domenica 13 dicembre 2015

Una parola al giorno (o quasi): SERIETA'

Stamattina c'erano le gare di atletica.
Si correva la staffetta 4x100.
Per chi non lo sapesse, la staffetta 4x100 prevede 4 atleti che corrano ognuno 100 metri.
Quando gli atleti hanno 12 anni, la sfaffetta 4x100 prevede anche 4 o più genitori che accompagnino i figli sul luogo in cui si svolgerà la gara, anche se si corre a prima mattina, anche se magari si rompono i coglioni. Anche se in queste domeniche c'è da fare lo shopping Natalizio.
E se i figli sono capricciosi, la staffetta 4x100 prevede che i genitori dicano quelle cose strane tipo: "ci sono altri tre ragazzi che ti aspettano, che si sono alzati per tempo, sono andati sul posto e se tu non dovessi presentarti, all'ultimo momento, senza un perché, non potranno partecipare alla gara. Hai preso un impegno e ora lo devi mantenere, è una questione di serietà e di rispetto".
Cose così. Di una banalità così imbarazzante da poter sembrare, all'apparenza, scontate.
E infatti, come volevasi dimostrare, il quarto ragazzino della squadra di mio figlio non si è presentato.
E' andata a finire che, al momento della gara, lo hanno dovuto sostituire con un ragazzino di 9 anni, assolutamente eroico, che si è dovuto confrontare con avversari che lo sovrastavano di 3/4 anni (e a quell'età si sentono tutti).
Quando Luca, che correva il quarto finale, ha ricevuto il testimone, gli avversari avevano già tagliato il traguardo.
Ha corso lo stesso impegnandosi al massimo. Per quel che valeva, avrebbe potuto anche saltellare un piede sì e l'altro no, ma ha corso come un pazzo. Lui.
E' una questione di serietà.


mercoledì 25 novembre 2015

Una parola al giorno (o quasi): FAKE


C'era una volta il profilo fake.
E c'è ancora.
Una delle innumerevoli e meravigliose possibilità offerte dalla rete è quella di rubare il profilo di un altro e indossarlo come un completino firmato, pavoneggiandosi di qua e di là con un certo autocompiacimento o, in alternativa, creare il proprio profilo falso con certosina pazienza, fino a renderlo credibile, per poi sparare cazzate e trollare nei vari gruppi o forum che siano.
In fondo, ci si deve pur divertire in qualche modo, no?

Ma poiché al peggio non c'è mai fine, accanto ai profili fake, con cui tutti ormai abbiamo imparato a convivere, negli ultimi anni si è sviluppato un altro fenomeno ben più insidioso, quello della notizia fake.
A parte i siti di satira, in cui la falsa notizia è presentata in un contesto solo apparentemente credibile, ma senza nessuna intenzione di fare disinformazione, il web dilaga di false notizie, di finti allarmi, di indignati proclami che sono solo incommensurabili cazzate, ma che in men che non si dica, vengono ritwittati, condivisi, spammati e spalmati ovunque, senza che a nessuno venga il dubbio di fare una minima verifica.
Si tratta, a conti fatti, dell'evoluzione (o involuzione) del classico pettegolezzo da vecchia comare di paese inacidita, assunto a nuova gloria grazie al potenziamento tecnologico.
Ecco dunque fiorire in modo quasi compulsivo segnalazioni di fantomatici pedofili, di oscuri magheggi del parlamento, malattie in arrivo, cospirazioni delle lobby omosessuali a favore della diffusione di chissà quali ideologie, complotti delle multinazionali, chip sottopelle e altre colorite corbellerie, che una buona parte dell'utenza prende per vere dimenticandosi che non ci vuole niente a verificare una notizia prima di diffonderla.

