non erano parole, ma per Andrea avevano un significato, e il significato era: faremo a pezzi il tuo corpo e la tua anima, prima che tu abbia il tempo di urlare... faremo a pezzi il tuo corpo e la tua anima e li divoreremo, e tu non sarai mai esistito...
Merda. Pensò Andrea, forse non ce la faccio.
Poi vide una specie di stagno, qualche centinaio di metri più avanti.
Uno stagno dall'aria scura e profonda. Quel genere di stagni da cui, normalmente, sarebbe bene tenersi alla larga. Quelli che ingoiano le persone e restituiscono i loro cadaveri a distanza di mesi.
Normalmente chiunque si terrebbe lontano da un posto del genere.
Ma quello che stava succedendo poteva definirsi in mille modi, tranne che “normale”. Quindi Andrea puntò con decisione verso lo stagno e, un attimo prima che una delle cose che lo inseguivano avesse modo di artigliarlo, vi ci si tuffò dentro.
Per un attimo l'acqua gelida dello stagno ribollì furiosamente, mentre Andrea andava giù.
L'acqua gli entrò nella bocca e anche nel naso, e da lì invase i polmoni colpendo, dall'interno, come una martellata... poi Andrea emise un gemito soffocato...
...e si svegliò.

INCIPIT n°4
Il Pianto di Giuda
(genere drammatico)

Prima
«Che stai facendo?»
«Non lo vedi? Un cazzo… non sto facendo un cazzo.»
«E che ci devi fare con quella?»
«Con cosa?»
«La pistola.»
«Ah quella!»
Sorride rigirandosela tra le mani
«E' una mia cara amica... se vuoi te la presento...»
«Dalla a me, che è meglio…»
Lui guarda di nuovo la pistola. Sembra rifletterci un attimo, poi stringe nuovamente la mano sull’impugnatura.
«Naaaa... mi sa che la tengo ancora un po' qui con me.»
«Dammela» ripeto «prima che qualcuno si faccia male.»
«E perché? Tanto lo sapevamo tutti e due fin dall’inizio che doveva andare a finire così…»
«E chi lo dice? Andiamo, dipende solo da noi…»
«Noi?»
«Da te... dipende solo da te, cazzo... Simon!»
«Appunto.»

Adesso
Stavo sognando.
Non ricordo esattamente cosa, ma si trattava di un bel sogno, almeno a giudicare dalla sensazione che mi è rimasta appiccicata addosso.
Non mi capita spesso di fare sogni piacevoli.
In genere sogno Simon. A volte ha lo stesso sorriso di superiorità del cazzo che gli ho visto l’ultima volta che ci siamo incontrati, altre volte gli manca metà della testa, ma sorride lo stesso con quell’aria un po’ provocatoria di chi ha sempre il controllo della situazione, ha previsto ogni cosa e sa che tutto andrà esattamente come aveva stabilito.
Stronzo che non era altro.
Questa notte no però. Mi ha lasciato in pace, e stavo facendo un bel sogno… fino a quando la luce non è venuta a svegliarmi, con quel suo tocco prepotente e imperioso, disperdendo le ombre che così gentilmente erano venute a tenermi compagnia in quel pozzo scuro che sono io.
Ho cercato di resisterle, per qualche minuto, tenendo ostinatamente gli occhi chiusi, ma sapevo benissimo che era inutile. Come sempre, alla fine, avrebbe vinto lei.
Così mi sono alzato, imprecando a mezza voce ed ho permesso al mio sguardo di vagare intorno, infastidito…
Odio la luce del giorno.
E’ così… indiscreta.
Non le si può nascondere nulla, arriva dappertutto, e io, invece, ho troppe cose da nascondere. Lo sguardo ogni giorno un po’ più stanco. I muscoli ogni giorno un po’ più flaccidi, segnati dal tempo e dalla mia incuria. I capelli che stanno cominciando ad ingrigirsi… la bottiglia di birra sotto il letto. Troppe cose da nascondere…
Ma a lei cosa importa?
Lei deve fare il suo maledetto dovere, tutti i santissimi giorni che Dio mette in terra. E’ precisa, lei… puntuale. Arriva con l’alba, e se ne va al tramonto.
Mai una volta che mi sorprenda facendo qualcosa di diverso.
Pensa solo a fare il suo lavoro, lei, sempre. E mi ricorda, ogni volta, che io dovrei fare il mio.
Vada a farsi fottere!

INCIPIT n°5
Mago
Una Sorella è pur sempre una Sorella
(genere fantasy umoristico)


Una delle cose che ricordo più chiaramente del periodo passato all'Accademia delle Arti Magiche Riunite, fu il corso di specializzazione in alchimia tenuto da Raimondo di Sangro, principe di Sansevero.
Ricordo che arrivò in classe con quella sua aria un po' truce, quell'aria di superiorità della nobiltà napoletana del 1700. Ci guardò uno per uno per uno e poi disse: «Adesso che avete imparato quelle tre o quattro formulette magiche del corso di base è molto probabile che vi sentiate speciali, potenti, invincibili... beh ho una notizia da darvi: non lo siete. Voi siete...» ci guardò di nuovo, sfoggiando un sorriso che ci fece rimpiangere l'aria truce, «...poco più che dei patetici giocolieri che fanno complicatissimi esercizi con sfere di cristallo piene di altofuoco. E non importa quanto crediate di essere bravi, prima o poi ne farete cadere una... è inevitabile. Succede tutti... anche a me. E' così che son morto. Quindi, la prima lezione che voglio darvi è più che altro un consiglio che farete bene a tenere sempre a mente: volate basso, ragazzi. Volate sempre molto basso! In questo modo, quando cadrete, vi farete un po' meno male... forse...»
In generale il corso di alchimia si rivelò di una noia mortale, ma quel primo avvertimento no. Quello è stato la base su cui ho edificato tutta la mia carriera di mago.
Volare basso... sempre.
Ora, riconsiderando tutto quello che è successo nelle ultime settimane, e il fatto che mi sto avviando verso il secondo girone infernale, per discutere con Minosse le condizioni del rilascio di mia sorella, direi che più basso di così non si poteva proprio volare... ma probabilmente non è a questo che si riferiva il principe di Sansevero.
Comunque, ormai è tardi per tornare indietro.
Sopra di me, quelli delle Logge Luminose mi danno la caccia per aver infranto il patto di neutralità.
Sotto di me, nei Decumani Demoniaci, hanno sequestrato mia sorella e intendono condannarla per l'eternità...
Considerando che l'unico responsabile di tutto questo casino sono io, spetta a me porvi rimedio, in un modo o nell'altro.
«Ancora non ci credo che siamo finiti all'inferno...» si lamentò il mio amico Daniele scuotendo il capo.
«Già» risposi.
«E adesso... che si fa?»
Restai un attimo in silenzio, poi parlai cercando di assumere un tono convincente: «Adesso andiamo da quel gran cornuto di Minosse e gli facciamo un culo a tarallo!»