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domenica 6 marzo 2016

Una parola al giorno: VERITA' (2) - per un pugno di clic

Nel film Eroe per Caso, Bernie Laplante (interpretato magistralmente da Dustin Hoffman) dice:
“[…] la gente non fa che parlare della verità, tutti sanno sempre qual è la verità: come se fosse carta igienica, o qualcosa di cui hanno la provvista nella credenza. Man mano che cresci, capisci che non esiste la verità: esistono solo le stronzate. Stratificate: uno strato di stronzate sopra un altro. E quello che fai nella vita, una volta cresciuto, è solo la scelta dello strato di stronzate che preferisci: che diventano le tue stronzate. Ecco. Capito?”

Questa frase mi ha sempre colpito perché, manco a farlo apposta, contiene una profonda verità e fotografa l’atteggiamento dell’utente medio di internet.
La rete, infatti, è un proliferare di verità. Tutti sono pronti a riempirsene la bocca (e la tastiera), rivelando le proprie verità al mondo che, immancabilmente, reagisce con indignazione, rabbia, orrore e chi più ne ha più ne metta.
Il più delle volte queste verità sono alla stessa stregua della carta igienica di cui parlava il buon Bernie Laplante. Sono bufale prive di alcun fondamento, sono stronzate stratificate messe lì solo per raccogliere consensi e, a volte, per esporre strategicamente qualcuno al pubblico ludibrio.
La cosa che puntualmente mi lascia allibito, però (e di cui ho già parlato in un altro post) è  che non ci vuole davvero niente per verificare una notizia. Bastano poche cliccate di mouse, un uso basico di google, e si può subito capire se la notizia sia vera o fasulla. Solo che nessuno si prende la briga di controllare perché nessuno resiste alla tentazione di scatenare il proprio urlo di indignazione. L’occasione per sfogare la propria rabbia e mostrare la propria superiorità ideologica e morale è tale che si tende a partire in quarta e crocifiggere il nemico, prima ancora di capire se sia effettivamente colpevole.
Ecco che i Subsonica accusano Morricone di plagio, Vendola afferma che i bambini devono fare sesso con gli adulti, i parlamentari si raddoppiano lo stipendio, lo IOR diventa azionista della Beretta (quella delle armi non quella dei salumi), il bambino viene fatto scendere dall’aereo per inaccettabili convinzioni animaliste, il delfino muore per colpa dei selfie etc etc…
E se fai timidamente notare che la notizia è falsa (o quanto meno è stata riportata in modo parziale e pretestuoso) vieni semplicemente ignorato da tutti i post che seguono. Non uno si prende la briga di leggere il tuo commento, perché sono tutti impegnati a inveire, bava alla bocca, contro l’universo intero.
Ora, a parte il fatto che se proprio vogliamo indignarci ci sono tantissimi motivi validi per farlo, senza bisogno di rincorrere le bufale di internet. La cosa triste è che questo fenomeno si autoalimenta e, un po’ alla volta, sta cambiando il modo di fare notizia che, da comunicazione obiettiva dei fatti, si trasforma lentamente in una sorta di “j’accuse” dei poveri. Il titolo sempre più d’impatto sempre più sensazionalista e ambiguo, per racimolare qualche clic in più anche quando non ce n’è alcun motivo. E noi, come tanti caproni, tutti dietro… a cliccare il nostro sdegno e a non fare un cazzo, convinti che l’aver postato la nostra faccetta arrabbiata su facebook sia più che sufficiente a compensare il culo attaccato al divano.
E, alla fine, mi sa che in questo modo sono tutti più contenti.

mercoledì 25 novembre 2015

Una parola al giorno (o quasi): FAKE


C'era una volta il profilo fake.
E c'è ancora.
Una delle innumerevoli e meravigliose possibilità offerte dalla rete è quella di rubare il profilo di un altro e indossarlo come un completino firmato, pavoneggiandosi di qua e di là con un certo autocompiacimento o, in alternativa, creare il proprio profilo falso con certosina pazienza, fino a renderlo credibile, per poi sparare cazzate e trollare nei vari gruppi o forum che siano.
In fondo, ci si deve pur divertire in qualche modo, no?

Ma poiché al peggio non c'è mai fine, accanto ai profili fake, con cui tutti ormai abbiamo imparato a convivere, negli ultimi anni si è sviluppato un altro fenomeno ben più insidioso, quello della notizia fake.
A parte i siti di satira, in cui la falsa notizia è presentata in un contesto solo apparentemente credibile, ma senza nessuna intenzione di fare disinformazione, il web dilaga di false notizie, di finti allarmi, di indignati proclami che sono solo incommensurabili cazzate, ma che in men che non si dica, vengono ritwittati, condivisi, spammati e spalmati ovunque, senza che a nessuno venga il dubbio di fare una minima verifica.
Si tratta, a conti fatti, dell'evoluzione (o involuzione) del classico pettegolezzo da vecchia comare di paese inacidita, assunto a nuova gloria grazie al potenziamento tecnologico.
Ecco dunque fiorire in modo quasi compulsivo segnalazioni di fantomatici pedofili, di oscuri magheggi del parlamento, malattie in arrivo, cospirazioni delle lobby omosessuali a favore della diffusione di chissà quali ideologie, complotti delle multinazionali, chip sottopelle e altre colorite corbellerie, che una buona parte dell'utenza prende per vere dimenticandosi che non ci vuole niente a verificare una notizia prima di diffonderla.

Un esempio recente, emblematico di questo fenomeno, è costituito dalla falsa notizia secondo la quale lo IOR sarebbe azionista della Beretta. Notizia gustosissima, ma priva di fondamento, che in brevissimo tempo ha fatto il giro dei social suscitando un certo scalpore.
La foto che accompagnava la falsa notizia era troppo divertente e inquietante per passare inosservata e merita, di per sé, un certo plauso. Ma la notizia è solo l'ennesima social-bufala e coglierei l'occasione per invitarvi a fare una cosa semplicissima, prima di condividere col mondo la vostra indignazione: usate quel cazzo di motore di ricerca per fare un rapidissimo controllo. Ci vuole davvero poco per verificare una notizia, non costa niente e, da un lato, vi permetterà di non rendervi complici di una manica di cazzoni che fanno disinformazione e dall'altro vi impedirà di passare per coglioni.
Scusate se è poco.