Un esempio recente, emblematico di questo fenomeno, è costituito dalla falsa notizia secondo la quale lo IOR sarebbe azionista della Beretta. Notizia gustosissima, ma priva di fondamento, che in brevissimo tempo ha fatto il giro dei social suscitando un certo scalpore.
La foto che accompagnava la falsa notizia era troppo divertente e inquietante per passare inosservata e merita, di per sé, un certo plauso. Ma la notizia è solo l'ennesima social-bufala e coglierei l'occasione per invitarvi a fare una cosa semplicissima, prima di condividere col mondo la vostra indignazione: usate quel cazzo di motore di ricerca per fare un rapidissimo controllo. Ci vuole davvero poco per verificare una notizia, non costa niente e, da un lato, vi permetterà di non rendervi complici di una manica di cazzoni che fanno disinformazione e dall'altro vi impedirà di passare per coglioni.
Scusate se è poco.

domenica 22 novembre 2015

Una parola al giorno (o quasi): 007


Quando ero ragazzo adoravo l'agente 007. 
C'è da dire che erano altri tempi, quelli, e alle avventure dell'agente segreto britannico si poteva perdonare una certa ingenuità di fondo perché la visione romantica, edulcorata ed anche un po' "cazzona" dei servizi segreti e dei loro antagonisti finiva per porsi in secondo piano rispetto al fascino delle ambientazioni, all'originalità del contesto e alla faccia da impunito di Sean Connery.

A distanza di tanti anni, ovviamente, le cose sono cambiate e il nostro eroe è profondamente maturato seguendo un percorso di crescita, in modo da soddisfare pienamente le esigenze del pubblico attuale che è molto più smaliziato, concreto ed esigente... o forse no?

LA SEDUZIONE SECONDO JAMES BOND
- Ciao sono Bond, James Bond e ho ammazzato tuo marito... scopiamo?
- Ok, ma prima ti do uno schiaffo.

LA SEDUZIONE SECONDO JAMES BOND parte 2
- James tu rappresenti tutto quello che maggiormente disprezzo!
- ... (sguardo carico di ficaggine)
- Non riusciresti mai a rinunciare a questa vita, perché sei un cacciatore...
- E' vero. Adesso che abbiamo avuto due minuti di approfondimento psicologico, possiamo scopare?
- Ok...

LO SPIONAGGIO SECONDO JAMES BOND

- C'è un posto, in mezzo al deserto, in cui credo si nasconda il capo della spectre...
- E come vuoi procedere?
- Andiamo lì e ci presentiamo disarmati, se non ci ammazzano subito qualcosa mi inventerò...

I DIALOGHI DI JAMES BOND
- Allora James, perché sei qui?
- Per ucciderti.

- Pensavo fossi venuto per morire
- E' una questione di prospettive...
- No è che sei venuto da solo, come un cazzone, e sei circondato da un esercito. Mi sa che ti torturo...
- Ops...


I GADGET DI JAMES BOND
- Quest'orologio è una bomba...
- Nel senso che è molto preciso?
- No, nel senso che è una bomba.

L'ARCHITETTURA SECONDO JAMES BOND
- In questo edificio da demolire, metterei una bella rete di sicurezza tipo circo...
- A cosa cazzo dovrebbe servire una rete da circo in un edificio da demolire?
- Secondo me serve, fidati...

L'INTELLIGENCE DI JAMES BOND
- Al giorno d'oggi, l'unica cosa che conta davvero sono le informazioni...
- Infatti, se mi avessero informato prima sarei andato a vedere un altro film.

LA FARINA SECONDO JAMES BOND
- Il programma doppio zero è stato cancellato...

LA POESIA DI JAMES BOND
- Lei è come un aquilone che volteggia in un uragano, signor Bond!
- E che vuol dire?
- Che gli sceneggiatori non dovrebbero ubriacarsi mentre lavorano.

domenica 1 novembre 2015

Una parola al giorno (o quasi): DOLCETTO

Dolcetto o dolcetto?

Ieri sera, mentre passeggiavo per il Vomero, ho incrociato orde di bambini impegnati nel tradizionale (si fa per dire) “dolcetto o scherzetto”. Ho potuto così notare l’evoluzione del fenomeno che, adesso, si svolge per lo più in questo modo:
a)     Le mamme accompagnano i figli munite di una busta piena di caramelle, cioccolatini e altre leccornie.
b)     Prima che i bambini facciano irruzione in un esercizio commerciale o un appartamento, le mamme li precedono e riforniscono di dolcetti le “vittime”.
c)     I bambini irrompono e, grazie ai rifornimenti effettuati dalle mamme, le loro richieste vengono ampiamente soddisfatte: SEMPRE.
 
il bambino incontrato ieri al Vomero, tra 18 anni
Ora… io mi rendo perfettamente conto che, al giorno d’oggi, un ragazzino di 8 anni, di fronte a una risposta negativa, potrebbe subire un trauma di portata incalcolabile in grado di trasformarlo per l’eternità in un infelice complessato. Capisco, dunque, che una mamma  protettiva possa correre ai ripari per far sì che questa malaugurata ipotesi non si verifichi.
Ma non posso fare a meno di domandarmi come sia possibile che tutti noi, che siamo cresciuti in un periodo in cui tutta questa sensibilità genitoriale difettava e le teorie psicologiche non governavano ancora sovrane, si sia sopravvissuti mantenendo una parvenza di sanità mentale.
Sinceramente non so dire chi stia messo peggio tra noi e la generazione attuale, ma credo che soddisfare sempre le richieste dei nostri figli anticipando ogni possibile intoppo in modo da non creare alcun tipo di frustrazione, sia, alla lunga, un rimedio ben più dannoso del danno che si propone di prevenire.
Non vorrei che stessimo crescendo una generazione di viziati infantili e smartphone dipendenti e mi chiedo: quando, tra tanti Halloween baciati dalla fortuna, quel bambino di 8 anni ormai diciottenne si troverà di fronte al primo vero NO, in ambito scolastico, lavorativo o sentimentale, quando, per la prima volta, le cose non andranno come lui avrebbe voluto, in che modo potrà confrontarsi con questo improvviso, imponderabile, imprevedibile e inaccettabile rifiuto?

Non so... secondo me non la prenderà tanto bene…

sabato 31 ottobre 2015

Una parola al giorno (o quasi): PAROLE

Le parole sono gratis.
Forse è per questo che nella vita e nei social abbondano e trabordano.
Fiumi impetuosi di parole buttate senza criterio, sparate affrettatamente senza che, dietro, ci sia un pensiero, una volontà di comunicare davvero.
La questione, alla fine, è tutta lì. Perché, alcuni ne saranno sorpresi, ma le parole non hanno un’esistenza autonoma. Non sono autosufficienti. La loro esistenza dovrebbe avere una funzione e quella funzione dovrebbe essere comunicare qualcosa e per voler comunicare qualcosa sarebbe auspicabile che le parole fossero l’espressione di un pensiero più o meno compiuto e che quel pensiero fosse effettivamente un Pensiero e non l’equivalente di una flatulenza prodotta dalle sinapsi cerebrali.
Forse, se le parole avessero un prezzo, si sarebbe portati a pensare, prima di spararle tutt’intorno un po’ a cazzo, ma le parole sono gratis… questo è il problema.

Faccio un paio di esempi banalissimi.

ESEMPIO 1
Amazon Answer.
Quel servizio di domande e risposte per cui, se sto per comprare un articolo su amazon, posso chiedere delucidazioni ai clienti che lo hanno acquistato prima di me.
Poniamo il caso che io stia valutando l’opportunità di comprare un lettore mp3, ma tra le specifiche tecniche non siano elencati tutti i formati supportati, posso accedere al servizio di Amazon e chiedere agli altri utenti: “Sapete dirmi se legge anche i flac?”

E’ quasi matetematico che il primo a rispondere sarà l’utente UNGOBONGO pronto a dire:
“Non lo so, perché io ascolto solo mp3”.
Grazie per la sollecitudine UNGOBONGO, ma mi chiedo: se non lo sai, cosa cazzo hai risposto a fare? Di che utilità può essermi la tua risposta? Non potevi, per esempio, dedicarti a un’attività più produttiva tipo la lobotobia prefrontale che, tra l’altro, non posso escludere a priori ti sia già stata praticata?
Il dramma è che UNGOBONGO non è l’unico. Ci sono orde di UNGOBONGHI pronti a rispondere, tra l’altro cose tipo: “non lo so mi è appena arrivato, devo ancora aprire la scatola…” o “L’ho regalato a mio nipote, quindi non lo so”.

ESEMPIO 2
Forum di fotografia.

Ho scattato delle foto a mio figlio che faceva mountain bike, ma ho avuto problemi nella messa a fuoco. Poiché non sono un fotografo esperto chiedo consiglio come impostare l’af e gli altri parametri per ottenere risultati migliori.


Il fratello di UNGOBONGO, che si chiama CAZZOPARLO, mi risponderà:
“Il problema non è tanto l’autofocus, af-c va bene, e i tempi di scatto che hai usato sono adeguati, ma per il futuro, cerca soggetti più interessanti…
Ora, mio caro CAZZOPARLO, io lo so che tu probabilmente sei un fotografo scafatissimo e super professionale che, se non deve fotografare Valentino Rossi che prende a calci Márquez, non si scomoda neanche a uscire di casa. Le tue foto saranno anche bellissime e forse, se mi avessi dato consigli sulla composizione, per quanto non richiesti, li avrei apprezzati. Ma il soggetto in questo caso è mio figlio, perché non devo partecipare a una mostra fotografica e per me, ti sorprenderà saperlo, mio figlio è un soggetto interessante, quindi spiegami, a cosa dovrebbe servirmi il tuo consiglio?

(apro una parentesi dedicata agli aspiranti fotografi): CAZZOPARLO, se avesse voluto aiutarmi, avrebbe potuto dirmi che, a volte, soprattutto quando ci sono molti elementi di disturbo, è consigliabile usare l'af-c a punto singolo, inseguendo il soggetto, perché con l'af-c dinamico a 9 o a 21 punti c'è il rischio che l'af non centri il soggetto)

In entrambi i casi parliamo di parole inutili. Buttate lì tanto per dar fiato alle trombe e, in questo caso, ai polpastrelli.  Parole che sono perfettamente esemplificative di questa società multimediale  in cui non importa se non hai un cazzo da dire, basta che parli, perché esserci è quello che conta. Nel primo caso assistiamo alla totale assenza di pensiero, nel secondo alla presenza di un pensiero invasivo e presuntuoso, in cui il CAZZOPARLO di turno, generalmente frustrato e in cerca di gloria e autocelebrazione, deve dimostrare di essere migliore di te o, quanto meno, che tu sei una pippa abissale.


Quindi, niente, mi chiedevo… non è che possiamo mettere un prezzo alle parole?

giovedì 29 ottobre 2015

Una parola al giorno (o quasi): NOSTALGIA

Quando ero piccolo mio padre mi portava a tagliare i capelli dal suo barbiere.
Era una sorta di rito iniziatico maschile riservato a noi due, senza la presenza di donne, mogli o mamme che fossero.
Benché abitassimo al Vomero, papà continuava imperterrito ad andare da Gigino, che si trovava a Mergellina. Cambiare per uno più vicino era un concetto che non lo sfiorava minimamente perché Gigino era il suo barbiere da sempre e credo che mio padre lo avrebbe considerato un atto contro natura. E poi, forse, tornare a Mergellina lo faceva sentire vicino alle proprie origini, chi lo sa?
Gigino era un uomo d’altri tempi. Uno che aveva fatto la guerra. Uno che badava solo a tagliare i capelli, senza troppi fronzoli.
Me lo ricordo coi suoi capelli grigi sempre impeccabili e l’aria un po’ austera, ma sempre sorridente.
Paragonato a molti dei barbieri di oggi, Gigino diventa una figura estremamente sobria e carismatica. Era uno che usava solo forbici e pettine e non le macchinette, i trimmer e altre diavolerie moderne. Lui non stava lì a venderti questo o quello sciampo grandioso, quella lozione di marca, quel gel fantasmagorico. Mica era un venditore o un rappresentante di cosmetici! Lui era un barbiere: tagliava e basta.
E tra una forbiciata e l’altra chiacchierava con mio padre e si raccontavano delle loro vite, dei ricordi di ragazzi e di altre cose che, all’epoca, non potevo capire.
Non so. Fatte le dovute proporzioni e rapportandoci al mondo calcistico, potremmo dire che Gigino stava ai barbieri moderni, così come Kempes sta a Beckham. Tanto per dire.
Gigino era uno semplice, senza fronzoli. Venendo dalla guerra e da anni duri, in cui bisognava arrangiarsi, in un modo o  nell’altro era diventato uno che non badava tanto alle apparenze quanto alla sostanza.
Era una generazione che è un po’ scomparsa, almeno qui in Italia. Gente che faceva il necessario con quello che aveva a disposizione, senza star troppo a  riflettere sul perché e il percome.
L’esemplificazione di questo modo di vivere sta tutta nella cura che escogitò per i miei capelli grassi.
Nel passaggio da fanciullezza ad adolescenza, infatti, i miei capelli mutarono improvvisamente trasformandosi in una specie di foresta sebacea e, ovviamente, mio padre si rivolse a Gigino.
Gigino ci pensò un attimo, e poi gli disse di usare il LIP (un detersivo in polvere per capi delicati), opportunamente diluito.
Papà non discusse. Eseguì.

Che vi devo dire?  Mio padre era un tipo strano, gli piaceva spiazzare le persone e credo che trovasse tutto molto divertente.  Secondo me, per lui, vedere le reazioni stralunate di amici e parenti quando spiegava con ostentata naturalezza quale fosse la cura per i miei capelli grassi, costituiva un momento così impagabile da far passare in secondo piano il fatto che, forse, lavarmi i capelli con un detersivo, potesse essere una gran stronzata.
Io all’epoca non capivo una ceppa e mi facevo ‘sti sciampi assurdi senza protestare. Quindi siamo andati avanti così per un annetto o due, fino a che il buonsenso non ci ha suggerito di tornare a rimedi più consoni.
Miracolosamente non sono diventato calvo. Ma da allora devo farmi lo sciampo tutti i giorni, altrimenti i miei capelli diventano inguardabili.
Non so se sia colpa di Gigino. Probabilmente sì, almeno in parte, però non riesco ad avercela con lui. Mi manca il mondo che rappresentava. Un mondo semplice, forse un po’ sprovveduto, anche superficiale, ma genuino, che ormai non c’è più. E anche se, da piccolo, andare  fino a Mergellina per tagliarmi i capelli con mio padre mi sembrava una gran rottura di palle, adesso quei momenti mi mancano. Mi mancano quelle chiacchierate interminabili tra Gigino e mio padre. E mi manca lui, ovviamente.

Il Lip no, però. Di quello non sento proprio la mancanza.

martedì 6 ottobre 2015

Una parola al giorno (o quasi): INTIMITA'

SARA: "Che cos'hai?"
PAOLO: "Niente"

Sara lo guarda in silenzio, non sembra convinta.

SARA: "Sicuro?"
PAOLO (a disagio): "Non mi va di parlarne..."
SARA: "perché?"
PAOLO: "Cerca di capire, ci... ci sono sono cose che non si possono dire..."
SARA: "Neanche a me?"

Paolo esita.

PAOLO: "Neanche a te..."

Sara resta in silenzio e cerca di metabolizzare quelle parole. Cerca di dare un senso a quel silenzio, a quella negazione di contatto che non riesce ad accettare.

SARA: "Neanche su facebook?"

Paolo si blocca colpito. Riflette, profondamente, Poi scuote il capo sofferto.

PAOLO: "Neanche su facebook"

Sara indietreggia sconvolta, mentre Paolo annuisce devastato da quella affermazione che, in qualche modo, è una sorpresa anche per lui.

PAOLO (a bassa voce, lacerato): neanche su facebook...